Rassegna stampa formazione e catechesi

Conferenza sulla Lettera Enciclica “Fratelli tutti” del Santo Padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale

papa fraternitasQuesta mattina, alle ore 10.00, presso l’Aula Nuova del Sinodo in Vaticano, ha avuto luogo una Conferenza sulla Lettera Enciclica “Fratelli tutti” del Santo Padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale. Sono intervenuti l’Em.mo Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato; l’Em.mo Card. Miguel Ángel Ayuso Guixot, M.C.C.J., Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso; il Giudice Mohamed Mahmoud Abdel Salam, Segretario Generale dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana; la Prof.ssa Anna Rowlands, Docente di Catholic Social Thought & Practice all’Università di Durham, nel Regno Unito; e il Prof. Andrea Riccardi, Fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Docente di Storia Contemporanea.

Ne riportiamo di seguito gli interventi:

Intervento dell’Em.mo Card. Pietro Parolin


Testo in lingua italiana

1. Anche per l’osservatore meno attento, di fronte a questa Enciclica, una domanda è d’obbligo: quale spazio e considerazione trova la fraternità nelle relazioni internazionali? Chi è attento allo svolgersi dei rapporti a livello mondiale si aspetterebbe una risposta in termini di proclami, normative, statistiche e forse anche di azioni. Se invece ci lasciamo guidare da Papa Francesco nella costatazione di fatti e situazioni, la risposta è un’altra: «La società mondiale ha gravi carenze strutturali che non si risolvono con rattoppi o soluzioni veloci meramente occasionali» (FT, 179).

L’Enciclica non si limita a considerare la fraternità uno strumento o un auspicio, ma delinea una cultura della fraternità da applicare ai rapporti internazionali. Una cultura, certo: l’immagine è quella di un sapere del quale viene sviluppato il metodo e l’obiettivo.

Quanto al metodo. La fraternità non è una tendenza o una moda che si sviluppa nel tempo o in un tempo, ma è piuttosto la manifestazione di atti concreti. L’Enciclica ci ricorda l’integrazione tra Paesi, il primato delle regole sulla forza, lo sviluppo e la cooperazione economica e, soprattutto, lo strumento del dialogo visto non come anestetico o per “rattoppi” occasionali, bensì come un’arma che ha un potenziale distruttivo molto superiore a qualsiasi armamento. Infatti, se le armi e con esse la guerra distruggono vite umane, ambiente, speranza, fino a spegnere il futuro di persone e comunità, il dialogo distrugge le barriere del cuore e della mente, apre gli spazi per il perdono, favorisce la riconciliazione. Anzi, è lo strumento di cui necessita la giustizia per potersi affermare e nel suo significato ed effetto più autentico. Quanto l’assenza di dialogo permette ai rapporti internazionali di degenerare o di affidarsi al peso della potenza, ai risultati della contrapposizione e della forza! Il dialogo, invece, soprattutto quando è «perseverante e coraggioso non fa notizia come gli scontri e i conflitti, eppure aiuta discretamente il mondo a vivere meglio, molto più di quanto possiamo rendercene conto» (FT, 198). Certo, guardando ai fatti internazionali, anche il dialogo fa le sue vittime. Sono coloro che non rispondono alla logica del conflitto a tutti i costi o sono visti come ingenui ed inesperti solo perché hanno il coraggio di superare interessi immediati e parziali delle singole realtà che rischiano di dimenticare la visione d’insieme. Quella visione che avanza e si protrae nel tempo. Il dialogo domanda pazienza e avvicina al martirio, per questo l’Enciclica lo evoca come strumento della fraternità, un mezzo che rende chi dialoga diverso da quelle «persone con funzioni importanti nella società, che non avevano nel cuore l’amore per il bene comune» (FT, 63).

Veniamo adesso all’obiettivo. La storia, ma anche le visioni religiose e diversi percorsi di spiritualità parlano di fraternità e ne delineano la bellezza e gli effetti, ma spesso legandoli ad un cammino lento e difficile, quasi una dimensione ideale dietro cui si veicolano spinte di riforma o processi rivoluzionari. Come pure è una tentazione costante limitare la fraternità ad un livello di maturazione individuale, capace di coinvolgere solo chi condivide il medesimo cammino. L’obiettivo, secondo l’Enciclica, è invece un percorso ascendente determinato da quella sana sussidiarietà che, partendo dalla persona, si allarga ad abbracciare la dimensione familiare, sociale, statale fino alla Comunità internazionale. Ecco perché, ci ricorda Francesco, per fare della fraternità uno strumento per agire nei rapporti internazionali: «è necessario far crescere non solo una spiritualità della fraternità ma nello stesso tempo un’organizzazione mondiale più efficiente, per aiutare a risolvere i problemi impellenti» (FT, 165).

2. Delineata in questo modo, la fraternità con il suo metodo e il suo obiettivo, può concorrere al rinnovamento di principi che presiedono la vita internazionale o essere in grado di fare emergere le necessarie linee per affrontare le nuove sfide e condurre la pluralità di attori che opera a livello mondiale a dare risposte alle esigenze della famiglia umana. Si tratta di attori la cui responsabilità in termini politici e di soluzioni condivise risulta determinante specialmente quando si è di fronte alla realtà della guerra, della fame, del sottosviluppo, della distruzione della casa comune e delle sue conseguenze. Attori consapevoli di come la globalizzazione di fronte ai problemi effettivi e alle soluzioni necessarie, abbia espresso, anche di recente, solo aspetti negativi. Per esprimere questa verità, il Papa utilizza l’esperienza della pandemia «che ha messo in luce le nostre false sicurezze» (FT, 7), richiamando la necessità di un’azione in grado di dare risposte e non solo di analizzare i fatti. Quest’azione è ancora carente e forse rimarrà tale anche di fronte ai traguardi che la ricerca e la scienza raggiungono ogni giorno. È carente perché «è apparsa evidente l’incapacità di agire insieme. Malgrado si sia iper-connessi, si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti» (Ibid.).

Quello che si riscontra nel contemporaneo scenario internazionale è l’aperta contraddizione tra il bene comune e l’attitudine a dare priorità all’interesse degli Stati, e addirittura di singoli Stati, nella convinzione che possano esistere “zone senza controllo” o sia valida la logica che quanto non proibito è permesso. Il risultato è che «la moltitudine degli abbandonati resta in balia dell’eventuale buona volontà di alcuni» (FT, 165). L’esatto contrario della fraternità che, invece, introduce all’idea degli interessi generali, quelli capaci di costituire una vera solidarietà e modificare non solo la struttura della Comunità internazionale, ma anche la dinamica della relazione al suo interno. Infatti, accolta la supremazia di tali interessi generali, la sovranità e l’indipendenza di ogni Stato finiscono di essere un assoluto e vanno sottoposte alla «sovranità del diritto sapendo che la giustizia è requisito indispensabile per realizzare l’ideale della fraternità universale» (FT, 173). Questo processo non è automatico ma domanda «coraggio e generosità per stabilire liberamente determinati obiettivi comuni e assicurare l’adempimento in tutto il mondo di alcune norme essenziali» (FT, 174).

Nella prospettiva di Francesco la fraternità diventa pertanto il modo per far prevalere gli impegni sottoscritti secondo l’antico adagio pacta sunt servanda, per rispettare effettivamente la volontà legittimamente manifestata, per risolvere le controversie mediante i mezzi offerti dalla diplomazia, dal negoziato, dalle Istituzioni multilaterali e dal più ampio desiderio di realizzare «un bene comune realmente universale e la tutela degli Stati più deboli» (Ibid.).

