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Gli esercizi spirituali del Papa e della Curia romana. Diagnosi del presente

esercizi spirituali quaresima 2019«Infamia, sangue, indifferenza»: con le parole del poeta Mario Luzi, scandite davanti alla Firenze ferita dalla bomba mafiosa che nel 1993 sconquassò via dei Georgofili, gli esercizi spirituali di Papa Francesco e della Curia romana hanno puntato lo sguardo sul presente, «per una diagnosi lucida» che non ceda a «un rassegnato realismo».E, dunque, da «tre segni del male e di quel mistero di iniquità che opera nella nostra storia che sono infamia, sangue e indifferenza», l’abate Bernardo Francesco Maria Gianni ha preso le mosse per la terza meditazione, proposta martedì mattina, 12 marzo, nell’ambito del ritiro nella casa Divin Maestro ad Ariccia.

Denunciando subito la tragedia dell’indifferenza che, ha fatto presente, «è così estranea a quella “portata caritativa”» con cui si qualificano «l’azione politica di Giorgio La Pira e la poesia di Luzi che sono, invece, un tutt’uno con una lettura di speranza della storia». Una visione concreta, ha suggerito dom Gianni, «antitetica a un rassegnato e crudo realismo ma, tuttavia, non disponibile a illusorie o pretestuose diagnosi che vorrebbero farci credere una realtà ben diversa da quella che oggettivamente, alla luce del Vangelo, siamo invitati — con spirito di vigilanza e anche, se il Signore ce lo dona, con spirito di profezia — a osservare e, se possibile, a trasfigurare con l’aiuto della Grazia».
Il predicatore ha scelto di schierarsi perciò fortemente «contro l’indifferenza che, tante volte, in modo sottile paralizza il nostro cuore, rende il nostro sguardo non più generato dall’amore, ma reso opaco e nebbioso da una delle malattie del nostro tempo: la schermatura di sé». Come se, ha affermato dom Gianni, «la nostra persona indossasse uno schermo con il quale proteggersi dagli altri e dalla responsabilità che i problemi del nostro tempo sollecitano, alla luce della passione evangelica che il Signore vuole accendere con la forza del suo santo spirito nel nostro cuore».
Citando Dietrich Bonhoeffer, il predicatore ha ricordato il dovere di preoccuparsi delle nuove generazioni e l’impegno a «lasciare loro un futuro migliore del presente che viviamo, affidandoglielo con spirito radicalmente antitetico all’indifferenza ma tutto mosso da una partecipazione ardente perché le nuove generazioni possano continuare a vivere in un mondo ancora ospitale per i loro sogni».
Si è poi affidato al pensiero di Romano Guardini, «con la sua interpretazione pasquale della persona e della storia», per invitare «ad accogliere il divenire, realizzandolo insieme al Signore». Avendo «uno sguardo sulla realtà con la convinzione che a partire da Cristo il mondo non è come sembra apparire, è più di questo».
«Guardare la realtà — ha rilanciato il predicatore — senza però sognare città ideali o utopie di alcun tipo». Del resto, «l’utopia non è una prospettiva autenticamente evangelica: la Gerusalemme celeste non è utopia ma è il contenuto di una promessa reale che il Signore consegna alla Chiesa nella prova, come orizzonte di speranza verso la quale impegnarci nel guardare alla realtà senza arrenderci a essa».
«Occorre misurarci con la realtà», ha insistito l’abate fiorentino riferendosi alla politica di La Pira e proprio a quelle parole forti di Luzi sulla strage di via dei Georgofili. Quella «bomba di ispirazione mafiosa», ha ricordato dom Gianni, uccise persone e distrusse «una porzione preziosissima del centro artistico della città». La mafia volle colpire, ha affermato, «il mistero della bellezza: con gli uomini e le donne anche il loro patrimonio artistico che, come ha insegnato La Pira, è un tutt’uno con la storia della santità di Firenze».
