san bonaventura 15A cura di P. Pietro Messa, ofm

Allegati a compendio del Centenario:

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Frati minori nel mondo e nella Chiesa -  Con San Bonaventura da Bagnoregio
Ricorre quest’anno l’ottavo centenario della nascita di san Bonaventura, autorevole protagonista della Famiglia Francescana. Egli vede la luce intorno al 1217 a Civita di Bagnoregio, nella Tuscia romana, nei pressi di Orvieto (Italia). Nel 1245, già laureato nelle arti, entra nell’Ordine avvinto dalle riflessioni di Alessandro d’Hales, a sua volta passato dalla cattedra al chiostro, attratto dalla spiritualità francescana; nel 1255 è maestro di teologia a Parigi; nel 1257 viene eletto ministro generale; nel 1272 è nominato cardinale della Chiesa e vescovo di Albano con il compito di preparare il Concilio di Lione, durante la cui celebrazione muore il 15 luglio del 1274. Le sue opere, contenute nei 9 volumi dell’Opera Omnia di Quaracchi, sono state pubblicate tra il 1882 e il 1902.

Per Bonaventura l’uomo è l’essere dei desideri, quelli grandi, quelli che coinvolgono l’intelligenza e l’affetto, e che vogliono scoprire e godere la bellezza di tutte le cose, quella loro armonia che rinvia ad altro da sé.1 Nello stesso tempo, l’uomo dei desideri bonaventuriano è l’essere che accetta la fatica del cammino, mosso da quella nostalgia che gli fa intuire la presenza di una risposta di senso in tutto quello che ha davanti a sé. Egli sa che dentro il suo mondo, nella pluriformità del suo mostrarsi, emerge e appare un’unica e costante presenza dalla quale tutto viene e alla quale tutto ritorna. In tutto ciò, Gesù Cristo rappresenta per Bonaventura il centro della possibile unità di tutte le cose (cristocentrismo), perché in lui tutto ha avuto la sua origine e il suo compimento, e, allo stesso tempo, da lui il desiderio dell’uomo trova la direzione per incamminarsi verso la risposta cercata e aspettata.

Il desiderio di scoprire e vivere questa unità tra Dio e il mondo si è concretizzato in Bonaventura in tre grandi ambiti della sua esistenza cristiana: nell’esperienza ascetica e mistica della ricerca del volto di Dio scoperto nell’umanità di Cristo (1.), nel dialogo culturale con gli uomini del suo tempo per porre in unità fede e ragione (2.) e, infine, nel suo impegno a vantaggio dell’Ordine minoritico, per mantenerlo uno strumento fedele a Francesco e al servizio della Chiesa (3.).

Bonaventura è stato innanzitutto un “uomo di Dio” diventando “guida spirituale” agli uomini. Lo attestano i numerosi scritti spirituali sia di tipo ascetico2 che devozionale3. Con i primi egli tenta di organizzare dei processi ordinati e graduali, fatti anche di dinamiche spazio-temporali, attraverso le quali avvicinarci progressivamente a Dio. Con gli scritti poi di carattere devozionale, egli persegue l’obbiettivo di stimolarci all’amore di Dio, orientando lo sguardo dell’affetto sulla vita di Cristo, in particolare contemplandone l’umanità. Qui come in tutti i suoi scritti, il Dottore serafico si mostra profondamente radicato nella Parola di Dio, di cui egli stesso si nutriva nella lettura assidua e meditazione sulla Bibbia.

Tra i molti aspetti degni di nota, uno emerge con più forza: nella vita spirituale l’amore di Dio non può essere pura emozionalità e istintività affettiva, ma necessita di forme e di itinerari consapevoli che dispongano l’anima alla meraviglia. Senza un processo ordinato di carattere ascetico, l’animo umano con difficoltà potrà creare quella quiete e tranquillità che gli permetterà di ascoltare, vedere, gustare, odorare e toccare il mistero di Dio. Non si tratta per Bonaventura di “conquistare” Dio ma di “lasciarsi trovare”, disponendosi alla sorpresa imponderabile dell’incontro con Lui.