Non manca, in proposito, il riferimento ad un tema costante dell’insegnamento sociale della Chiesa, quello del “governo” – la governance, come oggi è d’uso dire – della Comunità internazionale, dei suoi membri e delle sue Istituzioni. Papa Francesco, in coerenza con tutti i Suoi Predecessori, sostiene la necessità di una «forma di autorità mondiale regolata dal diritto», ma questo non significa «pensare a un’autorità personale» (FT, 172). All’accentramento di poteri, la fraternità sostituisce una funzionalità collegiale – qui non è estranea la visione “sinodale” applicata al governo della Chiesa, che è propria di Francesco – determinata da «organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali» (Ibid.).

3. Operare nella realtà internazionale mediante la cultura della fraternità, domanda di acquisire un metodo e un obiettivo capaci di sostituire quei paradigmi non più in grado di cogliere le sfide e i bisogni che si presentano nel cammino che la Comunità internazionale percorre, certo con fatica e contraddizioni. Non mancano, infatti, marcate preoccupazioni per la volontà di svuotare la ragione e il contenuto del multilateralismo, quanto mai necessario in una società mondiale che vive la frammentazione delle idee e delle decisioni, quale espressione di un post-globale che avanza. Una volontà frutto di un approccio esclusivamente pragmatico, che dimentica non solo principi e regole, ma le molteplici grida di aiuto che ormai appaiono sempre più costanti e complesse e perciò capaci anche di compromettere la stabilità internazionale. Ed ecco le contrapposizioni e gli scontri degenerare in guerre che, per la complessità delle cause che le determinano, sono destinate a protrarsi nel tempo senza immediate e praticabili soluzioni. Invocare la pace serve a poco. Papa Francesco ci dice che «c’è un grande bisogno di negoziare e così sviluppare percorsi concreti per la pace. Tuttavia, i processi effettivi di una pace duratura sono anzitutto trasformazioni artigianali operate dai popoli, in cui ogni persona può essere un fermento efficace con il suo stile di vita quotidiana. Le grandi trasformazioni non si costruiscono alla scrivania o nello studio» (FT, 231)

Percorrendo l’Enciclica, ci si sente chiamati alle nostre responsabilità, individuali e collettive, di fronte a nuove tendenze ed esigenze che si affacciano sulla scena internazionale. Proclamarci fratelli e fare dell’amicizia sociale il nostro abito, probabilmente non basta. Come pure definire le relazioni internazionali in termini di pace o sicurezza, di sviluppo o di generico richiamo al rispetto dei diritti fondamentali non è più sufficiente, pur avendo rappresentato negli ultimi decenni la ragion d’essere dell’azione diplomatica, del ruolo degli organismi multilaterali, dell’azione profetica di tante figure, dell’insegnamento di filosofie, e caratterizzato anche la dimensione religiosa.

Il ruolo effettivo della fraternità, permettetemi, è dirompente poiché si lega a concetti nuovi che sostituiscono la pace con gli operatori di pace, lo sviluppo con i cooperanti, il rispetto dei diritti con l’attenzione alle esigenze di ogni prossimo, sia esso persona, popolo o comunità. Ce lo dice molto chiaramente la radice teologica dell’Enciclica che ruota intorno alla categoria dell’amore fraterno che, al di là di ogni appartenenza, anche identitaria, è capace di realizzarsi in concreto in «colui che si è fatto prossimo» (FT, 81). L’immagine del Buon Samaritano è lì come monito e modello.

Ai responsabili delle Nazioni, ai diplomatici, a quanti operano per la pace e lo sviluppo la fraternità propone di trasformare la vita internazionale da semplice co-esistenza, quasi necessaria, a dimensione basata su quel comune senso di “umanità” che già oggi ispira e sorregge tante regole e strutture internazionali, favorendo così un’effettiva convivenza. È l’immagine di una realtà in cui le istanze di popoli e persone diventano prevalenti, con un apparato istituzionale capace di garantire non interessi particolari, ma quell’auspicato bene comune mondiale (cf. FT, 257).

La fraternità ha, dunque come protagonista la famiglia umana che nelle sue relazioni e nelle sue differenze viaggia verso la piena unità, ma con una visione lontana dall’universalismo o da un’astratta condivisione, come da certe degenerazioni della globalizzazione (cf. FT, 100). Attraverso la cultura della fraternità Papa Francesco chiama ognuno ad amare l’altro popolo, l’altra nazione come la propria. E così a costruire rapporti, regole e istituzioni, abbandonando il miraggio della forza, degli isolamenti, delle visioni chiuse, delle azioni egoistiche e di parte poiché «la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità» (FT, 105).

 

 

Traduzione in lingua inglese

1. Upon reading this Encyclical, even the least attentive observer must ask: what is the place and meaning of fraternity in international relations? Anyone interested in how relations are conducted on a global level would expect an answer in terms of statements, regulations, statistics and perhaps even actions. If, on the other hand, we allow ourselves to be guided by how Pope Francis assesses the facts and situations of today, the answer is different: “Global society is suffering from grave structural deficiencies that cannot be resolved by piecemeal solutions or quick fixes” (FT, 179).

The Encyclical not only considers fraternity as an instrument or an ideal; it outlines a culture of fraternity to be applied in international relations. A culture, of course: the image is that of a knowledge from which the method and the objective are developed.

As for the method: fraternity is not a trend or a fashion which develops over time or at a particular time, but rather the result of concrete acts. The Encyclical reminds us of integration between countries, the primacy of rules over force, economic development and cooperation and, above all, the use of dialogue, seen not as an anaesthetic or an occasional “band-aid”, but as a weapon with a destructive potential far superior to any other armament. In fact, if weapons and with them wars destroy human lives, the environment, and hope, to the point of extinguishing the future of people and communities, dialogue destroys the barriers in the heart and mind, opens up spaces for forgiveness, and promotes reconciliation. Indeed, it is the instrument that justice requires in order to be able to assert itself in its most authentic meaning and import. How much does the absence of dialogue allow international relations to degenerate or rely on the heavy hand of power, allowing opposition and force to prevail! Dialogue, on the other hand, especially when it is “persistent and courageous does not make headlines, but quietly helps the world to live much better than we imagine” (FT, 198). Indeed, looking at international events, dialogue also has victims. Among its victims are those who do not accept the logic of conflicts at all costs, or are seen as naive and inexperienced merely because they dare to look beyond the immediate and partial interests of individual realities that risk ignoring the overall view. Dialogue is a vision that progresses and endures over time. Dialogue requires patience and edges close to martyrdom. This is why the Encyclical refers to dialogue as an instrument of fraternity, which makes those who dialogue different from those “people holding important social positions yet lacking in real concern for the common good, who do not hold in their hearts the common good.” (FT,63)

We are now at the objective. Along with religious visions and various spiritual outlooks, history speaks of fraternity and describes its beauty and its effects; but these are often associated with a slow and difficult path, almost an ideal dimension energized by underlying reforming impulses or revolutionary processes. Another constant temptation is to limit fraternity to a level of individual maturity, reserved exclusively for those who share the same path. According the Encyclical, however, the objective is an ascending path driven by that healthy subsidiarity which starts from the individual and expands to encompass the family, then social and state dimensions, all the way to the international community. As Francis reminds us, this is why “it is necessary to develop not only a spirituality of fraternity but at the same time a more efficient world organisation, to help resolve pressing problems" if fraternity is to be an effective instrument in international relations.” (FT, 165)

2. Understood in this light, fraternity with its method and its objective can contribute to the renewal of principles guiding international life; it can inspire the guidelines necessary for facing new challenges and lead the plurality of actors working at a global level to respond to the needs of the human family. These are actors with a crucial responsibility in terms of politics and shared solutions, especially in the face of realities of war, hunger, underdevelopment, and the destruction of our common home and all its consequences. Such actors are aware of how globalization, confronted by real problems that demand solutions, has displayed even recently only negative aspects. To express this truth, the Pope refers to the experience of the pandemic which has “exposed our false certainties" (FT, 7), when what is needed is action capable of providing answers and not only analysing the facts. This action is still missing and may continue to be lacking, even with everything that research and science achieve each day. It is lacking because "it has become evident that there is an inability to act all together. Although we are hyper-connected, there is a fragmentation which makes it more difficult to solve problems affecting us all” (Ibid.).

