pope benedict xvi john henry newmandi HERMANN GEISSLER

La memoria liturgica del beato John Henry Newman viene celebrata nell’anniversario della sua conversione alla Chiesa cattolica, avvenuta il 9 ottobre 1845. In tal modo Newman ci ricorda il cuore dell’annuncio di Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» ( Ma rc o , 1, 15). Papa Francesco ci invita continuamente a una conversione pastorale che include e presuppone una continua conversione personale.
E Newman si è sempre mostrato aperto alla conversione verso il Signore e la sua volontà. Paolo VI , pieno di ammirazione e di stupore, disse di lui: «guidato solo dall’amore alla verità e dalla fedeltà a Cristo, ha tracciato un cammino, il più impegnativo, ma anche il più grande, il più significativo, il più risolutivo che il pensiero umano ha mai intrapreso durante il secolo scorso, anzi si potrebbe dire durante il tempo moderno, per arrivare alla pienezza della sapienza e della pace» (Discorso del 27 ottobre 1963). Il significato decisivo della coscienza in questo cammino di conversione si manifesta nel passaggio di Newman alla Chiesa cattolica, dopo una lunga e faticosa ricerca della verità e il coraggioso tentativo, insieme con gli altri promotori del Movimento di Oxford, di rinnovare la Chiesa d’Inghilterra a partire dalla Chiesa antica. Nel 1841 Newman aveva scritto Tract 90 , cercando di dare ai 39 articoli, fondamento della fede anglicana, un’interpretazione cattolica nello spirito dei padri della Chiesa. La reazione a questo tentativo fu per lui scioccante: l’Università di Oxford condannò il trattato e i vescovi della Chiesa d’Inghilterra rigettarono la sua interpretazione. Newman decise quindi di ritirarsi con alcuni amici a Littlemore, un piccolo villaggio vicino a Oxford, che aveva servito pastoralmente molti anni, al fine di pregare, digiunare, studiare e cercare la vera Chiesa. La drammaticità della sua ricerca di coscienza risulta chiaramente da una sua lettera scritta alcuni mesi prima della conversione: «L’unico interrogativo è questo: posso “io” (la domanda è personale; non può qualcun altro, ma posso “io”) salvarmi nella Chiesa d’Inghilterra? Sarei “io” salvo, se dovessi morire stanotte? È un peccato mortale, per “me”, non passare a un’altra comunione?». La questione circa la Chiesa non fu quindi secondaria per Newman. Tutto dipendeva da questo interrogativo: dove si trova oggi la Chiesa istituita da Gesù Cristo, la Chiesa dei padri, la vera Chiesa? E questo interrogativo fu connesso con un altro: se io, in coscienza, ho la certezza che la vera Chiesa è quella di Roma, posso io salvarmi se non mi converto alla Chiesa di Roma? Newman quindi riconobbe che la questione circa la Chiesa fu collegata con quella circa la sua salvezza personale. Nessun’altra questione tocca la coscienza del singolo in modo talmente radicale. Newman però ebbe ancora difficoltà con alcune “nuove” dottrine e pratiche di Roma e si pose la domanda se esse non costituissero deviazioni dalla fede pura della Chiesa dei padri. Decise pertanto di intraprendere un’ampia ricerca su Lo sviluppo della dottrina cristiana . Il risultato di questo studio, un classico fino ai nostri giorni, fu per lui decisivo: «Man mano che progredivo le mie difficoltà scomparivano, sicché cessai di parlare di “cattolici romani” e li chiamai in tutta libertà “cattolici”. Prima di arrivare alla fine, risolvetti di chiedere di essere ammesso fra loro, e il libro è rimasto allo stato in cui si trovava allora, incompiuto». Qui vediamo la coerenza di Newman: ciò che aveva compreso in coscienza metteva subito in atto. Il 9 ottobre 1845 abbracciò la fede cattolica e fu accolto dal beato Domenico Barberi, passionista italiano, in quella Chiesa che definì allora «l’unico ovile di Cristo». All’età di 44 anni Newman lasciò la Chiesa d’Inghilterra e quindi anche i suoi amici, la sua professione, la sua carriera. Seguì fedelmente la chiamata di Dio, che aveva appreso nella sua coscienza, e si convertì alla Chiesa di Roma, a suo tempo in Inghilterra un piccolo e disprezzato gruppo di credenti, composto quasi esclusivamente da poveri operai irlandesi. Il passaggio al cattolicesimo non fu per lui una questione di gusto personale o di proprio piacimento, non fu un passo facile. Al contrario, fu una questione di obbedienza alla verità, rivelatasi pian piano nella sua coscienza, anche contro i propri sentimenti e i legami di amicizia e di lunga collaborazione. Come san Tommaso Moro, Newman seguì la chiamata della coscienza, ritenendola più importante del successo, del prestigio pubblico e dell’approvazione dell’opinione dominante. In lui possiamo ammirare un vero uomo di coscienza, un uomo libero da desideri e gusti personali, libero da aspettative sociali, rivendicazioni di potere politico o consensi del gruppo, un uomo che seguì l’imperativo della verità rivelatosi nella propria coscienza cristiana. Il Teologo di Oxford riassunse la propria esperienza, nella fedeltà a se stesso e alla volontà del Signore, con le note parole: «Qui sulla terra vivere è cambiare, e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni». Lungo tutta la sua esistenza, Newman è stato uno che si è convertito, uno che si è trasformato, e in tal modo è sempre rimasto lo stesso, ed è sempre di più diventato se stesso.

© Osservatore Romano - 8 ottobre 2017

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