Rassegna stampa formazione e catechesi

Dialogare per non essere giovani in pensione

L’incontro con la comunità dell’istituto Barbarigo di Padova

Un momento dell’incontro con la comunità dell’Istituto Barbarigo di Padova

«Ce la metto tutta» è un’espressione che a Papa Francesco piace tanto e che dovrebbe appartenere a ogni giovane. In Argentina si dice «mettere carne sulla griglia», proprio per dare consistenza e sostanza alla vita che deve essere giocata fino in fondo con passione — la stessa dei calciatori in una partita — per non essere come un piatto di pasta in bianco ma senza sale, che non piace proprio a nessuno.

Ha fatto ricorso a immagini chiare e coinvolgenti, oltre che a ricordi e confidenze personali, il Pontefice incontrando, nella mattina di sabato 23 marzo, nella aula Paolo VI, docenti e studenti dell’istituto Barbarigo e dando vita con loro a un vivace «botta e risposta».

Le oltre mille persone giunte in Vaticano da Padova hanno atteso l’arrivo del Papa in un clima di festa tra canti, preghiere, intermezzi musicali e testimonianze di ex allievi che dal Barbarigo, dalla formazione lì ricevuta, dai valori assorbiti, sono partiti e si sono realizzati in vari campi della vita: dallo sport alla politica, dall’imprenditoria alla diplomazia e anche nella missione sacerdotale.

Francesco è arrivato intorno alle ore 12, accompagnato dal canto dell’Alleluja di Haendel. Con orgoglio ed emozione il vescovo Cipolla, nel salutare il Papa, ha provato a spiegare cosa è il Barbarigo: una realtà, ha detto, «radicata nel cuore della città, testimonianza viva dell’impegno educativo e culturale della Chiesa locale» che, con quasi trecento scuole d’ispirazione cattolica offre il suo servizio a circa 20.000 studenti.

Fedele alla sua storia, ha sottolineato monsignor Cipolla, l’istituto «persegue il fine dell’educazione globale degli studenti nella prospettiva del dialogo fra culture, aspira a essere palestra di civiltà e di cittadinanza responsabile»: tutto questo, ha aggiunto, procedendo di pari passo con la sua identità di scuola cattolica, che «nell’orizzonte della fede», opera «attraverso uno stile improntato al messaggio del Vangelo». Così il Barbarigo cerca di aiutare i giovani «a leggere la realtà» nella sua completezza, «anche nella prospettiva cristiana della ricerca di senso». Un istituto che si presenta, quindi, come un «laboratorio non solo di idee, ma anche di fede, capace di dialogare con la ragione e con la scienza». Una scuola aperta al mondo che mira a «valorizzare ogni persona riconoscendone la piena soggettività, la dignità e le libertà personali, accompagnandone la crescita in dialogo con la famiglia».

Il presule ha voluto concludere il suo intervento facendo conoscere a tutti i presenti il testo della benedizione apostolica che il Pontefice ha voluto impartire in occasione del centenario dell’istituto. «La scuola — auspica il Papa — possa continuare a essere luogo di formazione della persona nella sua completezza, secondo i valori del Vangelo e la singolare tradizione educativa della Chiesa di Padova».

A questo punto è cominciato per Francesco il dialogo con i ragazzi. Sofia, che frequenta la terza media, ha parlato della sua prima scelta importante e cioè a quale scuola superiore iscriversi. «Ammetto di aver avuto un po’ paura — ha detto al Papa — anche se sono stata accompagnata dai miei genitori e dai miei insegnanti, che mi hanno spronata a cercare che cosa fosse davvero importante per me, quale fosse il mio sogno di bene». In realtà, ha affermato, «a volte per noi ragazzi non è semplice trovare degli adulti che siano dei punti di riferimento, eppure ne abbiamo tanto bisogno». A Francesco ha chiesto un suggerimento per capire come si fa a fare una scelta «e di chi ci possiamo davvero fidare».

Il punto di riferimento più importante per le scelte, ha risposto il Papa a braccio, un giovane lo trova in se stesso, prendendo per riferimento la coscienza per poi esprimere la propria personalità, soprattutto nell’entusiasmo tipico dell’età. Spirito di entusiasmo, dunque, per guardare con gioia al futuro. Francesco ha suggerito di avere speranza ma anche di saper rischiare nella vita. Un rischio proporzionato, certo, ma pur sempre un rischio, altrimenti non si ottiene nulla.

La giovinezza non è passività, ha insistito il Pontefice mettendo in guardia dal finire per essere “giovani da divano”: passivi, seduti a guardare come passa la storia. Ma dovrebbero essere proprio i giovani a fare la storia.

Attenzione dunque, è la raccomandazione di Francesco, a non essere giovani “in pensione”, che invecchiano già a 22, 23 o 24 anni. Del resto, ha riconosciuto, la giovinezza è uno sforzo tenace per raggiungere mete importanti. E questo stile costa fatica. Infatti nella giovinezza si impara, a proprie spese, che nella vita niente è gratis. Così per andare avanti ci vuole uno sforzo quotidiano per rifiutare quei compromessi che portano alla mediocrità. Perché un giovane mediocre finisce per essere tiepido.

