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Costruttore di Pace · Il messaggio di don Primo Mazzolari ·

Pubblichiamo ampi stralci del discorso tenuto dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, giovedì 29 novembre all’Unesco, in occasione del convegno internazionale sul tema «Il messaggio e l’azione di pace di don Primo Mazzolari (1890-1959)»

Don Primo Mazzolari

Nato nel 1890 a Cremona e ordinato sacerdote nel 1912, don Primo si è trovato da giovane prete a fare i conti con il dramma della guerra. Nel 1915, infatti, viene arruolato come soldato semplice e dal 1918 al 1920 continua il suo servizio nell’esercito italiano come cappellano militare. In questi anni matura alcune convinzioni che poi lo porteranno a divenire un costruttore di pace nel Novecento. Alla vigilia della prima guerra mondiale è interventista e saluta con favore l’ingresso dell’Italia nel conflitto.

Questo patriottismo iniziale, però, viene messo in discussione dall’esperienza concreta di prete a contatto diretto con la guerra. Scrive in una sua riflessione: «Il prete-soldato fu nella trincea, all’assalto, nell’ospedale, nell’accantonamento e nel suo cuore incandescente (le pietre si fondevano sotto il cannone) dovettero confluire le confidenze più tenere, i segreti più reconditi, le ambascie più nere, lo spasimo, l’angoscia, le lacerazioni di un’umanità, vicina, ora, con la quale egli viveva, agiva, soffriva, si confondeva. E molti che per la prima volta s’affacciavano alla vita furono costretti a guardarla così, con gli occhi ancora lucidi d’innocenza e d’ingenuità; molti per la prima volta vedevano l’uomo…». 