Con questo stile, ha chiarito, dobbiamo «guardare le ferite delle città di tutto il mondo, anche quelle più complesse e segnate da ingiustizie». Ma «farlo con quello sguardo sulla realtà» che Papa Francesco ha insegnato «come prevalente rispetto all’idea», invitando a «misurarsi con la realtà concreta per non finire in una sterile e infruttuosa ideologia».
Per un corretta «diagnosi sulla situazione presente» dom Gianni ha riproposto le parole di La Pira, il 2 ottobre 1955, per presentare l’essenza di uno dei suoi convegni fiorentini con i sindaci del mondo: una «consuetudine preziosa, forse anche per l’oggi, per la politica “delle” e “nelle” città del nostro tempo». La Pira volle più volte far incontrare, a Firenze, «chi ha responsabilità politiche per misurarsi sul problema della convivenza di una cittadinanza rassegnata ai problemi del nostro tempo per un rilancio della missione» cristiana nella storia. La crisi del nostro tempo, era il pensiero lapiriano fondato sulla realtà, «ci fornisce la prova del valore terapeutico e risolutivo che la città possiede perché questa crisi può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città. Per questo, secondo La Pira, la crisi si risolve solo con un radicamento nuovo, più profondo e più organico della persona nelle città, nella cui storia e tradizione essa è organicamente inserita».
Parole valide per oggi. Riprese dal Pontefice con il suo invito a «far memoria della storia della Chiesa — ha spiegato l’abate benedettino — come storia di salvezza, memoria dei nostri santi: tradizione organica e viva con la quale dobbiamo reinnestare la vita, segnata da indifferenza e apatia, assenza di memoria e di speranza del nostro popolo e soprattutto dei nostri giovani».
Invocando una «dimensione corale contro ogni individualismo», anche perché «la Chiesa ha un’indole radicalmente fraterna» il predicatore ha suggerito una riflessione sul valore della parola «misura» attraverso alcune esperienze, a cominciare dal pensiero di Simone Weil, «che ci portano, con umile determinazione, sulla collina del Tabor».
Ma da lì — ha ricordato dom Gianni — «si deve scendere per tornare nella storia per una missione possibile solo con una santità che scaturisce all’improvviso come un’invenzione con cui lo Spirito Santo ci dà i carismi per una santità, qui e ora, per aprire gli occhi sulla realtà, mettere a nudo verità e bellezza» che non è mai «fine a se stessa».
«Il nostro mondo bada moltissimo alle apparenze e la bellezza è l’unica misura di accettazione tra i giovani» ha fatto notare il predicatore, suggerendo che «la nostra pastorale deve evocare questa dimensione radicandola profondamente nel respiro amoroso che l’uomo da solo non può darsi». Per un vero restauro di sé serve questo tipo di bellezza, scaturita dall’amore di Dio, e non certo, ha detto il predicatore con una battuta, qualche crema contro l’invecchiamento, oggi tanto di moda.
Citando infine parole di Benedetto XVI, l’abate ha concluso con un un invito a vivere un’«accorata testimonianza di bellezza e di speranza che la Chiesa oggi può donare come servizio al mondo intero» in una «frontiera di missionarietà imprescindibile». Giorgio La Pira e Mario Luzi stanno lì a testimoniare che è possibile.
Certo la città sognata da La Pira appare segnata da un presente di «infamia, di sangue e di indifferenza», soffocata, com’è, nelle sue braci ardenti «di amore, di pace e di giustizia» da una cenere che aspetta di essere rimossa. Perciò su questo aspetto, sulla possibilità e la capacità di cambiare, di ripartire, di ricostruire, si era soffermato dom Gianni nella meditazione di lunedì pomeriggio. Da una parte, ha detto l’abate di san Miniato, c’è la «fiamma ardente» dei carismi che Dio ha donato a ognuno, e dall’altra la “tiepidezza”, la «grande presunzione» di chi pensa: «Non ho bisogno di nulla». Un bivio di fronte al quale viene in aiuto la grande lucidità teologica di Luzi: «Siamo qui per ravvivarne con il nostro alito le braci, ché duri e si propaghi, controfuoco alla vampa devastatrice del mondo».
