spoliazione francescoAnche Pietro di Bernardone, il padre di Francesco d’Assisi, figura tra i Risorti interrogati e ascoltati dagli Angeli accusatori, prima che Dio li salvi o li danni: è così che Giovanni Papini nella sua opera Giudizio Universale (Vallecchi, Firenze 1964, pp.1059-1063) pone in bocca al padre del Santo alcune considerazioni circa la paternità in cui traspare la sofferenza di colui che riconosce di aver amato troppo.

Non v’è bisogno che tu ripeta l’accusa che da secoli accompagna il mio nome, nome onorato, fatto celebre a colpi di vergogna. Fui il padre tirchio e bestiale che non voleva santo il suo figliolo. Ero il mezzano del diavolo, il trafficante cotennoso che aveva una borsa al posto del cuore e due ducati sugli occhi ad accecarlo. Questa l’accusa, questa la calunnia.

Io, mercante onorato in ogni fiera e città d’Italia e di Francia, io che tutto il mio amore e la mia speranza avevo posto sul capo del mio Francesco, io sono anche dopo la morte vittima del mio figliolo.

Se qui regna giustizia per tutti, anche per i padri infelici, anche per i santi, voglio essere ascoltato anch’io, Pietro di Bernardone, il persecutore della santità.

In errori caddi, non in colpe. E furono errori di affetto, non di malizia e pravità. E il primo fu di prender moglie forestiera, d’altro sangue e d’altra terra, la quale mi dette un figliolo solo a me estraneo, a tutti strano, vero frutto di straniera.

E l’altro errore fu quello di voler bene fuor di misura a quel figliolo e di aver contentato senza risparmio le sue voglie e le sue manie.

Il mondo ha venerato come santo, per migliaia d’anni, il figlio del mio amore ma io non ebbi a che fare, fin che l’ebbi vicino, con un santo sì bene con un giovane svagato e godente, balzano e spendereccio.

Ebbi fama di spilorcio eppure tutti sanno che il mio Francesco fu, per anni molti, il giovane principe della gioventù di Assisi e nulla gli feci mancare. Questo mio figliolo sposò la povertà dopo aver fatto l’anfitrione e il mecenate e il cavaliere e il signore a spese delle ricchezze paterne.

Gli piacevano i vestiti ornati e belli e coi ducati miei li comprava. Gli piaceva sfoggiare cavalli di razza, armi di pregio e coi ducati miei se li procacciava. Gli piaceva invitare gli amici, o meglio i suoi parassiti, a cena e a festini e con i miei ducati convitava splendidamente al par d’un re. E bada ch’egli quasi nulla guadagnò colle sue fatiche: nella bottega poco stava e di malavoglia: bastava che sentisse accordo di ribeca o d’arpa o che un amico lo chiamasse e lo vedevi fuggir fuori come un cane al fischio né lo rivedevi tutta sera e tutta notte.

Io che lavorai e donai senza farmi pregare ho fama eterna di avaro; quel mio figliolo, che fece il grande coi miei sudori e scialacquò pazzamente denari miei finché visse in casa mia, fu da tutti stimato il cavaliere della povertà e della carità.

Ed è vero che a un certo momento gli venne, tra l’altro, anche la mania di far grandi elemosine ai poveri ma sempre, bada, coi denari da me faticosamente e pericolosamente lucrati oltremonti. Non ho mai pensato che soccorrere i poveri sia vizio ma vorrei sapere come farebbero i santi a fare la carità se non ci fosse gente che lavora, vende e risparmia. Al mio figliolo, a quel che pare, venne la vocazione di fare il mendicante ma per accattare è pur necessario che vi sia gente che possiede, gente che s’affatica a mettere insieme un po’ di bene, gente ricca che può dare il superfluo. Se tutti fossero stati mendicanti a qual porta avrebbero potuto picchiare e ottener pane e moneta? Se tutti fossero stati santi, gli uomini, gente che gira e canta e prega e predica, chi mai avrebbe seminato il grano, chi avrebbe murato le case, chi avrebbe filato e tessuto la lana?

I seguaci del mio figliolo vestivano alla peggio, una tonacaccia da pezzenti, ma pure anche per quelle tonache occorre il panno, e ci vuole chi lo fa, chi lo trasporta, chi lo vende. Il mio Francesco disprezzava, in cuor suo, l’arte mia non spirituale eppure i suoi eredi, i suoi scolari, i suoi frati han dovuto poi sempre ricorrere a mercanti di panno com’ero io se vollero mettersi qualcosa addosso, per fuggir freddo e vergogna.

