Rassegna stampa formazione e catechesi

Famiglia piccola Chiesa

cuori famigliaDizionario montiniano

di GIACOMO SCANZI

«All’amore di mio padre e di mia madre, alla loro unione (...) devo l’amore di Dio e l’a m o re degli uomini». Nella confidenza raccolta nel 1967 da Jean Guitton, vi è sintetizzata l’intera visione che Paolo VI ha avuto del matrimonio e della famiglia. Visione grande, quasi poetica, in cui la vocazione matrimoniale assume, forse per la prima volta nella Chiesa, e apertamente, la massima dignità, presentandosi come straordinaria via di salvezza e di santità.
La famiglia, nel linguaggio montiniano si presenta innanzitutto come «il nido», l’incubatore unico e speciale della fede, del linguaggio religioso, prefigurazione di un’esperienza di umanità nuova. Lo scrive alla nonna, in prossimità della celebrazione della prima messa: «Ma tu, poi, Nonna quando sei vicina copri tanti vuoti perché tutta la nostra famiglia con tutti i lontani è nel tuo cuore. Tu sei come tutti noi insieme. E ci fa tanto bene la tua parola, il tuo esempio. Come mi sento più forte, Nonna, quando tu mi fai coraggio! Mi sembra quasi che la tua persona sia per me un obbligo per correre, correre con tutta la lena, con tutta la perfezione per la mia nuova via. La quale il Signore volle che incominciassi in famiglia, nella sua provvidenza, fu questo perch’io apprezzassi meglio il nido in cui m’ha fatto crescere, prima d’affrontare ciò ch’Egli mi ha p re p a r a t o » . Come la Chiesa, la famiglia è luogo esistenziale concreto e originario, imprescindibile nel percorso di acquisizione di una piena umanità. Famiglia in cui coniugalità, maternità e paternità divengono strumento essenziale nelle mani di Dio per la sua continua opera di creazione e di costituzione del suo popolo. La natura della famiglia, che radica nell’unione sacra degli sposi, è di per sé misteriosa. Ed è a questo mistero, un grand mystère , che occorre guardare sempre, per comprendere la natura soprannaturale del destino che ha generato l’incontro di due spiriti e ha portato alla germinazione di nuova vita. Alla radice vi è la tenerezza di Dio, «l’infinita tenerezza del Creatore», dirà Paolo VI nel 1963, a pochi giorni dalla sua elezione, la sola capace di promuovere compiutamente, ogni tenerezza umana. E un posto speciale, in questo clima tenero e religioso, ce l’ha la donna, ce l’ha la madre. «Tutto ciò esige alcune virtù fondamentali: tra esse la pazienza, la dolcezza, la capacità di non stancarsi mai, e di vigilare sempre; la cura premurosa di santificare la vita domestica con la mente volta al soprannaturale, con una speciale devozione alla Madonna e con l’assidua prece al Signore in mezzo a non poche fatiche, che sovente si rivelano come altrettante tribolazioni». Il pensiero corre immediatamente a Giuditta, la propria madre: a essa, confida Paolo VI a Jean Guitton, «devo il senso del raccoglimento, della vita interiore, della meditazione che è preghiera, della preghiera che è meditazione. Tutta la sua vita è stata un dono». Ma la famiglia è, nella prospettiva montiniana, molto di più del nido in cui si concretizza e trova il suo linguaggio l’a m o re umano, l’amore coniugale. Essa è una prefigurazione della stessa Chiesa, l’ovile nel linguaggio di Montini, dove trova il suo posto il popolo di Dio. «Chiesa domestica», «cellula di Chiesa», «piccola Chiesa», dirà Paolo VI a più riprese: la famiglia diviene il luogo santo del compimento cristiano, della fede vissuta come esperienza completa, dunque profondamente umana. Anzi, nella prospettiva montiniana di una continua ricostruzione della Chiesa, proprio la famiglia è il seme originario, senza il quale la Chiesa stessa vive una vita difficile: è possibile la «ricostruzione della Chiesa cominciando col ricostruire bene il primo nucleo naturale — che è già un nucleo sacro — la famiglia», appunto. Il modello è la casa di Nazareth da cui viene «una lezione di comunione d’amore», la sua «semplice e austera bellezza», il suo «ruolo originario sul piano sociale». Ne viene quindi una lezione di operosità, da cui «vorremmo comprendere e celebrare la legge severa e redentrice del lavoro umano», la sua «nobiltà, i suoi valori». Ne viene infine una lezione di silenzio, «ammirevole e indispensabile condizione dello spirito» (5 gennaio 1964, omelia durante la messa nella basilica di N a z a re t h ) . E se la storia della salvezza, antica e nuova, sottolinea Paolo VI , inizia proprio con due coppie, la prima (Adamo ed Eva) portatrice del peccato, la seconda (Giuseppe e Maria) chiave della salvezza, ecco che la coniugalità che si realizza nel matrimonio con la sua intrinseca vocazione generativa, assurge a valore fondativo, radice di ogni esperienza umana, mistero dell’incontro e preparazione del futuro. La vita: è la parola chiave per comprendere appieno la natura sacramentale del matrimonio e per difenderlo di fronte agli attacchi che la mentalità contemporanea ha sferrato. Il tempo insomma esige sul tema una riflessione speciale. La questione diviene centrale perché attraverso tali ambiguità sembra insinuarsi nel cuore stesso della natura divina dell’amore, il tarlo del relativismo, lo snaturamento della giusta relazione non solo tra le persone, ma tra queste e il loro Creatore con il suo creato. E tale snaturamento, tale abbassamento della natura divina dell’amore, passa proprio attraverso