Rassegna stampa formazione e catechesi

DI MURI, PONTI, PAPI PREFERITI E #CATTOLICI “DA STADIO”

la croce quotidiano 16 aprile 2016di Paul Freeman

C’è diversità tra i principi non negoziabili e il creare ponti?
Chi afferma i principi non negoziabili erge muri?
Chi cerca di creare ponti nega i principi che non si possono negoziare?
Ad ogni domanda la risposta è no.
Siamo noi, piuttosto, che amiamo, per identificazione proiettiva, magari a seconda del temperamento o del piccolo e circoscritto cammino spirituale compiuto, relegare gli accenti, ad assoluti. Più che persone spirituali, discepoli, in cammino cristiano ed ecclesiale, sembriamo delle povere anime in pena. Anime alla ricerca di un punto fermo che ci rassicuri, più che trovare l’entusiasmo nello Spirito (enthusiasmòs) che ci spinga al donarci.
L’assoluto è Cristo, dono del Padre, nello Spirito Santo e, pastoralmente parlando, priorità primaria è “la salvezza delle anime” (salus animarum).
Posti questi punti fermi possiamo, secondo opportunità, scegliere di volta in volta come muoverci ma senza penalizzare queste “fondamenta”.

Nel papato di papa Benedetto XVI, nell’ondata della grazia del papato precedente, si è giustamente affermato che esistono principi che non si possono valicare, addomesticare, negoziare.
Ed è stato provvidenziale perché è così.
Provvidenziale non per “ieri” ma proprio per i nostri tempi e quelli a venire. Tali principi sono, ancor prima naturalmente che evangelicamente, “preambula evangelii” e “preambula gratiae”, alla base, e non vanno dimenticati. Da essi discendono i valori sociali e le scelte, magari criticabili e sottoposte a discernimento, di opportunità pastorale e, su altro piano, di opportunità politica e di bene comune.

Però, talvolta, di questi “principi” ne abbiamo fatto una moda, un costitutivo dell’essere di Cristo.
Questo ha portato ad una certa rigidità ideologica, identitaria e pastorale e, nel piano dell’opportunità politica, alla “teologia politica”, cioè all’uso politico della religione.

Con il pontificato di Francesco lo slancio è un altro, l’accento è un altro. Creare ponti, non ergere muri. Uscire. Avere la sensibilità dell’ospedale da campo. E’ un accento prezioso da cogliere con umiltà e gioia. L’entusiasmo estatico del dono. Ma anche qui non deve trasformarsi in moda.
Eh, già.
Come esistono gli ipercattolici duri e puri dei principi non negoziabili così esistono gli ipercattolici del misericordismo, del creare ponti ad oltranza, con accenti tipicamente femminilisti della Misericordia.

Che sono tutt’altro che l’aspetto femminile della Misericordia.
La quale non può esistere se non ha accanto i suoi aspetti, per così dire, maschili.
Ad esempio quali sono le prime tre opere di misericordia spirituale?
1 - Consigliare i dubbiosi;
2 - Insegnare agli ignoranti;
3 - Ammonire i peccatori.
Per la loro connotazione potremmo dirli chiaramente “maschili”.
Guai, dunque, a separare, nella misericordia, le due polarità, maschile e femminile. In una epoca così fortemente connotata dall’ideologia femminilistica, di femminile deviato, e carente di paternità, è veramente deleterio e mortifero. Se i “costruttori di ponti ad oltranza”, i fanatici del non “ergere i muri”, “dell’ospedale da Campo”, ecc. sposano questi criteri senza il dono della Verità, nel contempo, non costruiscono ponti ma viadotti pericolanti, come certi architetti folli ed aziende edili fraudolente.
E chi può dar loro credito?

Non creano il vero dialogo e la trascendenza che esso comporta, ma l’impantanamento con la mentalità del mondo. Fallendo l’incarnazione. Bestemmiandola, nello stesso modo dei “duri e puri” della “lettera”. Diventando, essi stessi, ipercattolici del vuoto e del mellifluo.
Nell’ospedale da campo non curano nessuno, ma fanno morire tutti. In politica anch’essi strumentalizzano ideologicamente i valori dell’accoglienza, del dialogo e della misericordia, creando una teologia politica avversa alla precedente ma anch’essa viziata nell’uso politico della religione. Alimentando confusione su confusione.
E questo avviene, talvolta, nei giornali di informazione cattolica; nei quotidiani ufficiali. Nei convegni, nei piani pastorali Diocesani e locali, nelle comunità e nelle parrocchie.
La moda è moda, trascina facilmente, rassicura il personale e collettivo “bisogno di identità”.
La realtà dunque non sono tanto i pontificati, e gli accenti che la Provvidenza dona tramite Pietro, ma la tendenza del nostro cuore ad essere “ladro” (Arum in ebraico), come il “serpente antico”, ladro di bene, come Giuda. Cioè idolatra. Che come un’edera infeconda, come una gramigna, ruba e si impossessa di tutto piegandolo ad ideologia.

