San Gregorio di NarekNella storia armena, il X secolo è generalmente considerato come l’inizio dell’“età d’argento”. Tale periodo fu caratterizzato dal prosperare della vita monastica, dalla fondazione di nuovi monasteri e chiese, dalla creazione di ricche opere letterarie, da una più stretta interazione con le scuole teologiche e filosofiche del tempo e dalla promozione delle arti. Tutti i problemi pertinenti e le domande fondamentali dell’epoca riecheggiarono, in un modo o nell’altro, nella vita e nel pensiero di Gregorio di Narek (in armeno Krikor Narekatsi), uno dei grandi mistici del cristianesimo mondiale. 

Le informazioni sulla sua vita sono piuttosto scarse. Nacque nel 950. Ordinato monaco nel 977, fu presto nominato maestro di patristica, posizione riservata ai monaci che si erano distinti intellettualmente. Assimilò pienamente le scienze scolastiche conosciute come trivium e quadrivium, ben versato in filosofia e spiritualità orientale.
Considerato santo quando era ancora in vita, Gregorio produsse un’opera che è giustamente definita la vetta più alta della spiritualità armena, nonché uno dei capolavori del misticismo mondiale. Il libro è conosciuto con titoli diversi e, popolarmente, con quello di Narek. L’identificazione dell’autore con l’opera è tale da rendere difficile distinguere tra lui e il Narek, espressione autentica della lotta continua di Gregorio per entrare in comunione con Dio. L’opera è una raccolta di 95 discorsi, con 336 suddivisioni. Non è una preghiera a Dio, bensì un «colloquio con Dio dal profondo del cuore».
Il dialogo tra Dio e uomo pone due domande centrali: chi è l’essere umano? Qual è la sua vocazione nel mondo? In Narek queste domande vengono affrontate da prospettive diverse e in contesti differenti, ma sempre in una relazione dialettica con Dio. L’autore sta dinanzi a Dio rappresentando l’intera umanità. Cercando Dio, egli cerca la propria identità e il proprio destino. La sua comprensione di sé è determinata e condizionata da Dio. Senza Dio egli considera se stesso «privo di significato e di scopo». Comprende il suo stesso essere, la sua esistenza e il suo destino solo in Dio e per mezzo di Dio.
Gregorio è un grande mistico, un teologo eccezionale e un poeta umanista. Queste tre dimensioni della sua persona e del suo pensiero sono strettamente intrecciate. Il suo misticismo non è negazione di sé, ma piuttosto un’affermazione di sé volta a recuperare e a riscoprire l’immagine di Dio nell’essere umano. Il misticismo dell’autore è anche esistenziale; nasce da una spiritualità vissuta. Non è una fuga dal mondo; anzi, è un impegno nel mondo d’ingiustizia e di sofferenza, con la chiara idea di trasformare l’umanità e il creato con la grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo e nella potenza dello Spirito santo.
La teologia di Gregorio è spirituale più che razionale, esistenziale più che metafisica, dialogica più che prescrittiva. L’autore porta la teologia fuori dai suoi confini dottrinali e dalla sfera trascendente e la sviluppa nel contesto di una relazione viva con Dio e con il suo creato. Il componimento di questo pioniere della rinascenza armena non è una forma classica di innologia, bensì una poesia pura toccata dalla grazia divina; i misteri e le bellezze della natura sono presenti nei suoi versi.
La teologia di Gregorio è sia dialogica sia dialettica. La visione dell’assoluto giunge dall’alto e genera una risposta umana. Per l’autore l’ateismo è un’impossibilità ontologica. Dio è la fonte, il centro e il fine della vita umana. Il peccato originale del primo uomo ha creato una spaccatura tra gli esseri umani e Dio. Non si tratta di una dicotomia ontologica; è provvisoria perché è dovuta al peccato umano. La fine del processo, sostenuto dall’amore e dalla grazia di Dio, sono la riconciliazione e l’unificazione con Dio. Il concetto di unificazione con Dio di Gregorio è quello ortodosso di theosis, accentuato dal misticismo orientale. La theosis è incorporazione nella natura divina senza fusione e mescolanza. Si raggiunge soltanto per mezzo dell’intervento della grazia divina e l’obbediente risposta umana. La theosis non è personale; il processo abbraccia l’intero creato. La meta del misticismo dell’autore non è la scoperta dell’infinito, ma la riscoperta di se stessi nell’infinito e per mezzo dello stesso. È anche una profonda consapevolezza della presenza salvifica di Dio, nella potenza dello Spirito santo, nell’umanità e in tutto il creato.
Il pensiero di Gregorio è dominato da immaginazione creativa e ricca allegoria. La sua immaginazione è talmente vasta e profonda da superare i confini del concreto e del visibile e cercare di penetrare addirittura il mistero divino. Il dialogo appassionato con Dio trascende logica e ragione. Bisogna leggerlo diverse volte per discernere le correnti principali del suo pensiero e comprenderne il significato. Di fatto, ogni frase, addirittura ogni parola del Narek, dischiude al lettore una nuova dimensione o un nuovo orizzonte. L’autore ricorre abbondantemente a metafore e temi biblici, e il suo linguaggio è parabolico e pieno di contrasti e paradossi.
Per Gregorio la preghiera è il cardine della relazione tra Dio e umanità; è una cura potente per corpo e anima. Egli si rivolge a Dio come a un vero guaritore: «Curami come un medico». Di fatto, il Narek è essenzialmente un libro di preghiera.
La liturgia della Chiesa armena è piena di preghiere tratte dal Narek. I fedeli spesso mettono il Narek sotto il cuscino dei malati, credendo che abbia il potere di guarire. Il Narek è un tentativo audace di porsi dinanzi a Dio a nome di tutta l’umanità, per conversare con lui, protestare contro ingiustizia e sofferenza, deplorare la disumanità degli esseri umani e scontrarsi con la realtà del peccato. È anche la strenua ricerca di una nuova visione dell’umanità e di un’esistenza umana autentica trasformata dalla grazia divina. L’autore ricorda a tutti i teologi che la teologia non è un discorso teologico su Dio bensì, fondamentalmente, uno sforzo di fede, sostenuto dalla ragione, per parlare con Dio, e che fare teologia implica impegnarsi in una relazione viva con Dio e la sua creazione. Non a caso il Narek è stato un compagno di molti armeni ed è stato considerato dal popolo armeno una “seconda Bibbia”.
Secondo la tradizione, Gregorio morì nel 1003 e fu sepolto nel monastero di Narek. Nel 1021, quando gli armeni di quella regione furono costretti ad abbandonare la terra natale insieme al loro re Senekerim, portarono con loro alcune reliquie del santo e le riposero nel monastero di Arak. Oggi nessuno dei due monasteri esiste più, ma san Gregorio di Narek continua a vivere nel cuore di ogni armeno con il suo “monumento eterno”. Questo monaco santo con il suo dialogo con Dio, con la sua richiesta di senso e di salvezza e con la sua lotta per la liberazione e la trasformazione rimane nostro eterno contemporaneo.

di Aram I 
Catholicos della Chiesa armena Apostolica di Cilicia

© Osservatore Romano - 5 aprile 2018


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