What we find on today’s international scene is an obvious contradiction between the common good and the tendency to give priority to the interests of States, even individual States; this can stem from a belief in "free zones", or it can be due to the logic that what is not forbidden is allowed. The result is that "the multitude of the abandoned remain at the mercy of the possible good will of some" (FT, 165). Fraternity is the exact opposite of this: it introduces the idea of general interests, those capable of forming a true solidarity and of changing not only the structure of the international Community but also the dynamics of relationships within it. In fact, once the supremacy of these general interests has been accepted, the sovereignty and independence of each State cease to be absolutes—they must be subject to "the sovereignty of law, knowing that justice is a prerequisite for achieving the ideal of universal brotherhood" (FT, 173). This process is not automatic but require4s "courage and generosity to freely establish certain common goals and ensure the worldwide fulfilment of certain essential norms" (FT, 174).

In Francis's perspective, therefore, fraternity is how to bring to fruition the commitments made according to the ancient adage pacta sunt servanda: to concretely respect the legitimately expressed common will; to resolve disputes by means of diplomacy and negotiation and via multilateral institutions; and the broadest desire to achieve "a truly universal common good and the protection of the weakest States" (Ibid.).

There is no lack of reference, in this regard, to a constant theme of the Church's social teaching, that of the "government"—governance, in today’s parlance—of the international Community, its members and its Institutions. Pope Francis, consistent with all his predecessors, supports the need for a "form of world authority regulated by law", but this does not mean "thinking of a personal authority" (FT, 172). Fraternity replaces the centralization of powers with a collegial function—which is not unlike the "synodal" vision applied to the governance of the Church, which Francis embraces—determined by "more effective world organizations, equipped with the power to provide for the global common good, the elimination of hunger and poverty the sure defence of fundamental human rights.” (Ibid.).

3. Operating in the international reality via the culture of fraternity requires acquiring a method and an objective capable of replacing those paradigms that no longer have the capacity to grapple with the challenges and needs that the international Community meets on its current journey, burdened by fatigue and contradictions. In fact, there is noticeable concern about the will of some to abolish the reasons for and content of multilateralism, which is necessary now more than ever in a world society in which the fragmentation of ideas and decisions reflects an increasing post-globalism. Such an attitude results from an exclusively pragmatic approach that not only forgets principles and rules but also ignores the multiple cries for help that are now constantly and increasingly heard and so can even compromise international stability. These are the oppositions and clashes that degenerate into wars which, due to the complexity of their root causes, are destined to extend over time without immediate and viable solutions. Simply calling out for peace is of little use. Pope Francis tells us that "negotiation often becomes necessary for shaping concrete paths to peace. Yet the processes of change that lead to lasting peace are crafted above all by peoples; each individual can act as an effective leaven by the way he or she lives each day. Great changes are not produced behind desks or in offices." (FT, 231)

As we go through the Encyclical, we feel called to our individual and collective responsibilities in the face of new trends and needs emerging on the international scene. Proclaiming ourselves brothers and sisters and making social friendship our habit are probably not enough. Just as, defining international relations in terms of peace or security, development, or a generic appeal to respect for fundamental rights—are no longer sufficient, despite the fact that in recent decades they have constituted the raison d'être of diplomatic action, of the role of multilateral organizations, of the prophetic action of so many figures, of philosophical education, and even a characteristic of the religious dimension.

The effective role of fraternity is disruptive, if you allow me, because it is linked to new concepts that replace peace with peacemakers, development with co-workers, and respect for rights with attention to the needs of each neighbour, be it a person, a people or a community. The theological root of the Encyclical tells us this very clearly in that it revolves around the category of fraternal love, which beyond all belonging, even identity, is capable of concretely realizing itself in the one "who has become a neighbour." (FT, 81). The image of the Good Samaritan is there as a warning and a model.

To the leaders of Nations, to diplomats, to those who work for peace and development, fraternity proposes the transformation of international life from mere co-existence, almost necessary, to a dimension based on that common sense of "humanity" that already now inspires and supports so many international rules and structures, thus promoting effective coexistence. It is the image of a reality in which peoples and persons themselves come to the fore, with an institutional apparatus capable of guaranteeing not particular interests, but the desired world common good (cf. FT, 257).

Fraternity therefore has as its protagonist the human family, which in its relationships and differences travels towards full unity, but with a vision far removed from universalism or abstract sharing, as from certain degenerations of globalization (cf. FT, 100). Through the culture of fraternity, Pope Francis calls each and every one to love the other people, the other nation, as one’s own, and thus to build relationships, rules and institutions, while abandoning the illusions of power, isolation, closed visions, selfish and partisan actions—because "the simple sum of individual interests is not capable of generating a better world for all humanity" (FT, 105).

Traduzione in lingua spagnola

1. Aun para el observador menos atento, una pregunta se le hace ineludible frente a esta Encíclica: ¿qué espacio y consideración encuentra la fraternidad en las relaciones internacionales? Quienes están atentos al desarrollo de las relaciones a nivel mundial esperarían una respuesta en términos de proclamaciones, normativas, estadísticas y tal vez incluso acciones. Si, por otra parte, nos dejamos guiar por el Papa Francisco en la constatación de los hechos y situaciones, la respuesta es otra: “La sociedad mundial tiene serias fallas estructurales que no se resuelven con parches o soluciones rápidas meramente ocasionales” (FT, 179).

La Encíclica no se limita a considerar la fraternidad como un instrumento o un deseo, sino que esboza una cultura de la fraternidad para aplicar a las relaciones internacionales. Ciertamente, una cultura: es la imagen de una disciplina que tiene desarrollado un método y un objetivo.

En cuanto al método. La fraternidad no es una tendencia o moda que se desarrolla a lo largo del tiempo o en un tiempo; se trata más bien de la manifestación de actos concretos. La Encíclica nos recuerda la integración entre los países, la primacía de las normas sobre la fuerza, el desarrollo y la cooperación económica y, sobre todo, el instrumento del diálogo visto no como un analgésico o para “parches” ocasionales, sino como un arma con un potencial destructivo muy superior a cualquier otra. De hecho, si a través de las armas la guerra destruye vidas humanas, el medio ambiente, la esperanza, hasta el punto de extinguir el futuro de las personas y las comunidades, el diálogo destruye las barreras del corazón y la mente, abre espacios para el perdón, favorece la reconciliación. Por el contrario, es el instrumento que la justicia necesita para afirmarse según su significado y efecto más auténticos. ¡Cuánto ha permitido la ausencia de diálogo que las relaciones internacionales se deterioren o se apoyen en el peso del poder, en los resultados de los enfrentamientos y demostraciones de fuerza! Por otra parte, el diálogo, especialmente cuando es “persistente y corajudo no es noticia como los desencuentros y los conflictos, pero ayuda discretamente al mundo a vivir mejor, mucho más de lo que podamos darnos cuenta” (FT, 198). Es cierto también que si se observan los acontecimientos internacionales, el diálogo también cobra sus víctimas. Son los que no responden a la lógica del conflicto a toda costa o son considerados ingenuos e inexpertos sólo porque tienen el valor de superar los intereses inmediatos y parciales de las realidades individuales, y corren el riesgo de olvidar la visión de conjunto. Esa visión que avanza y continúa a lo largo del tiempo. El diálogo exige paciencia y se acerca al martirio, por lo que la Encíclica lo evoca como un instrumento de fraternidad, un medio que hace que quienes entablan el diálogo sean diferentes de aquellas “personas con funciones importantes en la sociedad, que no tenían en el corazón el amor por el bien común” (FT, 63).

