abbraccio di padredi MARCUS PLESTED *

Xenitéia è un termine polivalente difficile da rendere nelle lingue moderne. Sembra provenire dal linguaggio militare; originariamente denotava la destinazione in un paese straniero o una postazione all’estero. Viene spesso tradotto “esilio”, ma si tratta, a mio avviso, di una traduzione eccessivamente restrittiva e, in ogni caso, non è il termine impiegato nelle fonti antiche per l’esilio involontario o per la condanna all’esilio. Adoperato in un contesto spirituale il termine “stranierità” risulta spesso più adeguato di “esilio”.
Stranierità, diversamente da “esilio”, mantiene un legame con la radice xénos e, mentre incorpora il tema dell’esilio, sia volontario che involontario, si apre a un campo semantico più vasto; rinvia non solo all’essere stranieri o al farsi stranieri o forestieri ma anche all’estraneità ai legami e agli attaccamenti di questa terra. Tali considerazioni ci portano a entrare ovviamente nella sfera della spiritualità monastica all’interno della quale il tema della xenitéia assunse rapidamente un’imp ortanza considerevole. Merita osservare che il tema e il concetto di xenitéia appaiono piuttosto raramente all’infuori degli scritti specificamente monastici. Nelle fonti monastiche la figura di Abramo emerge come l’archetipo anticotestamentario più appropriato per il tema monastico della xenitéia . Antonio abate loda quelle anime che iniziano il cammino di conversione non a motivo di un castigo o per paura di un castigo ma per il loro innato senso del bene e la loro prontezza, al pari di Abramo, nell’obbedire al comando divino. La Vita del grande asceta egiziano Giovanni Colobos ci racconta che egli abbracciò la vita monastica emulando Abramo. Giovanni Climaco loda Abramo come il più brillante modello di xenitéia . Nella tradizione latina, Girolamo fa appello regolarmente ad Abramo quale archetipo della vocazione ascetica. Considera la propria vocazione simile a quella di Abramo, incoraggia le sue figlie spirituali a recarsi in Terra santa e pratica la sua vita ascetica emulando Abramo. Ancor più, Girolamo sembra considerare essenziale per la vita monastica un certo allontanamento fisico dalla propria patria. Per Girolamo una vera crescita spirituale richiede l’uscire dalla propria terra. Il progresso ascetico di innumerevoli santi implicò un trasferimento di un qualche tipo. Ma sembra chiaro che un puro spostamento fisico di per se stesso non fu mai ritenuto sufficiente. Anche Girolamo lo riconosce: «Ogni credente è giudicato non per il fatto che risiede nell’uno o nell’altro luogo ma in base ai meriti della sua fede». In verità un’eccessiva enfasi posta sulla xenitéia in se stessa poteva generare serie preoccupazioni e inquietudini. Dai monaci, naturalmente, ci si aspettava che fossero distaccati dai legami terreni, anche se le loro famiglie e le terre d’origine erano vicine. Considerazioni di questo genere hanno contribuito a una crescente enfatizzazione della xenitéia vista innanzitutto come una disposizione interiore di distacco e di estraniamento. Basta una rapida scorsa dei Detti dei padri del deserto per trovare una conferma di tale atteggiamento. Abba Agatone consigliò a un monaco che intendeva unirsi a una comunità di fratelli di custodire un costante sentimento di estraneità: «In tutti i giorni della tua vita considerati straniero come il primo giorno in cui ti sei unito a loro, per non avere mai con essi troppa libertà». Un’eccessiva familiarità ( parrhesía ), ammonisce Agatone, è cosa quanto mai devastante. Abba Lucio disse a un monaco che voleva andarsene lontano: «Se non sai trattenere la lingua, non sarai straniero ( xénos ) dovunque tu vada. Trattieni qui la tua lingua e sarai straniero». Abba Poemen consigliava: «Abbi sentimenti da straniero nel luogo dove abiti, per non cercare di gettare davanti a te la tua parola, e avrai riposo». Certamente i Detti dei padri del deserto raccomandano di cambiare luogo quando è necessario, ma la xenitéia è considerata soprattutto come uno stato o una disposizione interiore. Ciò che conta non è tanto il luogo nel quale ci si è fisicamente stabiliti quanto il modo di vivere, non il tópos ma il t ró p o s . Una concezione della xenitéia maggiormente sviluppata ma essenzialmente analoga la si può trovare in Evagrio Pontico. Evagrio, che trascorse la maggior parte della sua vita in Egitto, una terra molto distante dal suo paese d’origine, loda la virtù della xenitéia soprattutto per quanti abbracciano la vita monastica: «La prima delle splendide lotte è la xenitéia , soprattutto quando ti incammini da solo verso di essa, da bravo