E invece, ha rilanciato, i giovani sono capaci degli slanci più grandi. Per fare questo, però, devono saper dialogare con gli altri — ad esempio gli insegnanti, i sacerdoti, gli educatori — vivendo la vita non da soli ma in una comunità.

Un ruolo centrale nella formazione e nelle scelte dei giovani è quello dei genitori che offrono un’esperienza di vita. Francesco ha invitato anche a parlare con i nonni, che rappresentano le radici. Perché se non ci sono le radici non c’è crescita e si è, appunto, sradicati.

Ha quindi preso la parola Aldo, che frequenta la seconda superiore, e ha presentato al Pontefice l’istituto Barbarigo: «Una scuola dove non solo si studia ma spesso anche ci si confronta sulle grandi domande della vita» e dove «non mancano occasioni nelle quali i docenti ci invitano a interrogarci sulla verità, sulla giustizia, sulla bellezza; proposte che ci permettono di sperimentare la gioia di metterci al servizio degli altri, come il pranzo con le persone bisognose della nostra città che offriamo la terza domenica di Avvento, insieme alla Caritas e alla comunità di Sant’Egidio».

«Viviamo momenti — ha detto Aldo al Papa — nei quali insieme all’animatore spirituale o ai docenti di religione prendiamo in mano il Vangelo e ci lasciamo provocare dall’insegnamento di Gesù. Eppure, soprattutto alla nostra età, è difficile passare all’ascolto e considerare che Gesù è una persona con la quale posso entrare in relazione, ancor più accogliere il fatto che non è stato solo un grande uomo, un grande maestro, ma Dio che si è fatto presente nella storia di ciascuno di noi». Con questo spirito il giovane ha chiesto al Papa se, da ragazzo, «ha incontrato le stesse difficoltà anche sul piano della fede: come le ha superate, chi l’ha aiutata nella ricerca delle risposte?».

Rispondendo ad Aldo, il Pontefice ha innanzitutto rilevato l’importanza di una scuola in cui non si studi e basta ma ci si confronti anche sulle grandi domande della vita. Educazione, infatti, è confrontarsi con i problemi e le bellezze della vita, e non riempire solo la testa di nozioni.

Ecco perché, ha affermato Francesco, è una grande opportunità frequentare una scuola in cui si affrontano le domande sul senso della vita. Oltretutto in questo momento nell’umanità ci sono tante guerre e si vive nella cultura della morte, nella cultura del silenzio complice, nella cultura dello scarto e dell’indifferenza.

I giovani, ha spiegato il Papa, devono avvicinarsi ai problemi reali e non teorici: la gente ha fame e la fame non è teoria. E sarebbe davvero un bel compito da fare a casa, ha proposto, studiare le statistiche per sapere quanti bambini, nelle zone di guerra, muoiono ogni anno di fame e di sete.

Nell’educazione, ha rilanciato Francesco, ci sono tre linguaggi: il linguaggio della testa, il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. Ed è l’armonia dei tre linguaggi nel confronto con la vita che fa crescere la persona.

I giovani, inoltre, devono avere la capacità di porsi le domande che vengono quando si guarda la realtà e non solo quando si studia. A questo proposito il Papa ha confidato di aver vissuto, su suggerimento di suo padre, le sue prime esperienze lavorative durante le vacanze estive, nell’officina di una fabbrica. Il lavoro concreto, ha riconosciuto, fa bene e apre gli occhi.

A presentare la terza domanda, infine, è stato Giovanni, studente del quinto superiore: «Sento che devo compiere scelte importanti per il mio futuro: in questi anni sono stato educato ad aprire la mente e il cuore, a non aver paura di spendermi per gli altri». Tuttavia, ha detto Giovanni, «di fronte alla scelta a volte mi sento solo e smarrito perché nel contesto attuale non si hanno certezze e il nostro domani sembra aleatorio». Di qui la domanda a Francesco: «Che cosa sente di poter consigliare a un giovane che vorrebbe con responsabilità e passione prepararsi ad affrontare il domani? Come faccio a capire che cosa Dio sogna per me?».

Il primo consiglio suggerito dal Papa è quello di pregare con il cuore, di dialogare con il Signore, e non certo come i pappagalli. Ai giovani, ha insistito il Pontefice, Dio affida un compito decisivo nell’affrontare le sfide di questo nostro tempo. Nel preparare il futuro ci sono certamente sfide materiali, ma prima ancora sfide che riguardano la visione dell’uomo.

È fondamentale, ad esempio, ha affermato Francesco, fare scelte lavorative non per riempire le tasche di soldi ma per compiere un servizio alla società.

Davanti alle decisioni importanti, ha riconosciuto, c’è sempre un momento e uno spazio di solitudine. Perché ogni decisione della vita non si prende mai in nome di un altro. E soprattutto non bisogna avere paura della solitudine.

Infine, ha concluso il Pontefice, i giovani devono essere inquieti e appassionati e uniti, mai da soli, per non invecchiare dentro e finire in pensione prima del tempo.

© Osservatore Romano -  24 marzo 2019