La dura realtà della guerra lo ha aiutato a capire che tra Vangelo e violenza la distanza è abissale. Durante i mesi trascorsi nel cuore dell’Europa come cappellano militare, in Alta Slesia (Polonia), riflette sul suo diario il 2 marzo 1920: «Solo quando genti di razze diverse sapranno convivere su una stessa terra, senza farsi del male l’un l’altro, saremo giunti a buon termine. Ma allora il problema nazionale e quello di razza non esisteranno più. L’umanità ne avrà preso il posto».
È un messaggio di grande attualità, a quasi cento anni di distanza! Don Primo Mazzolari da quell’esperienza drammatica non ha smesso di offrire il suo contributo perché la pace fosse un autentico luogo di fraternità. In seguito, mentre in Italia e in Europa imperversavano i totalitarismi, questo parroco di campagna ha avuto il coraggio di opporsi con forza a ogni forma di ingiustizia e di razzismo. Durante la seconda guerra mondiale ha appoggiato la resistenza come esercizio di una coscienza che voleva preservare l’umanità dall’incubo della violenza. Nel 1941, in una conferenza in occasione di un convegno liturgico, propose di togliere dal «vocabolario l’abitudine che è diventata il linguaggio comune. C’è un gergo di guerra che è la dimostrazione della nostra barbarie: cementare, spaccare, coventrizzare, distruggere, contare i morti, confrontarli con quelli degli altri come se quelli di là non fossero dei nostri». Purificare il linguaggio e disarmare l’animo sono per don Primo i modi per sradicare le fondamenta della guerra.
La riflessione sulla pace ha accompagnato tutta l’esistenza di questo sacerdote, pur essendo impegnato al servizio di zone periferiche come i paesi della pianura padana dove è stato nominato parroco: Cicognara e Bozzolo. Anche negli anni di parrocchia non ha smesso di mostrarsi attento al tema della pace, si è interessato degli eventi che hanno sconvolto sia l’Italia, sia l’Europa e il mondo intero. Si pensi alla seconda guerra mondiale e all’avvento dei totalitarismi che hanno creato le condizioni per annullare l’umanità e per far ricadere di nuovo la storia nel baratro di una guerra senza confini. La critica alla mentalità della guerra si è intensificata proprio quando ha avvertito che il dramma si potesse concretizzare sulle spalle di persone e di famiglie innocenti. Per questo non ha disdegnato la critica a ogni potere che si pensava come assoluto, calpestando l’uomo e utilizzando metodi violenti. Ha così acquisito una fine sensibilità capace di cogliere in tempo la tragedia che si stava consumando nell’Europa degli anni ’30. Ha potuto riconoscere nella guerra spagnola un «orrendo fratricidio» (1936) e nell’invasione tedesca della Polonia (1939) un «mistero criminale». Dietro la guerra civile in Spagna – scriveva - «si muovono ondate torbide d’inconfessabili inumani interessi, coperti da bardature ideologiche, che traggono in inganno i più accelerando lo schieramento dei popoli in due blocchi per precipitarli, con passione cieca, nel gorgo della terra».
Mentre la radio annunciava lo scoppio del secondo conflitto mondiale, il 1 settembre 1939, il parroco di Bozzolo scrive sul suo diario: «Quando un uomo parla così à già causa perduta davanti agli uomini ragionevoli e spirituali. Egli è fuori dalla tradizione e dal senso cristiano; fuori anche dall’umanesimo pagano di Roma. (...) Ci si chiede s’egli è normale, oppure se si è davanti a un mistero criminale quale la storia non ha mai conosciuto».
Il dibattito intorno alla guerra si è approfondito ancora di più quando a porre le domande radicali e scomode sono i giovani. Nel 1941 alla canonica di don Primo arriva una lettera di un giovane aviatore fiorentino che chiede luce sui suoi drammi di coscienza. Perché la Chiesa che intende costruire la pace — domanda il giovane Giancarlo Dupuis — chiede a chi è in guerra di essere fedele al proprio Paese? Cosa fare quando la coscienza entra in crisi? Mazzolari offre una lunghissima Risposta ad un aviatore e non sfugge alla radicalità delle questioni in gioco. «La verità e il bene non sono quasi mai allo stato di limpidezza». Si richiede perciò un’opera di discernimento: il cristiano è chiamato a «liberare» il vero e il bene in una realtà che mostra le sue insufficienze. Ciò non significa compromesso con l’errore e col male, «mai lecito», ma un fare i conti con la concretezza della vita. Mazzolari tenta così di mettere in luce la ricerca della coscienza credente che di fronte alla storia non può presumere semplicemente di ricalcare scelte del passato. La decisione morale non si sottrae al continuo discernimento tra ciò che costruisce il Regno e ciò che lo ostacola.
«L’opposizione cristiana, quando la coscienza non è respinta da qualche cosa di inguaribilmente iniquo, mentre avverte e sottolinea le insufficienze parziali dell’agire collettivo, non le approva per quello ch’esse hanno di mancante, ma le accetta per quello ch’esse hanno di bene e per le possibilità di meglio che possiedono. Anziché opportunismo o compromesso, è il modo vitale di stare nella storia; il quale ci permette di riconoscere e di accettare solo quella realtà che, non essendo ingiusta o menzognera per sé, può venire migliorata per il bene comune soltanto se accolta come il cristiano deve accogliere e vivere le realtà che non si oppongono e non negano la Fede e la Giustizia».
