Rassegna stampa formazione e catechesi

Crisi dell’interiorità

La seconda predica di Quaresima

Bisogna dire un «no» risoluto ai «faraoni moderni» che per far soldi stordiscono i giovani travolgendoli subdolamente in «un’ondata di esteriorità» che, in realtà, tocca anche le persone attive nella Chiesa. È un invito a rispondere a questa crisi con un recupero della vera interiorità quello rilanciato da padre Raniero Cantalamessa nella seconda predica di Quaresima tenuta, venerdì 22 marzo, nella cappella Redemptoris Mater, alla presenza del Papa. Il tema del ciclo di meditazioni è agostiniano: «Rientra in te stesso».

«L’interiorità è un valore in crisi» ha fatto subito presente il predicatore della Casa Pontificia, sottolineando come «la “vita interiore”, che un tempo era quasi sinonimo di vita spirituale, ora tende invece a essere guardata con sospetto. Ci sono dizionari di spiritualità che omettono del tutto le voci “interiorità” e “raccoglimento” e altri che le portano, ma non senza esprimere qualche riserva».

«Un sintomo rivelatore di questo calo del gusto e della stima dell’interiorità — ha affermato — è la sorte toccata all’Imitazione di Cristo che è una specie di manuale di introduzione alla vita interiore. Da libro più amato tra i cristiani, dopo la Bibbia, esso è passato, in pochi decenni, a essere un libro dimenticato».

«Alcune cause di questa crisi sono antiche e inerenti alla nostra stessa natura» ha riconosciuto il predicatore. «La nostra “composizione”, cioè l’essere noi costituiti di carne e spirito — ha notato — fa sì che siamo come un piano inclinato, inclinato però verso l’esterno, il visibile e il molteplice». E così «come l’universo, dopo l’esplosione iniziale, il famoso big bang, anche noi siamo in fase di espansione e di allontanamento dal centro, siamo perennemente “in uscita” attraverso quelle cinque porte o finestre che sono i nostri sensi».

«Altre cause sono invece più specifiche e attuali — ha proseguito il religioso — e una è l’emergenza del “sociale” che è certamente un valore positivo dei nostri tempi ma che, se non è riequilibrato, può accentuare la proiezione all’esterno e la spersonalizzazione dell’uomo». Tanto che «nella cultura secolarizzata e laica dei nostri tempi il ruolo che svolgeva l’interiorità cristiana è stato assunto dalla psicologia e dalla psicoanalisi, le quali si fermano però all’inconscio dell’uomo e comunque alla sua soggettività, prescindendo dal suo intimo legame con Dio».

Del resto, «in campo ecclesiale l’affermarsi, con il concilio, dell’idea di una “Chiesa per il mondo” ha fatto sì che all’ideale antico della fuga dal mondo, si sia sostituito talvolta l’ideale della fuga verso il mondo. L’abbandono dell’interiorità e la proiezione all’esterno è un aspetto, e tra i più pericolosi, del fenomeno del secolarismo». E «c’è stato perfino un tentativo di giustificare teologicamente questo nuovo orientamento che ha preso il nome di teologia della morte di Dio o della città secolare. Dio — si dice — ci ha dato lui stesso l’esempio. Incarnandosi, egli si è svuotato, è uscito da se stesso, dall’interiorità trinitaria, si è “mondanizzato”, cioè disperso nel profano. È diventato un Dio “fuori di sé”».

Approfondita «l’interiorità nella Bibbia», padre Cantalamessa ha invitato a riscoprire oggi «il gusto dell’interiorità»: «Viviamo in una civiltà tutta proiettata all’esterno. Avviene nell’ambito spirituale quello che si osserva nell’ambito fisico. L’uomo invia le sue sonde fino alla periferia del sistema solare, fotografa quello che c’è in pianeti lontani; ignora invece quello che si agita poche migliaia di metri sotto la crosta terrestre e non riesce perciò a prevedere terremoti ed eruzioni vulcaniche. Anche noi sappiamo, ormai in tempo reale, quello che avviene all’altro capo del mondo, ma ignoriamo quello che si agita nel fondo del nostro cuore. Viviamo come in una centrifuga in azione a tutta velocità».

«Evadere, cioè uscire fuori, è una specie di parola d’ordine» ha insistito. Ed «esiste perfino una letteratura di evasione, spettacoli di evasione. L’evasione è, per così dire, istituzionalizzata. Il silenzio fa paura. Non si riesce a vivere, lavorare, studiare senza qualche voce o musica intorno. C’è una specie di horror vacui, di paura del vuoto, che spinge a stordirsi». In una discoteca, ha affermato, «regna l’orgia del chiasso, il rumore assordante come droga». Ed «è facile immaginare a quali manipolazioni sono esposti dei giovani che hanno rinunciato ormai a pensare» da parte «dei faraoni moderni»: «Per un settore molto influente della nostra società, quello dello spettacolo e della pubblicità, gli individui contano solo in quanto sono “spettatori”, numeri che fanno salire l’“audience” dei programmi».

«Occorre opporsi con un risoluto “no!” a questo svuotamento» ha affermato padre Cantalamessa. «I giovani — ha rilevato — sono anche i più generosi e pronti a ribellarsi alle schiavitù e infatti vi sono schiere di giovani che reagiscono a questo assalto e, anziché fuggire, ricercano luoghi e tempi di silenzio e di contemplazione per ritrovare ogni tanto se stessi e, in se stessi, Dio. Sono in tanti, anche se nessuno ne parla. Alcuni hanno fondato case di preghiera e di adorazione eucaristica continuata e attraverso la rete danno la possibilità a tanti di unirsi a loro».

Ma «non sono solo i giovani a essere travolti dall’ondata di esteriorità: lo sono anche le persone più impegnate e attive nella Chiesa. Anche i religiosi. Dissipazione — ha sottolineato il predicatore — è il nome della malattia mortale che ci insidia tutti. Si finisce per essere come un vestito rovesciato, con l’anima esposta ai quattro venti».

«Non bisogna lasciarsi ingannare — ha esortato — dall’obiezione solita: ma Dio lo si trova fuori, nei fratelli, nei poveri, nella lotta per la giustizia; lo si trova nell’Eucaristia che è fuori di noi, nella parola di Dio. Tutto vero». Ma, si è chiesto, «dove è che “incontri” veramente il fratello e il povero, se non nel tuo cuore? Se lo incontri solo fuori, non è un io, una persona che incontri, ma una cosa; lo urti più che incontrarlo. Dov’è che incontri il Gesù dell’Eucaristia se non nella fede, cioè dentro di te? Un vero incontro tra persone non può avvenire che tra due coscienze, due libertà, cioè tra due interiorità».

«È errato del resto pensare — ha affermato — che l’insistenza sull’interiorità possa nuocere all’impegno fattivo per il regno e per la giustizia; pensare, in altre parole, che affermare il primato dell’intenzione possa nuocere all’azione. Interiorità non si oppone all’azione, ma a un certo modo di fare l’azione. Lungi dal diminuire l’importanza dell’agire per Dio, l’interiorità la fonda e la preserva».

© Osservatore Romano - 23 marzo 2019

 

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