Cerco un centro di gravità” sembra urlare costantemente il nostro cuore ma fa di tutto per negare Cristo e la salvezza delle anime. E si attacca nell’abbraccio mortale “dell’assoluto degli accenti”, trasformandoli in ideologie.
Sceglie, qualche volta, il piccolo orizzonte di non amare Pietro bramando, piuttosto, un leader che salva. Pietro però è servo dei servi ed indica Cristo, non le mode. È un uomo, povero, che ha il compito (e la grazia di stato) di confermare i fedeli nella Fede, nell’orchestrazione dei carismi. Siamo noi che proiettiamo in Pietro un manto di perfezione che egli non può avere, non amandolo e rispettandolo in Cristo ma cercando, in definitiva, un pass rassicurante per la nostra autostima e per la nostra povera fede. “Signore non t’importa che moriamo?!” (Mc. 4,38).
Tra l’altro, se siamo onesti e carichi di lucida fiducia, vediamo che anche nelle peggiori ere del pontificato, nella storia della Chiesa, la barca della Chiesa è sempre stata guidata su un porto sicuro. Perché Pietro è importante grazie a Cristo, nonostante Pietro.

Purtroppo noi, creati buoni, siamo feriti dal peccato. Anche quello di origine, di cui si parla pochissimo. L’effetto è quello di non vedere quanto siamo ladri e manipolatori di bene, proiettando costantemente mode ed isterie.
Dobbiamo forse essere ciechi davanti alle evidenti contraddizioni? Quelle che vediamo nei pastori, persino in Pietro? No.
Ma dobbiamo parlare secondo opportunità e temperanza, per costruire, per principi, e non per mendicare autostima e attenzione.
Mortificando grandemente la nostra incessabile voglia di identità.

Ecco cosa diciamo a noi stessi sub-liminalmente: Critico dunque sono. La critica mi definisce in quanto unicità pensante ed esistente e pertanto mi rende degno di stima.
Noi non ci rendiamo conto neanche lontanamente di quanto siamo malati in questo. Perché il “principio di identità” è legato al nostro essere ad “immagine di Dio”, non è mai sazio.
Dopo il peccato di origine porta, scoscesamente, alla superbia.
E va stanato, con l’umiltà e le umiliazioni. Con la Sapienza della Croce.
Ce la dobbiamo ripetere spesso la realtà delle cose: “Tu solo Dio sei, ed io sono perché tu mi ami”.
Con Francesco di Assisi, ritmiamoci al “Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?”. (FF 1915)
“E’ il tuo amore, Signore, che mi definisce nell’essere. Non è ciò che faccio, ciò che dico, ciò che scrivo, ciò che compiono le mie mani; ma tu, solo tu, mio Signore e mio Dio.”

L’opportunità, dunque, non è opportunismo. Ma la franchezza di Paolo a Pietro quando Pietro può ascoltare e quando Paolo non divide; ma discerne e rimane nella comunione.
I sottoboschi isterici (e social) della mormorazione non servono a nessuno. Anzi, fanno il gioco del divisore. Che, prima che dividere, distrae dal bene presente. L’opportunità, inoltre, è consapevole che la parola più forte non è data dalla Parola annunciata, ma dalla Preghiera. Dal sacrificio di sé e dal digiuno. Digiuno anche della nostra parola.
Questo restituisce il primato a Dio della storia. Dio ama che lo riconosciamo Signore della Storia. Sia personale che comunitaria.
Questo perché così siamo realmente nudi, spogliati, poveri. Così Dio muove la storia della Chiesa. E anche il rimprovero, se necessario, dev’essere motivato più dall’obbedienza profonda a Dio, che dalle passioni. La temperanza originale, che abbiamo perso con il peccato d’origine, non ci fa cogliere questo.
Ma in principio (Bereshit) non era così. A questo occorre tornare (shuv), in perenne conversione, di mente e di cuore. Infatti la grazia redentrice, se non la manipoliamo e la cosifichiamo, fa in modo di far asservire le nostre passioni al bene ed alla ragione.
Con un privilegio che non hanno gli angeli: il lottare con Lei, per Lei, in Lei, per obbedire allo Spirito e al debito che abbiamo con Lui (Rm. 8, 12).

Dunque in ogni pontificato cerchiamo e vediamo gli accenti buoni che lo Spirito dona e non la proiezione delle nostre sensibilità e neanche la rassicurazione delle mode. Ma unendo tali accenti al Magistero sempre presente ed all’equilibrio sempre fecondo dell’ineludibile legame tra Carità e Verità.

Non fissiamoci ottusamente sui conflitti, sul fatto che “morte e vita si sono affrontate in un duello straordinario” (mors et vita duello, conflixere mirando) ma sul fatto che “il Signore è veramente Risorto” (Scimus Christus surrexisse). E’ vivo ed è in mezzo a noi. Nonostante noi e le nostre involuzioni idolatriche, presenti in ogni pontificato.

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 16 aprile 2016

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