Llegamos entonces al objetivo. La historia, pero también las visiones religiosas y los diferentes caminos de espiritualidad hablan de la fraternidad y describen su belleza y sus efectos, pero a menudo los vinculan a un camino lento y difícil, casi una dimensión ideal detrás de la cual se transmiten impulsos de reforma o procesos revolucionarios. También surge la tentación constante de limitar la fraternidad a un nivel de madurez individual, capaz de involucrar sólo a aquellos que comparten el mismo camino. El objetivo, según la Encíclica, es más bien un camino ascendente determinado por esa sana subsidiariedad que, partiendo de la persona, se amplía para abarcar las dimensiones familiar, social y estatal hasta la comunidad internacional. Por eso, recuerda Francisco, para hacer de la fraternidad un instrumento de actuación en las relaciones internacionales: “es necesario fomentar no únicamente una mística de la fraternidad sino al mismo tiempo una organización mundial más eficiente para ayudar a resolver los problemas acuciantes” (FT, 165).

2. Explicada de esta forma —con su método y su objetivo— la fraternidad puede contribuir a la renovación de los principios que presiden la vida internacional o ser capaz de poner de manifiesto las vías necesarias para hacer frente a los nuevos desafíos y conducir a la pluralidad de actores que trabajan a nivel mundial para responder a las necesidades de la familia humana. Se trata de actores cuya responsabilidad en términos de política y soluciones compartidas es crucial, especialmente cuando se enfrentan a la realidad de la guerra, el hambre, el subdesarrollo, la destrucción de la casa común y sus consecuencias. Actores conscientes de cómo la globalización, ante problemas reales y soluciones necesarias, ha manifestado, y más recientemente, sólo aspectos negativos. Para expresar esta verdad, el Papa utiliza la experiencia de la pandemia “dejó al descubierto nuestras falsas seguridades” (FT, 7), recordando la necesidad de una acción capaz de dar respuestas y no sólo de analizar los hechos. Esta acción sigue faltando y tal vez siga faltando incluso frente a los objetivos que la investigación y la ciencia alcanzan cada día. Falta porque “se evidenció la incapacidad de actuar conjuntamente. A pesar de estar hiperconectados, existía una fragmentación que volvía más difícil resolver los problemas que nos afectan a todos” (Ibíd.).

Lo que encontramos en el escenario internacional contemporáneo es la abierta contradicción entre el bien común y la capacidad de dar prioridad a los intereses de los Estados, e incluso de los Estados individuales, en la creencia de que pueden existir “zonas sin control” o la lógica de que lo que no está prohibido está permitido. El resultado es que “la multitud de los abandonados queda a merced de la posible buena voluntad de algunos” (FT, 165). Esta es la concepción opuesta a lo que propone, en cambio, la fraternidad, la idea de los intereses generales, aquellos capaces de constituir una verdadera solidaridad y de cambiar no sólo la estructura de la comunidad internacional, sino también la dinámica de la relación dentro de ella. En efecto, una vez aceptada la supremacía de estos intereses generales, la soberanía e independencia de cada Estado deja de ser un absoluto y debe someterse a “la soberanía del derecho, sabiendo que la justicia es requisito indispensable para obtener el ideal de la fraternidad universal” (FT, 173). Este proceso no es automático; más bien exige “valentía y generosidad en orden a establecer libremente determinados objetivos comunes y asegurar el cumplimiento en todo el mundo de algunas normas básicas” (FT, 174).

Según la perspectiva de Francisco, por lo tanto, la fraternidad se convierte en la forma de hacer prevalecer los compromisos asumidos según el antiguo adagio pacta sunt servanda, de respetar efectivamente la voluntad legítimamente manifestada, de resolver las controversias a través de los medios que ofrecen la diplomacia, la negociación, las instituciones multilaterales y el deseo más amplio de lograr “un bien común realmente universal y la protección de los Estados más débiles” (Ibíd.).

No falta, a este respecto, la referencia a un tema constante en la enseñanza social de la Iglesia, el de la “gobernanza” —governance, como se acostumbra a decir hoy en día— de la comunidad internacional, sus miembros y sus instituciones. El Papa Francisco, con la coherencia de todos sus predecesores, apoya la necesidad de una “forma de autoridad mundial regulada por el derecho”, pero esto no significa pensar “en una autoridad personal” (FT, 172). Ante la centralización de poderes, la fraternidad propone una función colegial en su lugar —aquí no es ajena la visión “sinodal” aplicada a la gobernanza de la Iglesia, que es la propia de Francisco— determinada por “organizaciones mundiales más eficaces, dotadas de autoridad para asegurar el bien común mundial, la erradicación del hambre y la miseria, y la defensa cierta de los derechos humanos elementales” (Ibíd.).

3. Trabajar en la realidad internacional a través de la cultura de la fraternidad exige adquirir un método y un objetivo capaces de sustituir aquellos paradigmas que ya no son capaces de responder a los desafíos y necesidades que se presentan en el camino que recorre la comunidad internacional (ciertamente con fatiga y contradicciones). De hecho, no falta una marcada preocupación por el deseo de vaciar la razón y el contenido del multilateralismo, lo cual es aún más necesario en una sociedad mundial que experimenta la fragmentación de ideas y decisiones, como expresión de un post-globalismo que avanza. Una voluntad que es el resultado de un enfoque exclusivamente pragmático, que olvida no sólo los principios y las normas, sino los numerosos gritos de auxilio que ahora parecen cada vez más constantes y complejos y, por lo tanto, también capaces de comprometer la estabilidad internacional. Y aquí están las contraposiciones y los enfrentamientos que degeneran en guerras que, debido a la complejidad de las causas que las determinan, están destinadas a continuar en el tiempo sin soluciones inmediatas y factibles. Invocar la paz es de poca utilidad. El Papa Francisco nos dice que “es muy necesario negociar y así desarrollar cauces concretos para la paz. Pero los procesos efectivos de una paz duradera son ante todo transformaciones artesanales obradas por los pueblos, donde cada ser humano puede ser un fermento eficaz con su estilo de vida cotidiana. Las grandes transformaciones no son fabricadas en escritorios o despachos” (FT, 231).

A medida que avanzamos en la Encíclica, nos sentimos llamados a asumir nuestras responsabilidades individuales y colectivas frente a las nuevas tendencias y necesidades de la escena internacional. Proclamarnos hermanos y hermanas, y hacer de la amistad social nuestro hábito, probablemente no sea suficiente. Así como ya no basta con definir las relaciones internacionales en términos de paz o seguridad, desarrollo o una referencia general al respeto de los derechos fundamentales —aunque en las últimas décadas hayan representado la razón de ser de la acción diplomática, el papel de los organismos multilaterales, la acción profética de muchas figuras, la enseñanza de las filosofías, y también caracterizado la dimensión religiosa.

