Rassegna stampa formazione e catechesi

Dio nelle città

Le meditazioni conclusive dell’abate Gianni

Pronti a vivere in mezzo alle città degli uomini e stare dalla parte dei più deboli, senza paura dei «poteri forti», per costruire «la città di Dio» nonostante la storia ci proponga sanguinarie violenze, come la strage in Nuova Zelanda. Perché l’unico «metro» per misurare ogni passo è la parola di Dio, ha suggerito dom Gianni venerdì mattina, 15 marzo, nell’ultima meditazione degli esercizi spirituali proposti al Papa e alla Curia romana nella Casa Divin Maestro ad Ariccia.

Proprio per entrare subito nel cuore della quotidianità della città degli uomini — che è fatta anche, come scrive lucidamente e poeticamente Mario Luzi, di «infamia, di sangue, di indifferenza» — il predicatore ha ricordato il giorno di terrore vissuto in Nuova Zelanda, con il grave atto di violenza contro due moschee che ha causato la morte di almeno 49 persone. Ma, nonostante le tragedie di «una storia sovente sanguinaria, l’umanità intera — ha affermato dom Gianni — è invitata a salire verso la città di Dio, a desiderarla e di fatto anche ad anticiparla. Sognando e pregustando la piena e definitiva comunione di Dio con l’umanità intera».

Lo esprime bene Papa Francesco nella Evangelii gaudium, al numero 71, ricordando che «la nuova Gerusalemme, la Città santa, è la meta verso cui è incamminata l’intera umanità. È interessante che la rivelazione ci dica che la pienezza dell’umanità e della storia si realizza in una città». Segno che, ha aggiunto il predicatore, «il vero mistero e la vera vocazione di una città, ebbe a dire La Pira inaugurando il quartiere fiorentino dell’Isolotto, sono quella comunione di relazione che fa diventare una città famiglia di famiglie».

«Esiste — ha affermato — un solo metro, una sola misura, ce lo dice con grande passione La Pira, attraverso i quali devono essere filtrati tutti i problemi umani, personali, collettivi, storici: è la parola viva di Dio». Sta a noi non far sbiadire «l’esperienza di comunione, di presenza che il Signore, attraverso la sua Chiesa, vuole donare all’umanità intera». Proprio «questo futuro deve ispirarci» ha suggerito il predicatore, riproponendo una bellissima riflessione di La Pira, confidata nel 1953 a una badessa: «se Cristo è risorto, com’è risorto, e se gli uomini e le cose risorgeranno, allora la realtà presente, temporale, è veramente un abbozzo della realtà futura, eterna».

«La nostra vocazione viene dal futuro» ha spiegato dom Gianni. E così «anche la realtà che dobbiamo costruire viene ispirata dal futuro che il Signore pone, grazie alla parola di Dio, come epifania promettente ai nostri momenti di fatica, di disperazione e di rassegnazione».

Gli insegnamenti della Gaudium et spes, in particolare al numero 39, sono sempre di forte attualità: «Il nostro guardare verso l’alto in sostanza — ha spiegato l’abate — non deve significare tradire la terra sulla quale devono collocarsi i nostri piedi». Mettendo da parte «individualismi e interessi particolari», ecco dunque «la prospettiva della Chiesa coesa intorno al Papa, le singole Chiese coese ai vescovi, in una dimensione itinerante, pellegrinante, dove andiamo in cerca — come dice ancora la Gaudium et spes — del Regno con fedeltà, tenacia e pazienza, ma anche con lealtà filiale e fraterna».

Ricordando il pensiero di Benedetto XVI, il predicatore ha fatto anche presente che «l’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana». Un’altra parola di speranza, ha spiegato, viene dalla Laudato si’ di Francesco, dove, al numero 149, si legge che «per gli abitanti di quartieri periferici molto precari, l’esperienza quotidiana di passare dall’affollamento all’anonimato sociale che si vive nelle grandi città, può provocare una sensazione di sradicamento che favorisce comportamenti antisociali e violenza». Tuttavia, ha proseguito, il Papa ricorda anche «che l’amore è più forte: tante persone, in queste condizioni, sono capaci di tessere legami di appartenenza e di convivenza che trasformano l’affollamento in un’esperienza comunitaria in cui si infrangono le pareti dell’io e si superano le barriere dell’egoismo».