atleta, spogliandoti di patria, famiglia, beni». Ma la xenitéia ha una fine per Evagrio, rappresenta uno stadio preliminare nella lotta per giungere alla preghiera pura e alla visione di Dio che costituisce la vera teologia. Gran parte di questa sapienza ascetica è raccolta in Giovanni Climaco per il quale la xenitéia si trova al terzo gradino della Scala del Paradiso , quale gradino importante, ma di nuovo chiaramente preliminare sulla scala monastica. Per Climaco la xenitéia è questione di estraniamento di sé dall’attaccamento a ogni cosa. La xenitéia è una forma di estraneazione da ogni vincolo terreno. Essa continua a valere anche all’interno di un monastero: non si deve acquisire un’eccessiva familiarità con un fratello. La xenitéia può comportare un lungo viaggio come quello di Abramo ma essa va innanzitutto intesa in termini di distacco e di umiltà. E se qualcuno si è trasferito molto lontano, non deve affatto gloriarsene: «Quando i demoni lodano la nostra estraneità come una grande virtù, pensiamo allora a colui che si è fatto straniero per noi scendendo dal cielo sulla terra, e scopriremo che non riusciremo mai a ricompensarlo per tutta l’eternità». Qui vediamo Cristo come il primo straniero o forestiero, il massimo esempio di xenitéia . Il tema della xenitéia rimane una costante nella tradizione spirituale ortodossa. Al cuore dell’età bizantina un santo quale Giovanni lo Straniero ( Xénos ) visse la sua ascesi in un continuo vagabondaggio e di Cirillo Filoteo si testimonia che, quando si ammalò durante il suo viaggio a Roma, «rimase come uno straniero ( xénos ), separato da ogni cosa per custodire i suoi pensieri e costantemente unito a Dio». Anche in Russia leggiamo di monaci vagabondi, specialmente tra gli asceti del Transvolga. Ritengo, tuttavia, che sia giusto affermare che il continuo vagabondare sia una vocazione piuttosto rara. E mentre la percezione del valore di uno spostamento fisico non scompare mai nella tradizione ortodossa, resta primaria innanzitutto la percezione di distacco e di estraniamento dai legami materiali che essa comporta. Tra i molti esempi vi sono Isacco il Siro e Simeone il Nuovo Teologo. Isacco raccomanda che l’asceta si ritenga continuamente uno straniero o un forestiero. Simeone, da parte sua, definisce la xenitéia p ro p r i a m e n t e come estraniamento da ogni legame di questa vita, «da ogni cosa, abitudini, pensieri e persone». Ancor più egli afferma che la vera xenitéia non consiste nel semplice trasferimento da un posto all’altro, ma piuttosto in un estraniamento da ogni vincolo umano. Lo spostamento fisico può essere utile ma il grado più elevato di xenitéia è rendersi completamente estranei al mondo e alle sue faccende. Ma è parimenti chiaro che non ci volgeremo a una terra migliore se ignoriamo i bisogni e le miserie di questa terra e, in particolare, i bisogni degli stranieri e dei forestieri che vivono in mezzo a noi. La xenitéia è stata e sempre sarà legata alla philoxenía , cioè all’amore per lo straniero. Possiamo mantenere i nostri pensieri sull’aldilà ma questo non ci porterà mai a disdegnare il qui e ora. Il comune dovere cristiano di prendersi cura degli stranieri e dei pellegrini e di accoglierli è stato naturalmente sempre centrale nella vita monastica. Non c’è dubbio che il dovere dell’ospitalità può talvolta travolgere. Molti monasteri al giorno d’oggi affrontano la sfida dell’enorme quantità di persone che li visitano. Evagrio ammonisce che uno dei modi principali con il quale i demoni disturbano la tranquillità dell’asceta è quello di insinuare il pensiero che l’accoglienza degli ospiti sia una seccatura. Egli inoltre osserva con grande acume che l’ospitalità non è qualcosa che va offerta con condiscendenza: «Non accogliamo i fratelli come se facessimo loro un favore, ma ospitiamoli supplicandoli di accettare l’invito, come fossimo noi i debitori». Questa è una considerazione profonda. Se siamo tutti stranieri, tutti forestieri, e se tutto quello che abbiamo viene da Dio — «Che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto?» ( 1 Corinzi , 4, 7) — allora ogni occasione di offrire ospitalità dovrebbe essere accolta con zelo e gratitudine. Ma ancora, va ricordato che l’amore e la cura che offriamo allo straniero che è in mezzo a noi, li offriamo al Cristo stesso. La descrizione del giudizio finale in Matteo ci mostra quale terribile mistero sia contenuto nel principio dell’ospitalità. Cristo è davvero l’archetipo dello straniero.

*Docente di teologia alla Marquette University di Milwaukee

© Osservatore Romano 1 ottobre 2017

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