El papel efectivo de la fraternidad, permítanme decir, es perturbador, porque está vinculado a nuevos conceptos que sustituyen la paz con los pacificadores, el desarrollo con los cooperantes, el respeto de los derechos con la atención a las necesidades del prójimo, ya sea una persona, un pueblo o una comunidad. La raíz teológica de la Encíclica nos dice muy claramente que gira en torno a la categoría del amor fraterno que, más allá de toda pertenencia, incluso de la identidad, es capaz de concretarse en el que “se hizo prójimo” (FT, 81). La imagen del buen samaritano está ahí como una advertencia y un modelo.

A los dirigentes de las naciones, a los diplomáticos, a los que trabajan por la paz y el desarrollo, la fraternidad les propone transformar la vida internacional de una simple coexistencia, casi necesaria, a una dimensión basada en ese sentido común de “humanidad” que ya inspira y sostiene tantas normas y estructuras internacionales, promoviendo así una coexistencia efectiva. Es la imagen de una realidad en la que prevalecen las exigencias de los pueblos y de las personas, con un aparato institucional capaz de garantizar no los intereses particulares, sino ese deseado bien común mundial (cf. FT, 257).

La fraternidad tiene como protagonista, pues, la familia humana, que en sus relaciones y diferencias camina hacia la plena unidad, pero con una visión alejada del universalismo o del compartir abstracto, como de ciertas degeneraciones de la globalización (cf. FT, 100). A través de la cultura de la fraternidad, el Papa Francisco llama a cada uno a amar al otro pueblo, a la otra nación como a la suya propia. Y así construir relaciones, normas e instituciones, abandonando el espejismo de la fuerza, el aislamiento, las visiones cerradas, las acciones egoístas y partidistas, porque “la mera suma de los intereses individuales no es capaz de generar un mundo mejor para toda la humanidad” (FT, 105).

Intervento dell’Em.mo Card. Miguel Ángel Ayuso Guixot, M.C.C.J.

 

Testo in lingua originale

Agradezco la oportunidad de presentar la Encíclica Fratelli tutti, dedicada a la fraternidad y a la amistad social; un precioso regalo que el Santo Padre nos ha dado no sólo a nosotros los católicos, sino a toda la humanidad.

Saludo a todos los distinguidos oradores que han presentado esta Encíclica conmigo. En especial al Dr. Mohamed Mahmoud Abdel Salam, Consejero del Gran Imán de Al-Azhar, amigo fraternal con quien comparto la labor del Alto Comité para la Fraternidad Humana, nacido en agosto de 2019, para dar continuidad y eficacia a los objetivos contenidos en el Documento sobre la Fraternidad Humana por la paz mundial y la convivencia común. ¡Su presencia aquí es realmente un buen ejemplo de fraternidad!

Quiero agradecer públicamente al Papa Francisco, también en nombre del Pontificio Consejo para el Diálogo Interreligioso que presido, el impulso que ha dado, desde el comienzo de su pontificado, al diálogo interreligioso.

No oculto mi emoción al leer las páginas de la Encíclica, en particular el capítulo ocho: “Las religiones al servicio de la fraternidad en el mundo”. He colaborado con el Papa Francisco desde el comienzo de su pontificado, es decir, durante casi ocho años. Puedo atestiguar cuánto trabajo se ha hecho, incluso en medio de innegables dificultades, como la última —sólo por orden de tiempo— de la pandemia causada por el COVID-19.

El diálogo interreligioso está verdaderamente en el corazón de las reflexiones y acciones del Papa Francisco. De hecho, dice Fratelli tutti: “Buscar a Dios con corazón sincero, siempre que no lo empañemos con nuestros intereses ideológicos o instrumentales, nos ayuda a reconocernos compañeros de camino, verdaderamente hermanos” (Ft 274).

El título mismo de la Encíclica expresa un claro deseo de dirigirse a todos como hermanos y hermanas. Se trata de una realidad existencial que el Papa Francisco, pacíficamente, da por sentado: todos somos hermanos, ¡nadie está excluido!

El camino del diálogo entre personas de diferentes tradiciones religiosas ciertamente no comienza hoy. Es parte de la misión original de la Iglesia y tiene sus raíces en el Concilio Vaticano II.

El Papa Francisco, al ver en el respeto y la amistad dos actitudes fundamentales, abrió otra puerta para que el oxígeno de la fraternidad pudiera entrar en el diálogo entre personas de diferentes tradiciones religiosas, entre creyentes y no creyentes, y con todas las personas de buena voluntad.

El Documento sobre la Fraternidad Humana por la paz mundial y la convivencia común, firmado el 4 de febrero de 2019 en Abu Dhabi por el Papa y el Gran Imán de Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, representó un hito en el camino del diálogo interreligioso, uno que no coincide ni con la salida ni con la llegada. ¡Estamos en camino! Fratelli tutti, desde una mirada clarividente y misericordiosa, nos exhorta a pisar un terreno común ligado a una antigua verdad, que puede sonar nueva en el mundo que nos rodea, a menudo atrofiado por el egoísmo: la fraternidad humana.
Los creyentes de diferentes tradiciones religiosas pueden realmente ofrecer su propia contribución a la fraternidad universal en las sociedades en las que viven. Dice Fratelli tutti: “No puede admitirse que en el debate público sólo tengan voz los poderosos y los científicos. Debe haber un lugar para la reflexión que procede de un trasfondo religioso que recoge siglos de experiencia y de sabiduría”. (Ft, 275). En efecto, el creyente es testigo y portador de valores que pueden contribuir en gran medida a la construcción de sociedades más sanas y justas. La rectitud, la fidelidad, el amor por el bien común, la preocupación por los demás, especialmente por los necesitados, la benevolencia y la misericordia son herramientas valiosas que forman parte del tesoro espiritual de las diversas religiones.

Vivir la propia identidad en la “valentía de la alteridad” es el umbral que hoy la Iglesia del Papa Francisco nos pide cruzar.

Se trata de dar pasos concretos junto con creyentes de otras religiones y personas de buena voluntad, con la esperanza de que todos nos sintamos llamados a ser, sobre todo en nuestro tiempo, mensajeros de paz y artífices de comunión.

Dios es el Creador de todo y de todos, por lo que somos miembros de una familia y como tal debemos reconocernos. Este es el criterio fundamental que nos ofrece la fe para pasar de la mera tolerancia a la convivencia fraterna.

La invitación del Papa Francisco a las diferentes religiones a ponerse al servicio de la fraternidad para el bien de toda la humanidad anuncia una nueva época. Nuestro viaje común se abre a una nueva luz y a una nueva creatividad que desafía el corazón mismo de cada religión, y no sólo eso: la fraternidad se puede convertir también en el camino de las creencias religiosas.

En un mundo deshumanizado, en el que la indiferencia y la codicia caracterizan las relaciones entre las personas, es necesaria una nueva y universal solidaridad y un nuevo diálogo basado en la fraternidad.

El diálogo interreligioso tiene una función esencial para construir una convivencia civil, una sociedad que incluya y que no se edifique sobre la cultura del descarte.

La perspectiva y el objetivo del diálogo es trabajar, mediante una auténtica colaboración entre creyentes, para conseguir el bien de todos, luchando contra tantas injusticias que aún afligen a este mundo y condenando todo tipo de violencia.

Por eso, mirando hacia el futuro, debemos tomar conciencia de que las religiones no deben encerrarse en si mismas, sino que, como creyentes y permaneciendo bien enraizados en nuestra propia identidad, nos dispongamos, a pesar de nuestras diferencias, y junto a todas las personas de buena voluntad, a recorrer el camino de la fraternidad humana. En el mundo hay muchas religiones y nosotros, desde el punto de vista interreligioso, tenemos que saber activar una relación, como quiere el Papa, de respeto y de amistad a través de la cual podamos defender la igualdad como seres humanos que somos, también creyentes, con diferentes visiones pero sin renunciar a nuestra propia identidad, sino reclamando un poco la sinceridad de las intenciones.