Bellissime l’opere di carità, non c’è che dire.

Ma per sfamare gli affamati eran pur necessari contadini e beccai. Ma per aiutare infermi e carcerati eran pur necessari quei che battevan monete e quelli che onestamente le facevano fruttare. Ma per vestire gl’ignudi eran pur necessari cardieri e tessitori e mercanti di panni.

E questi ignudi mi rammentano l’ultima offesa ch’ebbi da mio figliolo dinanzi al Vescovo e al popolo di Assisi. Io gli avevo fornito per venticinque anni di fila vesti e mantelli e cappe e armature e cavalcature di lusso e di pompa. E in più migliaia di ducati, per i sollazzi suoi e dei suoi amici, per i suoi viaggi, per i suoi capricci, per le sue elemosine. Ed egli, per tutta ricompensa, mi fece l’affronto di mostrarsi nudo dinanzi a tutti, di buttarmi in viso l’involto del vestito lacerto e sudicio e con quello di restituirmi tutto quel che da me aveva ricevuto e di far pari con me e di rinnegarmi perfino come padre. Rinnegare colui che non soltanto gli aveva dato la vita ma aveva liberamente sovvenuto per cinque lustri ai suoi bisogni e soprattutto ai suoi vani e mondani piaceri.

S’egli era veramente chiamato da Dio a mutar le anime e ricondurle al Vangelo perché non cominciò l’opera santa col padre suo, col padre che tanto l’aveva amato? S’io mi attristavo e mi vergognavo della sua nuova pazzia perché dunque non tentò di farmi comprendere la verità che aveva in cuore invece di separarsi da me con sì scandalosa alterigia? S’io lo reputavo pazzo, come tutti nella città lo ritenevano e lo chiamavano, perché non tentò con dolcezza di mostrarmi che il pazzo ero io e lui il vero savio? Perché, insomma, colui che Cristo chiamava a salvare le anime non volle far nulla per salvare l’anima del cieco padre che per amor suo vinse l’avarizia e scordò la prudenza?

Eppure io l’amavo, forse l’amavo male ma l’amavo anche troppo. Per vent’anni e più era stato il mio orgoglio e tutta la mia speranza. Volevo che grandeggiasse e sfoggiasse al par di nobili, che fosse il primo della città, che diventasse dottore o cavaliere o mercante, quel che gli fosse piaciuto, purché facesse onore al mio nome e alla mia casa. L’amai sempre quel figliolo che non doveva esser più mio, l’amai teneramente e disperatamente, né potevo tollerar che nel suo cuore alcun rivale, neppure Dio. Ma sempre l’ho amato, sempre, e sento di amarlo anche ora come quando era fanciullo ed io tornavo dai viaggi lontani e la prima gioia del ritorno era di stringerlo forte al petto, appena entrato in casa, e di bagnare il suo viso coi miei baci e qualche lacrima. E anche l’ultimo giorno quando mi rinnegò io non raccattai quel fastello di panni per avarizia, ch’erano ormai cenci da macero, ma per avere ancora qualcosa ch’era stato suo e aveva coperto il suo corpo.

Perché dunque non tentò d’illuminare, prima che gli altri, il padre cieco, di convertire il padre geloso, di placare il padre ferito?

Io non so dimenticare ch’egli era pur mio figliolo, il primogenito del mio amore, il prediletto della mia anima e penso che un riflesso mio deve pur essere rimasto nella sua santità; poco, un atomo appena, un’ombra del mio essere, ma insomma qualcosa che un giorno fu parte di me.

Forse c’è ancora un resto di orgoglio e di gelosia nel mio amore per lui, e ne ho vergogna. Compatisco le mie parole amare.

Volevo che tutto fosse per me: questa fu la mia colpa. Dio volle, invece, che fosse per tutti gli uomini. E mi parve d’essere defraudato d’una mia proprietà legittima e non compresi e mi ribellai. Ma perché, dunque, non volle salvare anche me? A tutti perdonò; anche ai ladroni, anche ai lupi: non vorrà, dunque, aver pietà di suo padre?

Tutti gli uomini l’adorano e l’amano o almeno l’ammirano, il mio figliolo. Anch’io, a lui m’inginocchio e a lui mi affido. Condoni, ormai, la superbia e l’ira di colui che fu suo padre secondo la carne e ottenga anche per me il Perdono del Padre più vero ch’è nei cieli.

Per un ulteriore approfondimento cfr. anche Francesco d’Assisi e il giovane ricco.

Fonte articolo:
http://www.assisiofm.it/francesco-e-l-orgoglio-ferito-del-padre-73723-1.html

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