Ma la Chiesa, ha aggiunto dom Gianni, non può mai sottrarsi dal dare «una testimonianza di questa esperienza di amore che accade nelle città, se le sappiamo guardare con l’occhio contemplativo generato dalla carità, per propiziare, riconoscere e coltivare gesti, anche se minoritari, di carità nel cuore e nel ventre complesso delle nostre megalopoli».

Per Papa Ratzinger — lo afferma nella Caritas in veritate — «la città dell’uomo non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri: ancor più e ancor prima delle conquiste della modernità, la città dell’uomo è promossa da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. E qui — ha osservato il religioso — siamo interpellati noi, senza esclusione: carità, misericordia e comunione sono munera che il Signore affida alla sua Chiesa». Con l’obiettivo «di edificare una città dell’uomo che assomigli sempre di più alla città che Dio ha in serbo e in sogno per il nostro futuro».

Da questa consapevolezza La Pira ha assunto «una dimensione del servizio politico come sindaco senza paura, con grande coraggio, senza temere quelli che oggi diciamo comunemente “i poteri forti”». Tanto da affermare che un sindaco non può mai, «per paura dei ricchi e dei potenti, abbandonare poveri, sfrattati, licenziati e disoccupati». Del resto, «il Vangelo parla chiaro e nella scelta fra i ricchi e i poveri, fra i potenti e i deboli, fra gli oppressori e gli oppressi, la nostra scelta non ha dubbi: siamo decisamente per i secondi». Perché, diceva La Pira, «dove c’è un povero calpestato, un debole, un oppresso, uno che soffre, lì c’è il Signore e dove c’è il Signore siamo noi: non si sbaglia mai quando si sbaglia per eccesso di generosità e di amore, ma si sbaglia sempre per difetto di comprensione e di amore». Parole forti di un uomo incompreso, come accade spesso ai santi, anche nella Chiesa.

Riproponendo il suo essere monaco nel cuore della città, il predicatore ha invitato l’intera Curia romana a compiere un pellegrinaggio a San Miniato al Monte per vivere, anche fisicamente, l’essenza delle meditazioni condivise negli esercizi spirituali attraverso uno sguardo su Firenze. Un appuntamento proposto anche attraverso i versi della poesia Auguri di Mario Luzi, di cui ha dato lettura a conclusione della meditazione.

Nel pomeriggio di giovedì 14, proprio mentre nel mondo i giovani dei cinque continenti si preparavano a scendere in piazza in difesa dei diritti dell’ambiente, ad Ariccia dom Gianni, nella sua ottava meditazione, ha elevato un intenso canto d’amore per il creato — «il grande dono che il Signore fa al nostro cuore» — la cui contemplazione è divenuta così tappa fondamentale nell’itinerario spirituale proposto in preparazione alla Pasqua.

«Stellò forte la notte» scriveva Mario Luzi nella sua lirica, ammirando in quel firmamento acceso una sorta «di mirabile approvazione, di consenso, per quella stagione di pace e di speranza» che fu l’epoca lapiriana. Da qui è partito il predicatore, e da una serie di rimandi biblici: le stelle che “gioiscono” evocate dal profeta Baruc, il firmamento mostrato ad Abramo al momento della promessa, la stella che nella notte di Natale guidò i magi. Visioni del cielo che parlano di attesa, di gioia e di lode. Tutt’altra cosa della percezione drammatica, disperata, che Cesare Pavese lasciava trapelare scrivendo di una notte in cui «si ascolta il gran vuoto che c’è sotto le stelle». Un cuore «disperato e disperante» che, ha suggerito l’abate, fa pensare al «cuore di tante persone che attendono invece nell’intimo una possibilità nuova di tornare a guardare alla realtà, in una prospettiva finalmente sinfonica, dove le cose, se ci sono, è perché sono il riflesso dell’amoroso e sapiente disegno della creazione di Dio».