Gracias de nuevo al Papa Francisco, porque Fratelli tutti nos hace sentir a todos más cercanos al amor de Cristo y de la Iglesia, y nos anima a ponernos, todos juntos, al servicio de la fraternidad en este mundo.

Gracias por su amable atención.

Traduzione in lingua italiana

Sono grato per l’opportunità di presentare l’Enciclica Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale, un dono prezioso che il Santo Padre ha voluto fare non soltanto a noi cattolici, ma a tutta l’umanità.

Saluto gli illustri oratori che hanno presentato con me questa Enciclica. In special modo il Dottor Mohamed Mahmoud Abdel Salam, Consigliere del Grande Imam di Al-Azhar, amico fraterno con cui condivido il lavoro dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana, nato nell’agosto 2019 per dare continuità ed efficacia agli obiettivi contenuti nel Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune. La sua presenza qui è davvero un buon esempio di fratellanza!

Desidero ringraziare pubblicamente Papa Francesco, anche a nome del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso che presiedo, per aver dato impulso, sin dagli esordi del suo pontificato, al dialogo interreligioso.

Non nascondo l’emozione che ho avvertito nel leggere le pagine dell’Enciclica, in particolare il capitolo 8: “Le religioni al servizio della fraternità nel mondo”. Collaboro con Papa Francesco fin da quando è stato eletto, cioè da quasi otto anni. Posso attestare quanto lavoro sia stato fatto, anche tra innegabili difficoltà, come nel caso dell’ultima emergenza – solo in ordine di tempo – causata dalla pandemia da COVID-19.

Il dialogo interreligioso si colloca veramente al cuore delle riflessioni e delle azioni di Papa Francesco. Si afferma, infatti, nella Fratelli tutti: “Cercare Dio con cuore sincero, purché non lo offuschiamo con i nostri interessi ideologici o strumentali, ci aiuta a riconoscerci compagni di strada, veramente fratelli” (Ft 274).

Il titolo stesso dell’Enciclica esprime un chiaro desiderio di rivolgersi a tutti come fratelli e sorelle. Si tratta di una realtà esistenziale che Papa Francesco, in modo del tutto pacifico, dà per scontato: siamo tutti fratelli, nessuno è escluso!

La via del dialogo tra persone di diverse tradizioni religiose non inizia certo oggi, ma fa parte della missione originaria della Chiesa e affonda le sue radici nel Concilio Vaticano II.

Papa Francesco, ravvisando nel rispetto e nell’amicizia due atteggiamenti fondamentali, ha aperto un’ulteriore porta affinché l’ossigeno della fraternità possa entrare in circolo nel dialogo tra persone di diversa tradizione religiosa, tra credenti e non credenti, e con tutte le persone di buona volontà.

Il Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace nel Mondo e la Convivenza Comune, firmato dal Santo Padre e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019, costituisce nel cammino del dialogo interreligioso una pietra miliare che non rappresenta né un punto di partenza né tantomeno un termine di arrivo. Siamo in cammino!

Fratelli tutti, con sguardo lungimirante e misericordioso, ci esorta a percorrere un terreno comune, legato ad un’antica verità che può suonare nuova nel mondo che ci circonda, spesso atrofizzato dall’egoismo: la fraternità umana. I credenti di diverse tradizioni religiose possono veramente offrire il proprio contributo alla fraternità universale nelle società in cui vivono. Leggiamo nella Fratelli tutti: “Non è accettabile che nel dibattito pubblico abbiano voce soltanto i potenti e gli scienziati. Dev’esserci uno spazio per la riflessione che procede da uno sfondo religioso che raccoglie secoli di esperienza e di sapienza” (Ft 275).

Il credente, infatti, è testimone e portatore di valori che possono contribuire notevolmente alla costruzione di società più sane e giuste. La rettitudine, la fedeltà, l’amore per il bene comune, la preoccupazione per gli altri, soprattutto per i bisognosi, la benevolenza e la misericordia sono strumenti preziosi che fanno parte del tesoro spirituale delle varie religioni.

Vivere la propria identità nel “coraggio dell’alterità” è la soglia che oggi la Chiesa di Papa Francesco ci chiede di varcare.

Si tratta di compiere passi concreti insieme ai credenti di altre religioni e alle persone di buona volontà, con la speranza che tutti noi ci sentiamo chiamati ad essere, soprattutto nel nostro tempo, messaggeri di pace e costruttori di comunione.

Dio è il Creatore di tutto e di tutti, per cui siamo membri di un’unica famiglia e, come tali, dobbiamo riconoscerci. È questo il criterio fondamentale che la fede ci offre per passare dalla mera tolleranza alla convivenza fraterna.

L’invito di mettersi al servizio della fratellanza per il bene di tutta l’umanità, rivolto da Papa Francesco alle diverse religioni, annuncia una nuova era. Il nostro cammino comune si apre ad una nuova luce e ad una nuova creatività che sfidano il cuore stesso di ogni religione, e non soltanto: la fraternità può diventare anche la via di ogni credo religioso.

In un mondo disumanizzato, in cui l’indifferenza e l’avidità caratterizzano i rapporti tra le persone, sono necessari una nuova e universale solidarietà ed un nuovo dialogo basato sulla fraternità.

Il dialogo interreligioso svolge una funzione essenziale nella costruzione di una convivenza civile, di una società che includa e non si edifichi sulla cultura dello spreco. La prospettiva e l’obiettivo del dialogo è lavorare, attraverso un’autentica collaborazione tra credenti, per ottenere il bene di tutti, lottando contro le tante ingiustizie che affliggono ancora questo mondo e condannando ogni forma di violenza. Per questo, guardando al futuro, dobbiamo prendere coscienza del fatto che le religioni non si debbono chiudere in sé stesse, ma che come credenti, e rimanendo ben radicati ciascuno nella propria identità, dobbiamo disporci a percorrere la via della fraternità umana, nonostante le nostre differenze, insieme a tutte le persone di buona volontà.

Nel mondo ci sono tante religioni e noi, nella prospettiva del dialogo interreligioso, dobbiamo mostrarci in grado di avviare verso tutti – come desidera il Papa – una relazione di rispetto e amicizia mediante cui difendere l’uguaglianza tra esseri umani, inclusi noi credenti, sebbene con visioni differenti, senza rinunciare alla nostra identità, bensì rivendicando una certa sincerità delle intenzioni.

Ringrazio ancora Papa Francesco, perché Fratelli tutti ci fa sentire più vicini all’amore di Cristo e della Chiesa, e ci incoraggia a metterci, tutti insieme, al servizio della fraternità in questo mondo.

Grazie per la vostra attenzione.

Traduzione in lingua francese

Je suis reconnaissant de cette occasion qui m’est donnée de présenter l'Encyclique Fratelli tutti, consacrée à la fraternité et à l'amitié sociale; un cadeau précieux que le Saint-Père nous a fait, non seulement à nous, Catholiques, mais à toute l'humanité.

Je salue tous les éminents orateurs qui se sont joint à moi pour présenter cette Encyclique. En particulier le Dr Mohamed Mahmoud Abdel Salam, Conseiller du Grand Imam d'Al-Azhar, ami et frère avec lequel je partage le travail du Haut Comité pour la Fraternité humaine, créé en août 2019, pour donner continuité et efficacité aux objectifs énoncés dans le Document sur la fraternité humaine pour la paix mondiale et la coexistence commune. Votre présence ici est vraiment un bon exemple de fraternité!