Di fronte alla guerra in corso Mazzolari evidenziava due necessità: una nuova istituzione sovranazionale e il rilancio dell’obiezione di coscienza. La Società delle Nazioni per lui sembrava fallita e occorreva dar vita a un potere «sovrastatale» che potesse contenere, impedire e giudicare al di sopra di interessi particolaristici il sorgere di eventuali conflitti. In opposizione all’assolutismo dello Stato bisognava, inoltre, ribadire la «naturale autonomia» e il «diritto di difesa» della coscienza morale. L’obiezione di coscienza diventava così «il tentativo di difesa primordiale della ripugnanza cristiana al mestiere dell’uccidere», la risposta della libertà umana ai due eccessi, «l’uomo misura di ogni cosa e l’uomo schiacciato da ogni cosa». La possibilità dell’obiezione di coscienza ristabiliva il giusto rapporto tra i diritti dell’uomo e quelli della comunità, la quale ha come fine il bene comune, il «perfezionamento stesso dell’uomo».
Don Primo ha indicato come esatto opposto al primato della coscienza morale il mito del dovere. Educare il soldato non è formarlo alla cieca obbedienza, ma offrirgli gli strumenti per un discernimento circa il bene e il male. In realtà, credere che il vangelo cerchi una fedeltà formale significherebbe impoverire il messaggio di Gesù Cristo. La disobbedienza diventa allora un dovere di fronte a evidenti o ripetuti abusi dell’autorità: il potere è in vista del bene comune. La coscienza chiede fedeltà al bene comune, ai diritti della verità e della giustizia.
Queste riflessioni sono confluite nell’adesione di don Mazzolari alla Resistenza. La disobbedienza civile, per lui, prima ancora di impugnare le armi, andava costruita con la forza del pensiero e delle idee. All’inizio degli anni Quaranta, infatti, don Primo ha pubblicato uno dei suoi testi più provocatori: Impegno con Cristo. Si presentava come un inno alla testimonianza cristiana. Scriveva: «la prima condizione, richiesta al testimone o al profeta, è una chiara coscienza cristiana per discernere ciò che conviene e che non conviene al Vangelo». E aggiungeva: «Viviamo in un tempo in cui non tanto importa l’adempimento dei doveri comandati dagli uomini, quanto il saggiare se abbiano un fondamento etico». Da qui l’impegno del cristiano per la liberazione dell’uomo da ogni forma di schiavitù, coerente con il suo impegno di costruire il «Regno dei figli di Dio» in contrapposizione al «Regno dei servi». Queste parole non passarono inosservate e furono la causa del primo arresto di don Mazzolari nel febbraio 1944. Successivamente, lo stesso anno, a causa del suo impegno nella Resistenza, dovette subire un secondo arresto che ben presto lo spinse alla fuga e al nascondimento per diversi mesi, fino al 25 aprile 1945.
Il secondo dopoguerra ha visto il parroco di Bozzolo impegnato nella pacificazione degli animi e nella ricostruzione sociale per offrire motivi di responsabilità civile ai cattolici. A questo scopo fondò nel 1949 il quindicinale dal titolo Adesso. Ha continuato senza tregua il suo impegno per la pace. Si è adoperato per un dialogo anche con i lontani, con coloro cioè che, pur non riconoscendosi nella Chiesa, avevano però a cuore il tema della pace e stavano lottando per la messa al bando della bomba atomica. Il suo tentativo di dialogo con i Partigiani della pace fu visto con sospetto dalla stessa Chiesa che faticò in quel contesto a comprenderne la profezia. Pur tra le incomprensioni, la passione di Mazzolari per la pace non venne meno. Anzi, il suo impegno si è trasformato in «ostinazione». Il suo giornale è diventato una cassa di risonanza che non risparmiava critiche a nessuno, in tempo di pericolosa «guerra fredda». Scriveva il 15 ottobre 1950: «Coloro che predicano la pace e che in fondo al loro cuore si augurano una guerra che li sollevi dall’incubo comunista, sono falsi pacifisti. E coloro che si dicono contro tutte le guerre, eccetto quelle che in qualche modo possono servire la causa russa e comunista, sono falsi pacifisti. Di fronte a questi schieramenti ipocriti, pericolosi e semplicissimi, preferiamo i rischi di una politica inventiva, che non s’accontenta di ripetere astrattamente “non vogliamo la guerra”, ma che usa ogni mezzo onesto per impedirla, cominciando dalla ragione e dalla religione. Il nostro dovere è di opporsi al fanatismo».
