Rassegna stampa formazione e catechesi

Daniélou e la mistica

jean-danielouIl 9 maggio a Roma, alla Pontificia Università della Santa Croce, si svolge la giornata di studi «Finestre aperte sul mistero. Il pensiero di Jean Daniélou » organizzata in collaborazione con la Fraternità San Carlo. Anticipiamo la sintesi di una delle relazioni.

di YSABEL DE ANDÍA*

Jean Daniélou ha affrontato la questione delle mistiche non cristiane in diversi testi, tra cui il suo piccolo libro Miti pagani e mistero cristiano, pubblicato nel 1966. Per Daniélou ogni religione è costituita da riti, miti e mistica. «Il problema della mistica comparata è un problema immenso e appassionante, e uno di quelli che ci interessa di più. È evidente che siamo in presenza di una straordinaria analogia, in primo luogo tra le testimonianze dei mistici induisti, i mistici cristiani e i mistici musulmani. Ci sono grandi mistici in tutte le religioni. (...) Il dogma è un’e s p re s s i o - ne intellettuale. Il rito è un’e s p re s - sione attiva. Qui siamo nell’o rd i n e dell’esperienza, l’uomo che afferra interiormente Dio al termine di uno sforzo di purificazione e di purificazione ». In seguito Daniélou fa l’esempio della preghiera: «Questa esperienza interiore si esprime nelle sue forme supreme in ciò che si chiama mistica. Voglio dire che l’esperienza spirituale — la preghiera — è altrettanto estesa che l’umanità tutta intera. I peccatori pregano come i santi, i bambini come i vecchi. La preghiera è coestensiva all’esperienza umana integrale. Ma la mistica è qualcosa di più. Essa è lo sforzo dell’uomo per pervenire a una unione più perfetta con Dio, a fondersi con Lui». «Nell’insieme delle religioni pagane la mistica appare come una via di unione con la divinità. Se l’anima rientra in se stessa, è là che essa ritrova, al di là di se stessa, in qualche modo, la misteriosa sorgente da cui emana. C’è un certo afferrare Dio attraverso questa esperienza interiore. E questo afferrare è essenzialmente legato al fatto che c’è tra l’anima e Dio una fondamentale relazione, in modo che, attraverso questo ritorno a se stessa, l’anima può ritrovare una certa presenza di questo Dio da cui ogni istante essa zampilla come dalla sua sorgente. Poiché “e s i s t e re ” è in ogni istante riceversi da Dio». La Combe ha intitolato il suo libro sulla mistica indù Esperienza di sé, per mostrare che la più alta esperienza è quella del Sé, origine e vertice dove l’Atman e il Braham coincidono. Jean Daniélou è stato molto attento all’esperienza mistica indù a causa del passaggio di suo fratello Alain all’induismo. Per questo tiene a rimarcare le differenze tra la mistica naturale e l’esperienza mistica cristiana. E cioè che le prime sono una tecnica di interiorità senza grazia, mentre le seconde sono il dono che Dio fa nel Cristo: «La caratteristica essenziale dal punto di vista della differenza è che le mistiche naturali presentano una tecnica di interiorità in modo che è attraverso il proprio sforzo che l’uomo finisce per arrivare al termine, mentre l’esp erienza mistica cristiana è essenzialmente un dono a cui bisogna aprirsi, ma che oltrepassa assolutamente tutto ciò che l’uomo potrebbe afferrare con le proprie forze. (...) La mistica cristiana realizza in lui questa sorta di irruzione di una presenza estranea che lo travolge e con la quale egli si sente attirato a entrare in una comunione di amore. Noi abbiamo qui di nuovo un esempio del modo in cui il dono di Dio nel Cristo riprende in qualche modo l’esperienza naturale per portarla al suo compimento ». Ne Il mistero della salvezza delle nazioni (1946) fa propria la concezione delle “pietre di attesa”, che sarebbero le religioni non cristiane, potendo soltanto il Cristo realizzare il compimento delle aspirazioni religiose dell’umanità. La fondazione del Circolo San Giovanni Battista mostra il suo interesse di dialogo con le religioni non cristiane. Nel bollettino del Circolo (1949) ritorna su questa prima rivelazione di Dio nell’alleanza di Noè, l’alleanza cosmica. Si è costantemente attaccato al posto che hanno le religioni non cristiane nella storia della salvezza. Ricuperando la tesi del Homo religiosus, Daniélou fa del religioso una proprietà costitutiva dell’essere umano Parla della conoscenza naturale di Dio, ma non parla mai, come Maritain, di una mistica naturale e di una mistica sovrannaturale. Daniélou insiste sul fatto che le religioni in quanto tali non salvano. La salvezza è donata dal Cristo. Ne La fede di sempre e l’uomo di oggi (1969) Daniélou mette in guardia contro le derive delle mistiche orientali: «La mistica è questa sete inerente al cuore di ogni uomo di avere una certa unione con l’Assoluto. Ma essa non può essere separata dalla verità: se questa mistica non è l’i n c o n t ro con il Dio vivente, tale quale si è rivelato in Gesù Cristo, se essa non è l’aspetto interiore di ciò cui il Cristo è il contenuto oggettivo, sappiamo bene come questa mistica può perdersi. È questo che succede molto spesso in certe mistiche orientali, o nelle esperienze che vediamo in certe anime, avide di equilibrio interiore, ma che non ci arrivano, perché non fanno queste esperienze nella luce della verità. Occorre unire nello stesso tempo l’adesione intellettuale alla verità e l’esperienza interiore della vita, poiché sono inseparabili». Nel tempo che abbiamo visto sopra Daniélou distingueva le mistiche non cristiane dalla mistica cristiana, attraverso il concetto di salvezza: solo Gesù Cristo salva, e non c’è che un solo Salvatore. In questo ultimo testo insiste sul concetto di verità: la mistica non è soltanto un’esp erienza di Dio, come si incontra in tutte le religioni, ma è inseparabile dalla verità che è Gesù Cristo, via, verità e vita. Il che significa per lui che solo la mistica cristiana è vera.


*Centre national de la recherche scientifique, Paris

© Osservatore Romano - 9 maggio 2012