Je tiens à remercier publiquement le Pape François, au nom du Conseil Pontifical pour le Dialogue Interreligieux que je préside, pour le nouvel élan qu'il a donné, dès le début de son pontificat, au dialogue interreligieux.

Je ne saurais vous cacher mon émotion à la lecture des pages de l'Encyclique, en particulier celles du chapitre huit : «Les religions au service de la fraternité dans le monde». Je collabore avec le Pape François depuis le début de son pontificat, c'est-à-dire depuis près de huit ans. Je peux témoigner de l'ampleur du travail accompli, même au milieu de difficultés indéniables, dont la dernière en date, la pandémie provoquée par le COVID-19.

Le dialogue interreligieux est véritablement au cœur des réflexions et des actions du Pape François. En effet, comme l’affirme Fratelli tutti : « Chercher Dieu d’un cœur sincère, à condition de ne pas l’utiliser à nos intérêts idéologiques ou d’ordre pratique, nous aide à nous reconnaître comme des compagnons de route, vraiment frères.» (Ft 274).

Le titre même de l'Encyclique exprime clairement le désir de s'adresser à tous comme à des frères et sœurs. Il s’agit d’une réalité existentielle que le Pape François tient paisiblement pour acquise : nous sommes tous frères et sœurs, personne n'est exclu!

Le chemin du dialogue entre personnes de traditions religieuses différentes ne vient, certes, pas juste de commencer. Il fait partie de la mission originelle de l'Église et est profondément enraciné dans le Concile Vatican II.

En désignant le respect et l'amitié comme deux attitudes fondamentales, le Pape François a ouvert une autre porte, afin que l'oxygène de la fraternité puisse entrer au cœur du dialogue entre personnes de traditions religieuses différentes, entre croyants et non-croyants, et avec toutes les personnes de bonne volonté.

Le Document sur la fraternité humaine pour la paix mondiale et la coexistence commune, signé par le Pape et par le Grand Imam d'Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb le 4 février 2019 à Abou Dhabi, a représenté un jalon sur la voie du dialogue interreligieux, et qui n’en marquait ni le début ni la fin. Nous sommes en chemin ! D’un regard clairvoyant et miséricordieux, Fratelli tutti nous exhorte à fouler le terrain commun de la fraternité humaine. Ce terrain commun est une vérité ancienne, mais qui peut sembler nouvelle dans le monde qui nous entoure, souvent atrophié par l'égoïsme. Les croyants de différentes traditions religieuses peuvent vraiment apporter leur contribution propre à la fraternité universelle dans les sociétés où ils vivent. Fratelli tutti déclare : «Il est inadmissible que, dans le débat public, seuls les puissants et les hommes ou femmes de science aient droit à la parole. Il faut aussi faire place aux réflexions nées des traditions religieuses, dépositaires de siècles d’expérience et de sagesse» (Ft, 275). En effet, le croyant est témoin et porteur de valeurs qui peuvent apporter une grande contribution à la construction de sociétés plus saines et plus justes. La droiture, la fidélité, l'amour du bien commun, le souci des autres, en particulier des plus nécessiteux, la bienveillance et la miséricorde sont des outils précieux qui font partie du trésor spirituel des différentes religions.

Vivre son identité dans le «courage de l'altérité» est le seuil que l'Église du Pape François nous demande aujourd’hui de franchir.

Il s'agit d’entreprendre des démarches concrètes avec les croyants d'autres religions et toutes les personnes de bonne volonté, avec l'espoir que nous nous sentirons tous appelés à être des messagers de la paix et des artisans de communion, en particulier en ces temps que nous traversons.

Dieu est le Créateur de tout et de tous. Nous sommes donc membres d'une même famille et nous devons nous reconnaître comme tels. C'est là le principe fondamental que la foi nous offre pour passer de la simple tolérance à la coexistence fraternelle.

L'invitation adressée par le Pape François aux différentes religions, à se mettre au service de la fraternité pour le bien de toute l'humanité, annonce une nouvelle époque. Notre voyage commun nous ouvre à une nouvelle lumière et à une nouvelle créativité qui met au défi le cœur même de chaque religion. Plus encore, la fraternité elle-même peut aussi devenir le chemin des croyances religieuses.

Dans un monde déshumanisé, où l'indifférence et l’avarice caractérisent les relations entre les gens, une nouvelle solidarité universelle et un nouveau dialogue fondé sur la fraternité sont nécessaires.

Le dialogue interreligieux a une fonction essentielle dans l’établissement d'une coexistence civile, d'une société qui inclut tous et chacun en refusant la «culture du déchet». La vision et l'objectif du dialogue sont d’œuvrer, à travers une collaboration authentique entre les croyants, à la réalisation du bien de tous, en luttant contre toutes les injustices qui affligent encore notre monde et en condamnant tout type de violence. En nous tournant vers le futur, nous devons veiller à ce que les religions ne se referment pas sur elles-mêmes. En tant que croyants et tout en restant fermement enracinés dans notre propre identité, nous devons nous engager, avec toutes les personnes de bonne volonté et malgré nos différences, sur la voie de la fraternité humaine. Dans le monde, il y a beaucoup de religions. Depuis notre perspective interreligieuse, nous devons apprendre à raviver les relations de respect et d'amitié, comme nous y appelle le Pape. Cela nous donnera la possibilité, en tant qu'êtres humains, de défendre l'égalité de tous. Nous sommes des croyants qui avons des visions différentes et nous ne devons pas renoncer à notre propre identité, mais nous devons appeler à une plus grande authenticité dans les relations.

Merci encore au Pape François, parce que Fratelli tutti nous fait tous nous sentir plus proches de l'amour du Christ et de l'Église, et nous encourage à nous mettre, tous ensemble, au service de la fraternité dans ce monde.

Je vous remercie de votre aimable attention.

Traduzione in lingua inglese

I am grateful for the opportunity to present the Encyclical Fratelli tutti, dedicated to fraternity and social friendship; it is a precious gift that the Holy Father has given not only to us Catholics but to the whole of humanity.

I greet all the distinguished speakers who have joined with me in presenting this Encyclical, and most especially Dr. Mohamed Mahmoud Abdel Salam, Councilor of the Grand Imam of Al-Azhar. He is a dear friend with whom I collaborate on the High Committee for Human Fraternity, formed in August 2019 to give continuity and effectiveness to the objectives spelled out in the Document on Human Fraternity for World Peace and Living Together. His presence here is truly an excellent example of fraternity!

I want to thank Pope Francis publicly, in the name of the Pontifical Council for Interreligious Dialogue over which I preside, for the impetus he has given to interreligious dialogue since the very beginning of his pontificate.

I cannot read the Encyclical without emotion, especially chapter eight, “Religions at the Service of Fraternity in Our World.” I have collaborated with Pope Francis since the beginning of his pontificate, that is, for almost eight years now. I can attest to how much work has been done, even amid undeniable difficulties, including the most recent one, the pandemic caused by COVID-19.

Interreligious dialogue is truly at the heart of the reflections and actions of Pope Francis. In fact, as Fratelli tutti states, “The effort to seek God with a sincere heart, provided it is never sullied by ideological or self-serving aims, helps us recognize one another as travelling companions, truly brothers and sisters” (FT 274).

The very title of the Encyclical expresses a clear desire to address everyone as brothers and sisters. It is an existential reality that Pope Francis calmly takes for granted: we are all brothers and sisters—no one is excluded! Certainly, the path of dialogue among persons of different religious traditions has not just begun. It is part of the Church’s original mission, and it has deep roots in the Second Vatican Council.

In seeing respect and friendship as two fundamental attitudes, Pope Francis has opened another door, so that the oxygen of fraternity can enter into the dialogue between persons of different religious traditions, between believers and non-believers, and among all persons of good will.