Ma perché la forza dello Spirito trasfiguri le debolezze dell’uomo, «c’è una premessa fondamentale: dobbiamo allontanarci dalla presunzione di non avere bisogno di nulla». Come Nicodemo nel colloquio notturno con Gesù, gli uomini devono convincersi della loro capacità di rinascita.
Lungo questo cammino, il predicatore ha aggiunto a Luzi e a La Pira un altro compagno prezioso, Romano Guardini, che ricordava: «La vita sorge non solo nella prima ora, quasi una volta per sempre, così da andare poi avanti in una direzione lineare, ma risorge continuamente dalla profondità». È quell’inquietudine interiore che lo stesso La Pira inseriva nella storia della salvezza e che spinge l’uomo a «una rinnovata vita di fede». Ecco allora la provocazione: «Anche per questo siamo qui, perché non siamo così presuntuosi da ritenerci dispensati dalla domanda fondamentale: Signore, aumenta la nostra fede. Siamo qui per questo». È infatti con la fede che può tornare a divampare «quella fiamma, la cui luce restituisce alla sua piena verità, la nostra realtà». Una realtà che allora «non è sigillata una volta per sempre». Una «seconda creazione» può «realizzarsi in ogni uomo» ha spiegato il predicatore che, rievocando Guardini, ha invitato a entrare in una dinamica di speranza, di perdono, di misericordia, e di astensione da ogni giudizio definitivo sulle persone.
La concretezza del sogno di La Pira trova qui una sua declinazione. La realtà, il mondo può cambiare grazie a un umanesimo «radicato in un’esperienza di amore che ci interpella, che smuove la nostra responsabilità, che di fatto la qualifica attraverso l’esercizio del dono supremo con cui Dio ci assimila a se stesso, e cioè la libertà». Prospettiva da affidare soprattutto ai giovani ai quali restituire «la consapevolezza di cosa sia la vita umana nell’esercizio della responsabilità, della libertà, di questa dinamica che, vorrei dire, è un tutt’uno con la gioia del crescere nella responsabilità, di riscoprirsi figli di un padre affidabile».
Si tratta, ha rimarcato l’abate di San Miniato, «di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società», come sosteneva La Pira parlando di una «città, trasmessa, custodita e affidata di generazione in generazione». Un’ansia, una tensione verso il futuro messa a confronto, con preoccupazione, con la realtà di oggi: «A volte mi domando — ha detto dom Gianni — chi sono quelli che nel mondo attuale si preoccupano realmente di dar vita a processi che costruiscano un popolo! Ed è questa parola che si riferisce al nostro essere Chiesa, il popolo di Dio, ma naturalmente a chi ha responsabilità della città degli uomini e delle donne del nostro tempo, perché si riconosca come civitas», più che «ottenere risultati immediati che producano una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana». Nella potente forza evocativa di Luzi che canta la Firenze di La Pira, si ritrova quel “fuoco” che deve tornare a “divampare”. Ma tutto, ha spiegato il predicatore, «accade e può accadere solo in un orizzonte di fede pasquale».
«Dio — ha concluso dom Gianni — ci vuole capaci di sognare come Lui e con Lui mentre camminiamo bene attenti alla realtà. Sogno, fuoco, fiamma. Sognare un mondo diverso e se un sogno si spegne tornare a sognarlo di nuovo, attingendo con speranza alla memoria delle origini, a quelle braci che forse dopo una vita non tanto buona, sono nascoste sotto le ceneri del primo incontro con Gesù».


© Osservatore Romano - 13 marzo 2019

 

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