Dom Gianni ha invitato a riscoprire l’importanza, anche simbolica, della notte: «un momento in cui siamo invitati a quella vigilanza che il silenzio propizia, in cui anche piccole luci nel cielo possono finalmente essere, se solo abbiamo attenzione, il segno, l’indizio, la traccia di qualcuno che ci sta cercando». E nello spazio fecondo della contemplazione «vale la pena sollevarsi da terra e guardare verso l’alto, fare silenzio per tornare ad ascoltare in profondità quella parola che il Signore non si stanca di proporci». Si tratta di un gesto, ha spiegato il predicatore, a cui rieducare tutti, specialmente i giovani. Tutti ormai abituati alle «notti bianche» riempite di «attività, di divertimento, di commercio». Lo spazio della contemplazione, invece, apre all’uomo nuovi scenari. Come sottolineato a più riprese da Papa Francesco nella Laudato si’: «Contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa». E, ha aggiunto dom Gianni, «possiamo dire che accanto alla rivelazione propriamente detta, contenuta nelle Sacre Scritture, c’è una manifestazione divina, nello sfolgorare del sole e nel calare della notte. Prestando attenzione a questa manifestazione, l’essere umano impara a riconoscere se stesso in relazione alle altre creature».

Purtroppo le città sono, invece, «quasi sempre rumorose; raramente in esse c’è silenzio», i giovani «non si staccano mai dai loro apparecchi musicali», gli abitanti del pianeta vivono «sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura». Perché allora, ha provocato il predicatore rivolgendosi ai presenti, non provare a trascorrere la notte «fra gli alberi di Ariccia» per contemplare le «miriadi di stelle nascoste fra i tanti rami dei pini»? E, citando i versi della poetessa Mariangela Gualtieri — «Noi tutti non siamo solo / terrestri. Lo si vede da come / fa il nido la ghiandaia / da come il ragno tesse il suo teorema / da come tu sei triste / e non sai perché» — ha commentato: «Per noi è scontato. Noi crediamo per grazia e mistero di Dio nella pienezza della rivelazione — è evidente — ma guardate, ci sono tantissime persone che potrebbero ripartire a cercare Dio se permettiamo loro di guardare a una ragnatela e a un nido con uno sguardo di stupore». Invece gli stessi uomini di Chiesa, ha aggiunto, si perdono spesso in superficialità e scarse attenzioni, «preoccupati come siamo di dover fare, di dover agire, di dover pianificare, di dover programmare».

Bisogna, ha detto citando ancora Gualtieri, «ascoltare ciò che manca», cioè «riuscire a dare parola al silenzio» e non dare «per scontato quello che scontato non è». Si tratta di recuperare, in certo senso, quella che per il monaco è un’esperienza fondante: «ritirandosi nel silenzio e nella solitudine, l’uomo, per così dire, si “espone” al reale nella sua nudità, si espone a quell’apparente “vuoto” cui accennavo prima, per sperimentare invece la pienezza, la presenza di Dio, della realtà più reale che ci sia, e che sta oltre la dimensione sensibile». Ed è, questa, «una presenza percepibile in ogni creatura, nell’aria che respiriamo, nella luce che vediamo e che ci scalda, nell’erba, nelle pietre».

Di qui anche un suggerimento, per così dire, pastorale: «avere l’umile coraggio di portare nel cuore del silenzio, nel cuore della notte, i nostri giovani, le persone che ci sembrano lontane, esporle ed esporci al rischio del vuoto, perché solo così finalmente la realtà può tornare ad avere un respiro di mistero e il senso di una potenziale comunione con Dio, creatore di tutte le cose, e con tutti i fratelli che solo l’amore pasquale del Signore Gesù può donarci». Bisogna vivere, cioè, quello che Thomas Merton definiva il «ministero del silenzio», affinché «le persone uscendo da questa griglia oggettiva della doverosità quotidiana, fatta di orari incalzanti, possano riscoprire la grazia di un tempo che si sospende e la possibilità finalmente di alzare lo sguardo verso il cielo e scoprirlo pieno di stelle».

© Osservatore Romano -16 marzo 2019

 

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