Rassegna stampa formazione e catechesi

Guida spirituale alla perfezione

A trent’anni dalla prima edizione italiana, è stata appena ristampata, a cura di Michel de Certeau, la Guida spirituale alla perfezione (Milano, Jaca Book, 2018, pagine 330, euro 35), opera che riassume meglio il pensiero di Jean-Joseph Surin (1600-1665). Questo autore gesuita è considerato uno dei vertici della mistica di tutti i tempi, degno di stare al fianco di maestri come Giovanni della Croce, Teresa d’Ávila e Ignazio di Loyola, «lucido e sottile nell’analisi, solido, armonico, eccezionale nella sintesi» (Henri Brémond), «implacabile nel fiutare le minime ricerche dell’amor proprio, con uno stile forte e aspro, tormentato e rugoso, ma singolarmente personale e capace di inchiodare il lettore» (De Guibert).

El Greco, «Il Battesimo di Cristo»(1608-1614, particolare)

L’opera non è un trattato sistematico di teologia spirituale ma una descrizione ordinata della vita cristiana, basata sull’esperienza diretta dell’autore e tesa a mostrare tappe, leggi e logica interna del cammino spirituale di ogni credente. Lo stesso Surin, in una lettera del febbraio 1661 a madre Anne Buignon, superiora delle religiose di Notre-Dame, dopo averne sintetizzato il contenuto, afferma: «L’ho organizzato in modo tale che ci sono otto parti; lo ritengo senza confronto migliore e più profondo rispetto al resto. Riguardo a quest’opera sento che, se Dio me la fa vedere accolta e pubblicata, potrò dire: Nunc dimittis, perché lì ci sono tutte le mie idee e riguardo a essa mi trovo come diceva sant’Ignazio, che prima di morire desiderava vedere autorizzato dalla Santa Sede il suo libro degli Esercizi. Io provo lo stesso desiderio per la pubblicazione di quest’opera».

Il volume si articola in sette parti che accostano la perfezione sotto vari aspetti. Introducendo il tema, Surin chiarisce subito che «l’essenziale della perfezione cristiana è nella carità e nella vera virtù, che possono sussistere insieme a grandi pene» (p. 65). Benché dolce e piacevole, l’uomo fatica a praticare una vita santa perché è abituato al peccato e spesso si comporta come un barbone, rivestito di stracci, che rifiuta abiti caldi ed eleganti perché teme di sentire freddo nel momento in cui deve spogliarsi dei vestiti vecchi per indossare quelli nuovi. Pertanto, il «primo passo» necessario per giungere alla santità è scegliere Dio con una decisione «universale», cioè che non escluda nulla, «sincera e senza finzioni», «risoluta e costante», disposta ad affrontare con generosità ogni contrarietà (p. 72).

Con la consueta ironia, accompagnata da un raffinato intuito psicologico, Surin fa la caricatura delle persone falsamente devote: si confessano e comunicano spesso, appartengono a terz’ordini religiosi, fanno elemosine, si scelgono direttori spirituali prestigiosi, tutte le mattine vanno nella loro chiesa preferita e «restano là, composte, due o tre ore». Tuttavia, quando sono a casa loro «bisogna che i loro mariti facciano ciò che piace a loro, altrimenti non vi è pace. Tormentano continuamente i servi; se una domestica rompe un bicchiere a loro caro, o se un domestico, servendo a tavola, inavvertitamente versa qualcosa sul loro bel colletto, fanno atti di spettacolare impazienza. Se poi si dice qualche parola contro la loro reputazione, restano diversi giorni con un vivo risentimento» (p. 71).

La vita mistica non va confusa con i fenomeni eccezionali: certo, possono esserci, ma la base più sicura resta la fede e la «dottrina comune che Dio ha affidato alla Chiesa»; quindi occorre guardare «non a quei doni straordinari ma al vangelo e alla pratica comune dei santi» (p. 89).

Il «vero servizio di Dio» consiste nel compiere la sua volontà e ciò comporta almeno tre doveri: prendersi cura di sé, nutrire il cuore con buoni pensieri mantenendosi retti davanti a Dio, sradicando i vizi e coltivando le virtù; svolgere con coscienza il proprio lavoro anche quando non è gratificante; far conoscere e testimoniare il Signore ai fratelli, non dimenticando però che «la radice del vero servizio è il pensiero di Dio e l’unione con lui» (p. 105).