l’ambiguità semantica, il dire la cosa, il suo ordinamento nell’economia di un discorso. «Se si resta negli strati inferiori, l’amore è passione, è istinto; tante volte è vizio, offesa all’o rd i n e , ai buoni sentimenti e, soprattutto, quando diviene rapporto a due, offesa al rispetto dovuto all’una e all’altra persona. Ma se si ascende, ecco l’amore diventare ricerca, integrazione, complemento naturale dell’esistenza», dirà Paolo VI il 4 giugno 1967 nell’omelia della messa della terza domenica dopo la Pentecoste. L’ Humanae vitae diviene così il documento cardine di questa visione, lo strumento di ogni difesa, il linguaggio di ogni promozione. Paolo VI sa perfettamente che molto è cambiato nella società contemporanea, che gli stessi sposi cristiani vivono in essa, pienamente e totalmente. Non è dunque più possibile parlare loro con il mero linguaggio della dottrina. La prospettiva che il Papa sceglie, il 25 luglio 1968, è quella «personalistica, propria della dottrina conciliare, circa la società coniugale, dando così all’amore, che la genera e che la alimenta, il posto preminente che gli conviene nella valutazione soggettiva del matrimonio» riconoscendo «ai coniugi la loro responsabilità e quindi la loro libertà, quali ministri del disegno di Dio sulla vita umana, interpretato dal magistero della Chiesa, per il loro bene personale e per quello dei loro figli», a difesa «della loro dignità», per «comprenderli e (...) sostenerli nelle loro difficoltà», al fine di «educarli a vigile senso di responsabilità, a forte e serena padronanza di sé, a coraggiosa concezione dei grandi e comuni doveri della vita e dei sacrifici inerenti alla pratica della virtù e alla costruzione d’un focolare fecondo e felice». E vi è in Paolo VI la certezza che gli sposi cristiani e tutti gli uomini di buona volontà capiranno che «la Nostra parola, per severa ed ardua che possa sembrare, vuol essere interprete dell’autenticità del loro amore, chiamato a trasfigurare se stesso nell’imitazione di quello di Cristo per la sua mistica sposa, la Chiesa; e che essi per primi sapranno dare sviluppo ad ogni pratico movimento inteso ad assistere la famiglia nelle sue necessità, a farla fiorire nella sua integrità, e ad infondere nella famiglia moderna la spiritualità sua propria, fonte di perfezione per i singoli suoi membri e di testimonianza morale nella società» ( Humanae vitae ). L’ Humanae vitae riprende tutti i temi già affrontati dall’a rc i v e scovo Montini, a Milano, nella lettera pastorale sulla famiglia nel 1960. Ma il tono è nuovo, il pathos misurato, la sofferenza intrinseca assai più grande, la fermezza assoluta. È passato quasi un decennio dalla lettera milanese ma la società si è radicalmente trasformata, la gioventù è da qualche mese in rivolta in tutto il mondo occidentale. Dentro la Chiesa stessa, sulla scorta dell’entusiasmo post-conciliare e di letture assolutamente peregrine delle conclusioni conciliari, vi sono spinte sempre più forti, proprio sul tema della natura dell’amore, del matrimonio, della procreazione e dei costumi sessuali, che danno scossoni preoccupanti alla barca di Pietro e che surrettiziamente minano la natura stessa dell’esperienza cristiana. «E Ci chiediamo anche — sottolinea Paolo VI a un anno dalla pubblicazione — se fra i motivi delle obbiezioni, sollevate nei confronti dell’Enciclica Humanae vitae , non vi sia anche quello d’un segreto pensiero: abolire una legge difficile per rendere la vita più facile». Insomma, quel che si viene prospettando, appare al Papa come un tentativo di infiacchimento, di banalizzazione, di riduzione a piccolo rito consolatorio, dell’intera, eroica e poetica, esperienza cristiana: «Il cristianesimo sarebbe fatto per i temperamenti deboli di forza umana e per i fiacchi di coscienza morale? Per gli uomini imbelli, tiepidi, conformisti, e non curanti delle austere esigenze del Regno di Dio?». La vita e la felicità degli uomini: ecco il terreno su cui si muove l’enciclica, a partire dalla certezza che la Chiesa è essa stessa «maestra d’umanità», d’una umanità piena, concreta, niente affatto angelistica. Rifiutando ogni tentazione, presente in alcuni settori della Chiesa, di snaturare il matrimonio riducendolo a una forma di imperfezione della vita spirituale, Paolo VI ne rivendica dunque la naturale vocazione in quanto espressione di un «amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale. Non è quindi semplice trasporto di istinto e di sentimento, ma anche e principalmente è atto della volontà libera, destinato non solo a mantenersi, ma anche ad accrescersi mediante le gioie e i dolori della vita quotidiana». D’altra parte, contro ogni scorciatoia, contro ogni riduzione, ogni ingerenza dei poteri della scienza e dello stato, Paolo VI difende «il preziosissimo tesoro degli sposi (...) custodito in vasi d’a rg i l l a » . Libertà e carità: sono la natura e il linguaggio di una serena vita matrimoniale e familiare. E se l’amore coniugale non può essere separato dall’amore per la Chiesa, per il prossimo, per il mondo intero, ecco che l’amore degli sposi e di questi per i figli diviene una grande testimonianza a un mondo tribolato. Perché — è l’intimo pensiero di Paolo VI — non potrà mai esserci pace nel mondo se non ci sarà pace nelle famiglie.

© Osservatore Romano - 9 settembre 2018

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