Inoltre, Bonaventura ricorda alla nostra vita di “religiosi” un secondo importante elemento: il mondo, ieri come oggi, ha bisogno di “maestri di spirito”, uomini e donne capaci di aiutare con la loro testimonianza di vita gli altri nel processo verso l’esperienza di Dio. Questa proposta di “formazione spirituale”, però, deve essere il frutto di una vera e profonda esperienza personale, per dare a quegli itinerari spirituali un sapore prettamente francescano. Sì, il mondo ha bisogno di contemplativi, che però siano capaci di annunciare la gioia del Vangelo e la bellezza del vivere il carisma francescano in fraternità. La nostra tradizione spirituale, fatta di luoghi e di grandi figure di santità e di dottrina, ha una ricchezza alla quale il mondo di oggi riconosce un’autentica efficacia per un itinerario di effettiva crescita spirituale.

Bonaventura è stato anche maestro universitario. Il desiderio di Dio, quale fonte di stupore e di affetto spirituale, ha trovato in lui un diretto prolungamento nel dialogo appassionato con la cultura del tempo4. La sua lezione magistrale è animata da una duplice verità: l’uomo è fatto per giungere alla sapienza di Dio, cioè al gusto saporoso di Lui, ma tale punto di arrivo è possibile solo attraverso lo strumento dell’intelligenza, via alla verità sapienziale. Nel contesto del mondo universitario della metà del XIII secolo, si imponeva, infatti, la difficile questione di come conciliare filosofia e teologia, ragione e fede, intelligenza e affetto, conoscenza ed amore.5 Il pericolo era quello di ritenere paralleli i due momenti conoscitivi, con il grave rischio di giungere ad una doppia verità, quella filosofica e quella teologica, l’una estranea all’altra o l’una in conflitto con l’altra. La soluzione bonaventuriana passa attraverso due grandi nuclei di pensiero: l’uomo è un itinerante che si incammina progressivamente verso l’Uno, il Vero e il Buono – è il mistero trinitario risplendente in tutte le cose – e insieme è accompagnato dalla verità stessa che è il Cristo, dottore interiore che illumina ogni uomo che viene al mondo. Dunque, Bonaventura non scomunica le novità filosofiche legate ad Aristotele, ma tenta di integrarle all’interno di un unico e progressivo cammino che la mente, mossa dal desiderio del cuore e sorretta dall’intelligenza, intraprende verso Dio. Un principio fondamentale, che Bonaventura ricorda ai suoi contemporanei, è il seguente: l’intelligenza è via alla sapienza, ma, se si chiude in se stessa, cade immancabilmente nell’errore.

A noi francescani del XXI secolo, immersi in un mondo dominato da un sapere scientifico-tecnico tanto ampio e potente quanto apparentemente indifferente ad un Oltre e ad un Altro, il santo di Bagnoregio propone due fondamentali strategie. Innanzitutto ci chiede di assumere un atteggiamento di vero e appassionato dialogo, con uno sguardo positivo e di grande stima nei confronti delle capacità umane, riconoscendo in esse manifestazioni sicure della bellezza che Dio ha impresso nel creato e nell’uomo. Ogni atteggiamento di contrapposizione e di scomunica del mondo e delle sue capacità scientifiche e tecniche, con le sue esigenze di conoscenza e di sviluppo, non appartiene alla visione di Bonaventura: in tutta la realtà appare il mistero di Dio uno e trino, perché in ogni cosa vi è un’orma della sua presenza, e l’uomo ha la capacità di scoprirne il senso e di dirne la bellezza.

