Rassegna stampa formazione e catechesi

Correzione e misericordia

La cacciata dei diavoli da Arezzodi CORRADO LOREFICE

La Lettera a un ministro (scritta da san Francesco e che pubblichiamo qui sotto, ndr) è certamente una di quelle pagine la cui trama è lo stesso evangelo del Crocifisso-Risorto. Scritto impegnativo perché tale è il dettato evangelico sul perdono ai fratelli. È al contempo una lettera nella quale emerge pienamente il sentire spirituale del “somigliantissimo a Cristo” e l’aiuto che vuole offrire al confratello ministro per la sua crescita spirituale.
Riguardo al rapporto personale con Dio, Francesco, uomo spirituale, è consapevole che tutto ciò che comunemente viene considerato ostacolo — a volte anche le stesse persone — nel cammino di amore verso il Signore, deve essere considerato per quello che autenticamente è: grazia. Per questa ragione si deve arrivare anche ad amare chi ci contrista, accettandolo così com’è. Ci sembra interessante notare come a tale relazione di amore, per Francesco, debba essere posposto anche il desiderio buono, quale il condurre vita solitaria. Al rapporto fraterno di misericordia va assegnato sempre il primo posto, anche nella propria vita spirituale, il cui programma (l’appartarsi in un eremo che il ministro avrebbe desiderato realizzare) viene convertito proprio dalla concreta situazione di peccato vissuta dal fratello. È cioè il peccato del fratello che evangelizza il ministro. La cartina al tornasole del suo vero amore per il Signore e per Francesco è data infatti proprio dal perdono, richiesto o non richiesto, da concedere. È straordinaria, a tal proposito, l’immagine degli occhi perdonanti del ministro. Solo il reiterato amore, l’esercizio della continua misericordia, può attrarre il fratello che continuamente sbaglia. In Francesco che si abbevera costantemente al costato sanguinante di Cristo riaffiora con chiarezza la macrothymia evangelica, per la quale bisogna sempre accogliere, pazientare e dare ulteriori chances al fratello peccatore, perché nessuno perisca e tutti giungano alla conversione (cfr. 2 Pietro, 3, 9). E questa longanimità fa crescere evangelicamente lo stesso ministro perché lo spinge salutarmente a entrare sempre più nella “scandalosa” logica evangelica. Come anche i frati «che fossero a conoscenza del peccato di lui». Così matura una “fraternità misericordiosa”, una comunità che non dice male del fratello debole, che non mormora, bensì “condivide” il peso del peccato: «Ne abbiano grande misericordia e tengano assai segreto il peccato del loro fratello, perché non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati (Ma t t e o, 9, 12)». Sapienti si rivelano anche le considerazioni riguardanti i peccati, mortali o veniali che siano, commessi dai frati. Misericordia, segretezza, custodia fraterna fino al punto, in assenza di presbiteri, di ascoltare la colpa del fratello, «fino a che possa trovare un sacerdote che lo assolva canonicamente»: queste le caratteristiche che devono regnare nel guardiano e nell’intera comunità di frati. Da queste pagine traspare anche la profonda umanità di Francesco e la lucida consapevolezza della debolezza della nostra condizione. Quando si sbaglia, a nulla vale infierire ma bisogna portare il fratello nel cuore, farsi convertire dalla debolezza del fratello e operare nell’unico modo perché questi possa lasciarsi toccare dalla grazia di Dio: usare misericordia. La via della conversione infatti passa sempre dall’instancabile e diuturna accoglienza nei riguardi di chi sbaglia, di noi, spesso infedeli ai doni di Dio e alla custodia fratrum sororumque.




A frate N... ministro.
Il Signore ti benedica! Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia. E così tu devi volere e non diversamente.
E questo tieni in conto di vera obbedienza da parte del Signore Iddio e mia per te, perché io fermamente riconosco che questa è vera obbedienza. E ama coloro che agiscono con te in questo modo, e non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te. E in questo amali e non pretendere che diventino cristiani migliori. E questo sia per te più che stare appartato in un eremo. E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli. E avvisa i guardiani, quando potrai, che tu sei deciso a fare così. Riguardo poi a tutti i capitoli della Regola che trattano dei peccati mortali, con l’aiuto del Signore, nel Capitolo di Pentecoste, raccolto il consiglio dei frati, ne faremo un Capitolo solo in questa forma: Se qualcuno dei frati, per istigazione del nemico, avrà peccato mortalmente, sia tenuto per obbedienza a ricorrere al suo guardiano. E tutti i frati, che fossero a conoscenza del peccato di lui, non gli facciano vergogna né dicano male di lui, ma ne abbiano grande misericordia e tengano assai segreto il peccato del loro fratello, perché non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati (Matteo, 9, 12). E sempre per obbedienza siamo tenuti a mandarlo con un compagno dal suo custode. Lo stesso custode poi provveda misericordiosamente a lui, come vorrebbe si provvedesse a lui medesimo, se si trovasse in un caso simile. E se fosse caduto in qualche peccato veniale, si confessi ad un fratello sacerdote. E se in quel luogo non ci fosse un sacerdote, si confessi ad un suo fratello, fino a che possa trovare un sacerdote che lo assolva canonicamente, come è stato detto. E questi non abbiano potere di imporre altra penitenza all’infuori di questa: «Va’ e non peccare più» (cfr. Giovanni, 8, 11). Questo scritto tienilo con te, affinché sia meglio osservato, fino al capitolo di Pentecoste; là sarai presente con i tuoi frati. E queste e tutte le altre cose, che sono ancora poco chiare nella Regola, sarà vostra cura di completarle, con l’aiuto del Signore Iddio.


© Osservatore Romano - 12 ottobre 2016

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