maria maddalena con gesu illustrazione di alexander ivanov museo san pietroburgo russia 01di MANUEL NIN

La tradizione liturgica bizantina, nella celebrazione pasquale della risurrezione del Signore, alla fine dell’ufficiatura del mattutino legge una catechesi, che diventa una vera e propria mistagogia, attribuita a san Giovanni Crisostomo.
È un testo breve e molto bello e profondo in cui troviamo riassunto in qualche modo tutto quello che come cristiani celebriamo e viviamo nella Pasqua del Signore: la misericordia, l’amore, il desiderio, potremo dire l’ansia con cui il Signore vuole accogliere tutti nel banchetto della sua Pasqua, quasi a disegnare le braccia aperte del padre della parabola del figliol prodigo con cui si è iniziato il cammino quaresimale. Dopo i quaranta giorni, segnati dalla preghiera, dal digiuno, dallo «sforzo e lavoro» come lo chiama la tradizione monastica, la breve catechesi crisostomiana diventa quasi un balsamo di misericordia e di consolazione per tutti i cristiani. «Se uno è pio e amico di Dio, goda di questa solennità bella e luminosa. Il servo d’animo buono entri gioioso nella gioia del suo Signore. Chi ha faticato nel digiuno, goda ora il suo denaro. Chi ha lavorato sin dalla prima ora, riceva oggi il giusto salario. Se uno è arrivato dopo la terza ora, celebri grato la festa. Se uno è giunto dopo la sesta ora, non dubiti perché non ne avrà alcun danno. Se uno ha tardato sino all’ora nona, si avvicini senza esitare. Se uno è arrivato solo all’undicesima ora, non tema per la sua lentezza: perché il Sovrano è generoso e accoglie l’ultimo come il primo. Egli concede il riposo a quello dell’undicesima ora, come a chi ha lavorato sin dalla prima. Dell’ultimo ha misericordia, e onora il primo. Dà all’uno e si mostra benevolo con l’altro. Accoglie le opere e gradisce la volontà. Onora l’azione e loda l’intenzione». Il testo inizia con un invito indirizzato a tutti gli uomini a partecipare alla festa, alla Pasqua del Signore. Come una sorta di captatio benevolentiae , l’autore commenta la parabola di Matteo (20, 1-16) del padrone che esce a contrattare i lavoratori, e mette in luce come il digiuno, l’ascesi, la fatica quaresimale sono un «lavoro», uno «sforzo» accolto sempre dal Signore; un’accoglienza la sua però, che va oltre alla prontezza, alla sollecitudine e magari alla lentezza di coloro che lo hanno portato a termine: «Perché il Sovrano è generoso e accoglie l’ultimo come il primo. Dell’ultimo ha misericordia, e onora il primo». La redenzione di Cristo, il suo amore smisurato per gli uomini va dall’accoglienza dell’opera adempiuta, fino alla magnanimità verso il solo desiderio di portarla a termine. Guardiamo le forme verbali presenti nel testo: Lui «accoglie», «gradisce», «onora», «loda». La generosità di Dio va al di sopra del calcolo e dell’impegno umano. «Entrate dunque tutti nella gioia del nostro Signore: primi e secondi, godete la mercede. Ricchi e poveri, danzate in coro insieme. Continenti e indolenti, onorate questo giorno. Quanti avete digiunato e quanti non l’avete fatto, oggi siate lieti. La mensa è ricolma, deliziatevene tutti. Il vitello è abbondante, nessuno se ne vada con la fame. Tutti godete il banchetto della fede. Tutti godete la ricchezza della bontà. Nessuno lamenti la propria miseria, perché è apparso il nostro comune regno. Nessuno pianga le proprie colpe, perché il perdono è sorto dalla tomba. Nessuno tema la morte, perché la morte del Salvatore ci ha liberati». Il testo sottolinea ancora come tutti siamo chiamati al banchetto del Regno, all’abb ondanza della sua mensa, al dono del vitello grasso, simbolo della misericordia e dell’amore sconfinato del Signore verso l’uomo, santo o peccatore, ricco o povero esso sia. Un banchetto che sazia la nostra fame, perdona le nostre colpe, ci risuscita e ci libera dalla morte. Il testo della catechesi mette in evidenza l’accoglienza divina a cui tutti siamo chiamati: continenti e indolenti, digiunanti e non digiunanti, ricchi e poveri. Il Signore non disdegna l’impegno, neppure rifiuta la povertà dello sforzo anche se meschino. Il perdono sorto dalla tomba, sgorgato dalla risurrezione stessa del Signore è elargito a tutti. «Stretto da essa, egli l’ha spenta. Ha spogliato l’ade, colui che nell’ade è disceso. Lo ha amareggiato, dopo che quello aveva gustato la sua carne. Ciò Isaia lo aveva previsto e aveva gridato: L’ade è stato amareggiato, incontrandoti nelle profondità. Amareggiato, perché distrutto. Amareggiato, perché giocato. Amareggiato, perché ucciso. Amareggiato, perché annientato. Amareggiato, perché incatenato. Aveva preso un corpo, e si è trovato davanti Dio. Aveva preso terra e ha incontrato il cielo. Aveva preso ciò che vedeva, ed è caduto per quel che non vedeva. Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Dov’è, o ade, la tua vittoria? È risorto il Cristo, e tu sei stato precipitato. È risorto il Cristo, e i demoni sono caduti. È risorto il Cristo, e gioiscono gli angeli. È risorto il Cristo, e regna la vita. È risorto il Cristo, e non c’è piú nessun morto nei sepolcri. Perché il Cristo risorto dai morti è divenuto primizia dei dormienti. A lui la gloria e il potere per i secoli dei secoli. Amen». La terza parte della catechesi presenta il tema della discesa di Cristo all’ade, servendosi di immagini contrastanti che riescono quasi a dare vita al testo stesso: Cristo accettando la morte, lasciandosi prendere e afferrare da essa, la estingue; entrando nell’ade, lo spoglia di tutto il suo potere; lasciandosi «mangiare/inghiottire» dall’ade, per esso diventa cibo amaro, diventa sconfitta, gioco, beffa, annientamento, catena, disfatta. La vera incarnazione del Verbo di Dio è diventata la causa della sconfitta dell’ade e quindi l’origine della nostra liberazione: «Aveva preso un corpo, e si è trovato davanti Dio. Aveva preso terra e ha incontrato il cielo. Aveva preso ciò che vedeva, ed è caduto per quel che non vedeva». Il testo si conclude con il canto alla vittoria, alla redenzione che Cristo porta a termine con la sua gloriosa risurrezione: «È risorto il Cristo, e i demoni sono caduti. È risorto il Cristo, e gioiscono gli angeli. È risorto il Cristo, e regna la vita. È risorto il Cristo, e non c’è più nessun morto nei sepolcri. Perché il Cristo risorto dai morti è divenuto primizia dei dormienti». La conclusione della catechesi ci riporta al tropario pasquale della tradizione bizantina: «Cristo è risorto dai morti. Con la sua morte ha ucciso la morte. E a coloro che sono nei sepolcri ha fatto dono della vita».

© Osservatore Romano - 1 aprile 2018

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