Al contempo, però, egli ci invita a svolgere nei confronti di questo mondo un servizio di apertura al trascendente, ricordando agli uomini di oggi due importanti e incoraggianti verità. Innanzitutto, in ogni processo conoscitivo della realtà l’uomo è costantemente incamminato verso una verità più profonda, verso quella verità che compone in unità i frammenti, sparsi qua e là, e rinvia ad una pienezza e compimento che supera l’intelletto e chiede l’affetto. Una chiusura consapevole a tale orizzonte infinito condannerebbe l’uomo ad una scienza e tecnica senza anima e senza speranza. Inoltre, in ogni nostro sforzo verso l’unità, la verità e il bene è vivo e operante il mistero trinitario dell’amore divino. Con la certezza della fede occorre annunciare che in ogni processo a favore di un mondo migliore e più umano è all’opera il mistero redentivo di Cristo, donatosi senza riserve ad ogni uomo in ogni tempo.6

Bonaventura, infine, ha assunto la responsabilità dell’Ordine – egli viene eletto nel 1257 ministro generale per restare in carica fino alla morte (1274). Ciò rivela la grande stima che i frati avevano di lui, ritenuto irrinunciabile dono per la vita dell’Ordine in un periodo di rapida e prodigiosa diffusione7.

Innanzitutto, egli volle aiutare i frati a ritrovare il loro legame ideale con Francesco, per poter vivere con più fedeltà la loro scelta religiosa. Si trattava di riproporre quegli ideali lasciati in eredità dal Santo di Assisi, perché fossero motivo di crescita spirituale e di comunione, non di conflitto e di disordine. La povertà, l’umiltà, la fedeltà agli impegni quotidiani, la vita di preghiera e fraterna, oltre ad uno stile semplice e modesto di vita, costituivano i richiami offerti ad un Ordine che stava rischiando di smarrirsi a motivo del prestigio e del potere riscossi dai frati all’interno della Chiesa e della società. In tal senso importantissima fu la riscrittura della vita di Francesco da parte di Bonaventura: senza questo modello di bellezza, nel quale risplende l’amore mistico di Dio e l’impegno generoso per il mondo nella comunione con il Cristo povero, i frati avrebbero condotto a fatica un’autentica vita minoritica.

Oltre che curare la qualità della vita interna della famiglia francescana, egli si preoccupò di disporre i frati a porsi al servizio dei bisogni culturali e pastorali della cristianità organizzando e sostenendo rigorosi percorsi di studio. Si trattava di continuare quella scelta assunta da Francesco anche in risposta alle esigenze di riforma proclamate nel 1215 dal concilio Lateranense IV. Bonaventura sentiva l’urgenza di richiamare i frati ad essere al servizio della Chiesa universale, mettendo a disposizione preparazione culturale e pastorale, senza farne motivo di vanto o di concorrenza con le chiese locali. Liberi da meccanismi di rivalità e dal desiderio di potere, i frati dovevano diventare una parola buona e luminosa, caratterizzata dall’umiltà e dalla competenza, in linea con le attese dei tempi e le esigenze del Vangelo.

Bonaventura, dunque, ci invita a compiere due grandi scelte. Innanzitutto esorta a ridestare e a difendere il legame con un ideale di vita evangelica che ha in Francesco un modello unico. Ciò consente di essere frati aperti alle esigenze di questo mondo, capaci di portare una parola caratterizzata da semplicità, letizia e minorità, fraternità e profezia. Inoltre, la nostra presenza dentro la Chiesa deve essere animata da intelligenza teologica, preparazione pastorale e impegno apostolico. In breve, egli ci ricorda che per essere sale e luce della terra, con un sapore propriamente “francescano”, occorre essere annunciatori non solo credibili per lo stile di vita ma anche “competenti” nel modo di proporre la parola che salva.8

