Rassegna stampa formazione e catechesi

Dalla filosofia ellenistica alla teologia cristiana

volto Jesudi ALFIO CRISTAUDO

La lezione di Ratisbona, tenuta da Benedetto XVI il 12 settembre 2006, ha consegnato alla riflessione teologica l’approfondimento di alcune questioni ancora oggi dibattute: l’ellenizzazione del cristianesimo e dunque la liceità o meno degli odierni tentativi di de-ellenizzazione del messaggio evangelico, i limiti dell’applicazione del metodo storico-critico, le conseguenze annesse al valore universale della professione di fede in Cristo, soprattutto rispetto al rapporto con le altre religioni, infine la sua inculturazione.
Il fondamento per ribadire l’intrinseco legame, ritenuto provvidenziale, che lega strutturalmente la fede cristiana alla filosofia greca, veniva ravvisato da papa Ratzinger nell’uso giovanneo del sostantivo lògos , riletto in accordo alla semantica della razionalità. Tuttavia proprio la ripresa di questo termine da parte dell’autore del prologo del quarto vangelo costituisce uno degli elementi sintomatici per valutare il problema della cosiddetta ellenizzazione del cristianesimo: la questione consiste nel comprendere se il messaggio evangelico abbia recepito passivamente l’influenza della cultura ellenica, al punto da rimanerne snaturato, oppure se, nell’assunzione di termini e di categorie appartenenti al bagaglio concettuale del contesto culturale grecoromano, la prima comunità cristiana abbia filtrato attivamente le categorie linguistiche adoperate, tenendo conto delle esigenze primarie della fede professata. Mediante un’indagine storica e letteraria che parte dalla filosofia greca, con particolare attenzione al platonismo, allo stoicismo e al medioplatonismo, per giungere agli apologisti cristiani del II secolo, lo sviluppo semantico dei termini noùs , lògos e pnèuma permette di ripercorrere la formazione delle definizioni dogmatiche professate dalla Chiesa antica, investendo i campi della teologia trinitaria, della cristologia, dell’antropologia, nonché dell’angelologia e della dottrina della c re a z i o n e . L’analisi complessiva delle fonti rivela il carattere inadeguato dell’antica categoria di ellenizzazione: le prime comunità cristiane, mediante l’adozione della lingua greca, intesero ricollegarsi idealmente all’esperienza del giudaismo ellenistico di area alessandrina, ovvero all’esplicito programma di mediazione tra la Scrittura giudaica e le istanze fondamentali della filosofia e della cultura greca; ebbene, tanto da parte giudaica quanto da parte cristiana, nella conduzione di questo processo di mediazione, si coglie la tendenza a modificare o addirittura a correggere la portata semantica di alcuni sostantivi desunti dalla tradizione greca; non che ciò significhi la negazione dell’influsso ellenico sull’originario nucleo del messaggio biblico, tuttavia la vitalità della nuova fede contribuì a legittimare alcuni processi di trasformazione culturale, che arrivarono a conseguire effetti di portata epocale. Nel passaggio del termine noùs dall’ambito della filosofia greca a quello giudaico, come pure nella ricezione cristiana, l’accoglienza della fede biblica comportò la riduzione del noùs al livello delle realtà creaturali e contingenti. Il sostantivo pnèuma abbandona gradualmente l’accezione materiale per passare a indicare la dimensione trascendente e incorporea: anzi, nell’epistolario paolino, il pnèuma designa l’irruzione della potenza divina in opposizione alla carnalità peccatrice dell’uomo terreno, aspetto ulteriormente esasperato nella mentalità gnostica mediante l’identificazione della natura pneumatica con la realtà divina ed eccedente, strutturalmente estranea, se non addirittura ostile, alla sensibilità e alla materia. Infine, se nella filosofia greca il lògos è lo strumento per la comunicazione del pensiero, il prologo del quarto vangelo associa alla ripresa di questo termine la concezione veterotestamentaria della parola creatrice, rifusa insieme alla rappresentazione della Sapienza personificata: così il sostantivo lògos viene usato come titolo personale del Figlio di Dio preesistente. Gli apologisti, per descrivere la generazione del Figlio dal Padre, presuppongono la conoscenza della coppia categoriale lògos endiàthetos e lògos prophorikòs (cioè “i n t e r i o re ” e “p ro f e r i t o ”) formalizzata intorno alla metà del II secolo avanti l’era cristiana nel contesto della diatriba tra stoici e accademici sul problema della razionalità degli animali: in questo modo, il doppio stadio del ragionamento, prima concepito interiormente nel dialogo dell’anima con se stessa e poi proferito, costituisce un termine analogico per spiegare il rapporto che lega il Logos mediatore a Dio. Insomma lo sviluppo semantico dei sostantivi noùs , lògos e pnèuma dimostra che la formazione del dogma si configura come un processo creativo, caratterizzato dalla disattivazione semantica e dalla successiva assunzione dei concetti e delle categorie appartenenti all’immaginario culturale collettivo. Inoltre, se gli apologisti ritennero di esprimere adeguatamente il rapporto che lega il Logos al Padre secondo il modello del doppio stadio, poi superato da Origene mediante l’i n t ro duzione del concetto di generazione eterna, la professione di fede nicena, di fronte al pericolo rappresentato dall’eresia ariana, interpretò il rapporto tra Dio e il Logos ricorrendo alla categoria della consustanzialità: così, il modello del doppio stadio, con il mutare delle condizioni della vita cristiana, divenne talmente inadeguato da essere esplicitamente rigettato da Atanasio e formalmente condannato come eretico dal concilio di Sirmio del 351. Le differenti fasi messe in evidenza dall’esame storico delle fonti potrebbero indurre a concludere che lo sviluppo del dogma coincida con la sovrapposizione di elementi estranei alla fede evangelica originaria; in realtà gli stessi risultati, se considerati secondo un criterio di comprensione teologica, rimandano all’esistenza dell’unico soggetto Chiesa, che procede nel tentativo di comprendere e di definire sempre meglio l’identità di Cristo, soprattutto rispetto al dato di fede nell’unicità di Dio: in questa operazione i maestri cristiani adottarono di volta in volta i modelli linguistici e categoriali ritenuti più adeguati. E ciò al solo scopo di esprimere l’unica e medesima fede nel Cristo dell’annuncio evangelico, l’inviato di Dio per la salvezza del mondo.

© Osservatore Romano - 10 marzo 2018

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