La vita fraterna non si regge sugli affetti naturali, ma sulla carità che porta a considerarsi «come fratelli che sono incorporati a Gesù Cristo, portano in sé l’immagine di Dio, si alimentano dello stesso cibo, cioè del corpo e sangue del Figlio di Dio, e attendono una medesima ricompensa: la gloria eterna». Da qui l’impegno a «mantenere la pace tra i membri della comunità, evitando ogni divisione e discussione, fuggendo le cose che le possono causare, come l’invidia e l’ambizione» (p. 106). Il criterio per valutare la qualità dell’amore fraterno è la misericordia, «perché, se si è indifferenti e insensibili al dolore degli altri, è segno che le viscere non sono affatto commosse dalla vera carità» (p. 107).

Non mancano frecciate pungenti ai detrattori della mistica, che rimproverano ai devoti di correr dietro a illusioni e fantasie. Accuse gratuite, perché per comprendere la teologia mistica non basta essere “teologi scolastici”, occorre possedere un’esperienza che non si impara soltanto sui libri, ma frequentando i santi, praticando l’orazione, meditando le Scritture, prestando attenzione allo Spirito santo, vivendo in mezzo al popolo di Dio. Si sente qui l’eco della Theologia mystica di Jean Gerson (1363-1429), famoso cancelliere della Sorbona, per il quale chi non ha vissuto questa esperienza interiore, non potrà mai sapere che cosa sia, né spiegarla ad altri. Alla scuola di Francesco d’Assisi e di Ignazio di Loyola, Surin insegna che i veri contemplativi sanno vedere le tracce di Dio in ogni cosa, «gustano la sua dolcezza nel nutrimento che prendono, riconoscono la sua virtù nel fuoco che riscalda, la sua bellezza nei fiori e nella luce, la sua collera e la sua giustizia nel furore degli animali, e in genere tutte le cose servono loro per amarlo, gustarlo e ammirarlo in tutto» (p. 137).

La sagacità pedagogica di Surin si coglie non soltanto nelle prospettive generali del suo insegnamento ma anche nelle istruzioni più minute: per esempio, come e che cosa leggere, il modo di fare l’esame di coscienza e di confessarsi, la frequenza e le disposizioni necessarie per accostarsi alla comunione, le modalità del dialogo con il padre spirituale, le forme di ascesi da adottare, il modo di mangiare, di vestirsi, di parlare, di divertirsi; come affrontare le situazioni di malattia; il valore dell’amicizia, la distinzione tra grazie straordinarie e illusioni diaboliche. Riesce a esprimere concetti complessi con immagini della vita quotidiana. Per esempio, l’anima è simile a un mulino: il cuore macina quanto gli procura il pensiero; la qualità della “farina” dipende dagli oggetti macinati: sarà scadente se proviene da vanità, ottima se frutto di pensieri alti e nobili (p. 102). Ricorre ai simboli cosmici e paragona i misteri celebrati dalla Chiesa al firmamento celeste: Cristo, la Vergine e gli apostoli sono i «pianeti»; i santi, nelle loro varie categorie, sono le «stelle»; i misteri della vita di Cristo si dispiegano come le quattro «stagioni», nutrendo con i loro specifici frutti la vita spirituale del credente (p. 166). L’esperienza mistica fa scoppiare, per così dire, le rigorose categorie del pensiero logico e cerca forme proprie, attraverso i simboli del corpo, dei sensi e della vita. Così, inserendosi nella tradizione biblica e patristica, Surin non teme di ricorrere al linguaggio amoroso per spiegare l’esperienza mistica: il bacio, l’abbraccio, la carezza, l’amplesso.

Il segreto di quest’opera è «il “fuoco” che anima la predicazione evangelica dell’autore e che risveglia un’eco fraterna nel lettore» (Michel de Certeau). Nicolas Grou (1731-1803), a detta di qualcuno «quasi un secondo Surin», scrisse: «Se la lettura di padre Surin vi piace, se vi prendete gusto, considero ciò come una delle grazie più grandi che Dio possa farvi. Le sue opere vi insegneranno in che cosa consiste il vero servizio di Dio, una spiritualità solida e quella vita interiore che deve essere l’anima della nostra condotta. Non potreste seguire una guida più sicura e più illuminata. Leggetela lentamente e, in certo qual modo, a lunghi tratti. Sospendete ogni tanto la lettura per far posto alle riflessioni e alle impressioni della grazia» (p. 57).

di Ezio Bolis

© Osservatore Romano - 29 novembre 2018


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