Beato Paolo VI immagine frontaledi Roberta Gisotti

“Una materia che tanto da vicino tocca la vita e la felicità degli uomini”, così il 25 luglio del 1968 Paolo VI scriveva nel preambolo alla Lettera enciclica “Humanae Vitae” in merito al “gravissimo dovere di trasmettere la vita umana”. Un tema che in tutti i tempi – osservava Papa Montini – “ha posto alla coscienza dei coniugi seri problemi”, specie in quegli anni percorsi da “tali mutamenti” per l’evolversi della società, “da fa sorgere nuove questioni” “che la Chiesa non può ignorare”, sottolineava Paolo VI, trascorsi appena tre anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II. Ma l’accoglienza dell’Enciclica fu attraversata da non poche polemiche e Papa Montini fu criticato da qualcuno per le aperture prospettate con l’invito ad una paternità responsabile e da altri per non avere concesso di più riguardo ai metodi contraccettivi.

Don Gilfredo Marengo, docente di antropologia teologica all’Istituto Giovanni Paolo II - alla guida di un gruppo di ricerca sull’Enciclica, in vista del 50mo anniversario - spiega le ragioni per cui che questa Lettera è stata profetica.

R – “Con questa Enciclica Paolo VI – sulla scia del Vaticano II - dichiarò senza incertezze che l’esercizio responsabile della paternità è un valore obiettivo per le famiglie cristiane; e nel medesimo tempo ha indicato i modi adeguati per vivere questo valore, tenendo conto di tutte le dimensioni dell’esperienza dell’amore umano. È importante ricordare che in quegli anni molti ancora guardavano l’esercizio della regolazione delle nascite come, potremmo dire, una ‘benevola concessione’ alle coppie, piuttosto che come un valore positivo da perseguire. Allora era ancora molto presente nella vita della Chiesa un’enfasi sulla procreazione, intesa come un  fine primario del matrimonio, che ha per lungo tempo reso difficile una comprensione teologicamente equilibrata del matrimonio medesimo. Non a caso “Humanae Vitae” è proprio costruita sull’unità inscindibile: il significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale”.

D – Il cammino che portò alla redazione di “Humanae Vitae” sappiamo fu lungo e complicato. Ma l’Enciclica merita ancora oggi di essere studiata e meglio compresa?

R – “Il tempo ha fatto giustizia di tante polemiche inutili e di tanti pregiudizi con i quali si guardò a Paolo VI, che gli causarono tra l’altro non poche sofferenze. È significativo che da allora, per dieci anni, fino alla sua morte, Paolo VI non pubblicò più nessuna Enciclica. Nel tempo è stato decisivo il contributo di San Giovanni Paolo II, che non solo ha difeso il cuore dell’insegnamento di “Humanae Vitae” ancora prima di diventare Papa; ma poi si è fatto carico di sviluppare un’ampia riflessione – penso in particolare alle catechesi sull’amore umano – che hanno mostrato tutta la ragionevolezza di quanto “Humanae Vitae” insegna, anche integrandola e dando un maggior rilievo ad alcuni temi che in “Humanae Vitae” sono appena accennati e un po’ sacrificati.

E, certamente merita ancora di essere studiata e approfondita, almeno in due direzioni: da un lato, è necessario procedere a collocarla nel contesto di tutte le cose importantissime e feconde che la Chiesa in questi 50 anni ha detto su matrimonio e famiglia; credo che mai come in questi ultimi 50 anni la Chiesa si è impegnata su questi temi. Poi, dal punto di vista della ricerca storico-teologica, sarà molto utile poter ricostruire, esaminando la documentazione conservata presso alcuni archivi della Santa Sede, l’iter compositivo dell’Enciclica, che si è sviluppato con fasi distinte dal giugno 1966 alla sua pubblicazione, il 25 luglio 1968.

Proprio in vista di questo prossimo cinquantesimo, ho avuto il permesso di iniziare queste ricerche di archivio, affiancato da alcuni autorevoli studiosi, i professori Sequeri, Maffeis e Chenaux. L’impressione iniziale è che sarà possibile mettere da parte molte letture parziali del testo. E soprattutto sarà più agevole cogliere le intenzioni e le preoccupazioni che hanno mosso Paolo VI, e che lo hanno portato con tante difficoltà ad arrivare a risolvere positivamente la questione. Va rimarcato che non fu sempre sostenuto come era doveroso in quegli anni: tutta la vicenda complicata della Pontificia Commissione, che lavorò dal 1963 al 1966, e che alla fine non riuscì a dargli quello che gli era utile per poter procedere ad elaborare l’Enciclica. Cosicché Paolo VI quasi ha dovuto re-iniziare da solo, con l’aggravante che in quegli anni c’era un’opinione pubblica ecclesiale non solo polarizzata tra favorevoli e contrari alla pillola, ma analoga contrapposizione era anche molto presente nella comunità dei teologi di allora”.

D – Venendo al pontificato attuale di Francesco, quale filo rosso lega “Humanae  Vitae” all’Esortazione apostolica “Amoris Laetitia”?

R – “Il filo rosso è quello che, a partire da “Gaudium et Spes”, vede la Chiesa mettere al primo posto la cura del matrimonio e della famiglia, riconoscendo in queste realtà il luogo, direi, ‘principe’, ove la comunità cristiana è chiamata ad incontrare gli uomini del suo tempo, prendersi cura di tutto il loro umano ed offrire loro la novità dell’annuncio cristiano. In questo senso esiste una singolare continuità che va da Paolo VI a Francesco, passando per San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI”.

© http://it.radiovaticana.va - 25 luglio 2017


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