L’eccesso di propaganda per la guerra era per Mazzolari il vero pericolo da cui guardarsi. Da buon osservatore della natura, custode della sua «pieve sull’argine» del fiume Po, egli si serviva di questa immagine per rappresentare la forza devastatrice della guerra, capace di travolgere ogni cosa. Se la guerra è come un fiume che può straripare e portare tutti nella catastrofe, il mondo è salvato dai «guardiani degli argini della pace». Il loro compito preventivo è fondamentale, ma «se gli uomini non cessano di odiarsi e di armarsi, non c’è argine che tenga, per quanto rinforzato». La sua convinzione era che «ognuno di noi è un cielo che può dar pioggia o sereno, preparare la guerra o confermare la pace: ognuno di noi è guardiano degli argini della pace, prima di ogni “grande” o di ogni ministro degli esteri». L’ostinazione per la pace è frutto dell’impegno di laici cristiani che cercano di rimuovere ciò che la ostacola. Unica strada percorribile è quella del dialogo. Tuttavia, — avvertiva — «se mettiamo fuori legge proprio noi cristiani, certe nazioni perché hanno principi economici e filosofici diversi dai nostri, la ricerca stessa della pace diviene uno strumento o un aspetto della “guerra fredda”, se pur non è già un alibi per “necessario attacco preventivo”». Sognava così una Chiesa in uscita dai propri fortilizi, per evitare che diventasse un campo minato o chiuso dove rifugiarsi nel sospetto reciproco e progettare un mondo separato.
Risultarono famosi e numerosi i suoi appelli a preoccuparsi delle sorti dell’umanità e ancor di più del progetto europeo. Proprio i suoi interventi, che risalivano soprattutto all’inizio degli anni Cinquanta, assumono oggi un tono profetico in questa Sede internazionale dell’Unesco. Nel 1953 in un momento di forte crisi tra Est e Ovest, nel pieno della Guerra fredda la stessa unità dell’Europa veniva messa in discussione. Il progetto di integrazione attraverso la Comunità europea di difesa (Ced) appariva già difficile in partenza. Mazzolari interpretava i segnali critici e ne scriveva con coraggio. In un articolo sul giornale «L’Eco di Bergamo» egli avvertiva che un’Europa «frantumata da rivalità interne ed esterne, con un’economia di sperpero e di fame (...) sarà poco più di un’espressione geografica o una terra di nessuno». Per questo motivo impegnava i cristiani europei a fare tutto il possibile per «salvare la propria casa». Concludeva: «Non so se la possibilità di salvare l’Europa sia ancora nel nostro sforzo: ma il tentarlo con tutte le nostre energie spirituali e temporali anche in campo cattolico, è il dovere preciso e urgente della cristianità europea».
Il capolavoro della sua riflessione rimane senza dubbio il libro Tu non uccidere. È un vero manifesto di pace, pubblicato anonimo nel 1955, dopo le tragedie delle guerre mondiali. Convinto che «il cristiano è un uomo di pace, non un uomo in pace», Mazzolari invitava i cristiani a non lasciarsi vincere dalla paura e a mettersi «davanti» per essere luce visibile a tutti. Era assurdo, secondo il parroco di Bozzolo, che dopo secoli di cristianesimo, fosse ancora vincente l’adagio: «Se vuoi la pace, prepara la guerra». In realtà, bisogna creare le condizioni per la pace. Per essa si deve parteggiare e con essa ci si deve schierare. La pace è una vocazione, la vera vocazione dell’uomo. Per questo don Primo proponeva di superare l’idea che potesse esistere una «guerra giusta» in un’epoca in cui le armi erano diventate così distruttive da uccidere migliaia di vite innocenti. Definendo una «follia» la corsa agli armamenti, don Primo ha mostrato che «la nostra arma di difesa è la giustizia sociale più che l’atomica». Ammoniva: «La guerra incomincia quando, per non fare la guerra, mi metto nella disperazione di doverla fare». Non c’è pace senza giustizia, proprio perché la guerra genera povertà: «Se quanto si spende per le guerre, si spendesse per rimuoverne le cause, si avrebbe un accrescimento di benessere, di pace, di civiltà: un accrescimento di vita». E citando un discorso del presidente degli Stati Uniti D.D. Eisenhower, ricordava: «Ogni cannone che viene costruito, ogni nave da guerra che viene varata, ogni razzo che viene preparato rappresenta un urto a coloro che hanno fame, a coloro che hanno freddo e non hanno da coprirsi».
Don Primo Mazzolari è stato un vero costruttore di pace. I suoi insegnamenti ricordano che la pace è un bene che va chiesto per tutti, anche per chi non lo merita, ed è frutto dell’impegno di tutti gli uomini di buona volontà. Riprendendo il messaggio di Pio xii del 1939, «Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra», il parroco di Bozzolo affermava che la pace non può essere imposta ma offerta. È frutto di un disarmo che parte dall’animo e giunge alle scelte delle persone fino a quelle degli uomini che hanno responsabilità politica.
Don Mazzolari morì il 12 aprile 1959. La sua tomba, nella chiesa parrocchiale di Bozzolo, è diventata meta di pellegrinaggi da parte di molta gente. Papa Francesco stesso si è recato a farne visita il 20 giugno 2017, commemorandone la straordinaria figura di prete e di profeta. Gli scritti di don Primo sono una miniera cui studiosi, intellettuali e uomini di buona volontà possono attingere. I costruttori di pace possono riconoscere tra i molti testimoni anche questo semplice parroco di campagna, capace di amare l’umanità con un cuore grande. L’attualità del suo messaggio è sotto i nostri occhi.

di Pietro Parolin

© Osservatore Romano - 2 dicembre 2018


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