Se vogliamo essere ancora i frati della gente, uomini che portano sulle strade del mondo una buona notizia, Bonaventura ci ricorda che tre sono gli elementi irrinunciabili della nostra vita francescana: un rapporto costante e credibile con il mistero dell’amore di Dio; una vita fraterna nella quale risplenda un’umanità riconciliata e segnata dalla pace; infine una preparazione culturale seria che ci permetta di dialogare con competenza ed efficacia con il nostro mondo. E in tutto questo non si tratta di rifare un grande Ordine, ma, forse, di accettare con umiltà la nostra attuale povertà di numeri e di presenze, e così, aiutati da un rinnovato sguardo su Francesco, ritornare ad essere semplicemente e veramente “frati minori”. È da qui che occorre ripartire per rimetterci in cammino con passione, intelligenza e generosità, nel desiderio di far risuonare quella buona parola evangelica, realizzata da Francesco e riproposta da Bonaventura, una parola capace, attraverso le nostre opere e i nostri discorsi, di toccare la mente e il cuore del mondo contemporaneo, assetato di speranza e desideroso ancora di guardare Oltre per incontrare l’Altro.

Conclusione

Una figura metaforica molto presente nei testi di Bonaventura è quella del circolo, utilizzata per indicare l’indole del movimento che regna tra Dio e l’uomo. Il rapporto tra di essi, più che verticale, è di carattere circolare, dove sia Dio che l’uomo, sono animati da una convergente ricerca dell’uno verso l’altro: due pellegrini legati dallo stesso desiderio di comunione. All’uomo che si pone in cammino risponde la sollecitudine di Colui che si è fatto pellegrino per incontrarlo là dove è. L’ultimo atto dell’itineranza intellettiva e affettiva non sarà “com-prendere” per dominare, ma essere compresi, anzi abbracciati da Colui che, per solo amore, è tra noi, lasciandosi incontrare in ogni nostro sforzo a favore dell’unità, della verità, e della bontà. Questo il messaggio, urgente e incisivo, che Bonaventura ci invita ad assimilare e a trasmettere, segno della nostra presenza in questa difficile età di rapidi cambiamenti. Ci aiuti san Bonaventura a “dispiegare le ali” della speranza che ci spinge ad essere, come lui, incessanti cercatori di Dio, cantori delle bellezze del creato e testimoni di quell’Amore e di quella Bellezza che “tutto muove”.

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1 “Infatti l’anima non è contemplativa senza un desiderio vivace. Dunque il desiderio dispone l’anima ad accogliere l’illuminazione.” (Collationes in Hexaëmeron 22, 29)

2 Ricordiamo alcuni tra i principali testi: La triplice via, Il soliloquio, La perfezione della vita descritta alle suore, Il governo dell’anima, Il tratto della preparazione alla messa.

3 Il legno della vita; Le cinque feste di Gesù bambino; L’ufficio della passione e La vite mistica.

4 Oltre al monumentale Commento alle sentenze, ricordiamo solo alcuni opuscoli teologici: La riduzione delle arti alla teologia; L’itinerario della mente a Dio; I sette doni dello Spirito santo; le Collationes in Hexaëmeron.

5 “Pertanto esorto il lettore, prima di tutto, al gemito della preghiera per il Cristo crocifisso, e ciò perché non creda che gli basti la lettura senza l’unzione, la speculazione senza la devozione, la ricerca senza l’ammirazione, la considerazione senza l’esultanza, l’industria senza la pietà, la scienza senza la carità, l’intelligenza senza l’umiltà, lo studio senza la grazia divina, lo specchio senza la sapienza divinamente ispirata.” (Itinerarium mentis in Deum, prol. 4)

6 “Il santo francescano [Bonaventura] ci insegna che ogni creatura porta in sé una struttura propriamente trinitaria, così reale che potrebbe essere spontaneamente contemplata se lo sguardo dell’essere umano non fosse limitato, oscuro e fragile. In questo modo ci indica la sfida di provare a leggere la realtà in chiave trinitaria.” (Laudato si’ 239)

7 Costituzioni di Narbona, Leggenda maggiore e Leggenda minore di Francesco, e l’Apologia dei poveri.

8 “In ciò consiste lo studio del sapiente: che il nostro studio non si diriga se non verso Dio, il quale è il totalmente desiderabile.” (Collationes in Hexaëmeron 19,27)

fonte: https://ofm.org/it/blog/con-san-bonaventura/

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