The Document on Human Fraternity for World Peace and Living Together, signed by the Pope and the Grand Imam of Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb on 4 February 2019 in Abu Dhabi, represented a milestone in interreligious dialogue, but that was neither the start nor the finish. We are on the road! Fratelli tutti, with its far-sighted and merciful perspective, encourages us to tread the common ground of human fraternity. This common ground is a truth that is ancient, but it may sound new in today’s world, which is often atrophied by selfishness. Believers of different religious traditions can offer their own valuable contributions to universal fraternity in the societies in which they live. Fratelli tutti states: “It is wrong when the only voices to be heard in public debate are those of the powerful and ‘experts.’ Room needs to be made for reflections born of religious traditions that are the repository of centuries of experience and wisdom” (FT 275). In reality, religious believers are witnesses and bearers of values that can make a great contribution to the building of societies that are healthier and more just. Integrity, fidelity, love of the common good, concern for others (especially the needy), kindness, and mercy are valuable tools that form part of the spiritual treasury of the diverse religions.

Living one’s own identity in the “courage of otherness” is the threshold that the Church of Pope Francis is asking us to cross today.

We are asked to take concrete steps along with believers of other religions and with persons of good will, with the hope that we will all feel called to be messengers of peace and builders of communion, especially in these difficult times.

God is the Creator of everyone and everything. We are therefore members of one family and should recognize one another as such. This is the basic criterion that faith offers us for advancing from being merely tolerant to living together as brothers and sisters.

When Pope Francis invites the different religions to place themselves at the service of fraternity for the good of all humanity, he is announcing a new epoch. Our shared journey opens us up to new light and new creativity, challenging the very heart of every religion. Moreover, fraternity can also become the path for religious beliefs.

In a dehumanized world, in which relations among persons are characterized by indifference and greed, there is need for a new and universal solidarity and a new dialogue based on fraternity. Interreligious dialogue has an essential function in building a civil society that includes everyone and rejects the throwaway culture. The objective of dialogue is to work, in genuine collaboration among all believers, to achieve what is good for all humankind by struggling against all the injustices that still afflict our world and by condemning every type of violence.

Looking toward the future, then, we should take care that religions do not close in upon themselves. While we remain firmly rooted in our own identities as believers, we should resolve, together with all persons of good will and despite our differences, to move forward on the path of human fraternity. In the world there are many religions. From the interreligious perspective, we have to maintain a relation of respect and friendship, as the Pope wishes. This will allow us to defend the equality of all as human beings. We are believers with different visions, and we should not renounce our own identity, but we should call for sincerity of intentions.

Let us again give thanks to Pope Francis because Fratelli tutti makes us all feel closer to the love of Christ and the Church, and it encourages us to place ourselves, all together, at the service of the fraternity of this world.

Thank you for your kind attention.

Traduzione in lingua tedesca

Ich bin dankbar für die Gelegenheit, die Enzyklika Fratelli tutti vorzustellen, die der Brüderlichkeit und der sozialen Freundschaft gewidmet ist. Sie ist ein kostbares Geschenk, das der Heilige Vater nicht nur uns Katholiken, sondern der ganzen Menschheit gemacht hat.

Ich begrüße alle hochgeachtete Referenten, die mit mir diese Enzyklika vorgestellt haben: besonders den Herr Dr. Mohamed Mahmoud Abdel Salam, Berater des Großimams von Al-Azhar, ein brüderlicher Freund, mit dem ich die Arbeit des Hohen Komitee für die Brüderlichkeit aller Menschen teile. Diese Komitee wurde der im August 2019 gegründet, um den im Dokument über die Brüderlichkeit aller Menschen für ein friedliches Zusammenleben in der Welt enthaltenen Zielen Kontinuität und Wirksamkeit zu verleihen. Ihre Anwesenheit hier ist wirklich ein gutes Beispiel für Brüderlichkeit!

Ich möchte öffentlich Papst Franziskus danken, auch im Namen des Päpstlichen Rates für den Interreligiösen Dialog, dessen Präsident ich bin, für den Impuls, den er dem interreligiösen Dialog seit Beginn seines Pontifikats gegeben hat.

Ich verhehle nicht, dass die Enzyklika, während ich sie lass, mich gerührte hat, insbesondere das achte Kapitel: „Die Religionen im Dienst der Brüderlichkeit in der Welt“. Ich arbeite zusammen mit Papst Franziskus seit Beginn seines Pontifikats, das heißt, seit jetzt fast acht Jahren. Ich kann bezeugen, wie viel Arbeit geleistet wurde, selbst inmitten unbestreitbarer Schwierigkeiten, wie zum Beispiel, während der letzten –nur in zeitlicher Reihenfolge–die COVID-19 verursachte Pandemie.

Der interreligiöse Dialog steht wirklich im Mittelpunkt der Überlegungen und Aktionen von Papst Franziskus. In der Tat, Fratelli tutti sagt: „Wenn wir Gott mit aufrichtigem Herzen zu suchen, ohne die Suche nach Gott mit unseren ideologischen oder praktischen Interessen zu verdunkeln, dann hilft uns das, uns als Weggefährten, als echte Brüder, anzuerkennen“ (Ft 274).

Der Titel allein der Enzyklika drückt schon den klaren Wunsch aus, sich an alle als Brüder und Schwestern zu wenden. Dies ist eine existentielle Realität, die Papst Franziskus friedlich für selbstverständlich hält: Wir sind alle Geschwister, niemand ist ausgeschlossen!

Der Weg des Dialogs zwischen Menschen unterschiedlicher religiöser Traditionen beginnt gewiss nicht erst heute. Er gehört zur ursprünglichen Mission der Kirche und hat seine Wurzeln im II. Vatikanischen Konzil.

Papst Franziskus, der in Respekt und Freundschaft zwei grundlegende Haltungen sieht, hat noch eine andere Tür geöffnet, so dass der Sauerstoff der Brüderlichkeit in den Dialog zwischen Menschen verschiedener religiöser Traditionen, zwischen Gläubigen und Nicht-Gläubigen und mit allen Menschen guten Willens hineinströmen kann.

Das Dokument über die Brüderlichkeit aller Menschen für ein friedliches Zusammenleben in der Welt, das am 4. Februar 2019 in Abu Dhabi von Papst Franziskus und dem Großimam von Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb unterschrieben wurde, repräsentiert ein Meilenstein auf dem Weg des interreligiösen Dialogs, der aber weder der Startpunkt noch das Ziel ist: Wir sind auf dem Weg! Aus einem klarsichtigen und barmherzigen Standpunkt mahnt uns Fratelli tutti einen gemeinsamen Boden zu betreten, der mit einer alten Wahrheit verbunden ist, die in der Welt, die uns umgibt und oft durch ihren Egoismus verkümmert ist, neu klingen kann: die menschliche Brüderlichkeit.

Gläubige aus verschiedenen religiösen Traditionen können wirklich, in den Gesellschaften, in denen sie leben, einen eigenen Beitrag zur universellen Brüderlichkeit leisten. Fratelli tutti sagt: „Es kann nicht zugelassen werden, dass nur die Mächtigen und die Wissenschaftler in der öffentlichen Debatte eine Stimme haben. Es muss ein Ort des Nachdenkens geben, der von einem religiösen Hintergrund herkommt und über in Jahrhunderten gesammelte Erfahrungen und Weisheiten verfügt.“ (Ft, 275). Tatsächlich ist der Gläubige ein Zeuge und ein Träger von Werten, die wesentlich zum Aufbau gesünderer und gerechterer Gesellschaften beitragen können. Rechtschaffenheit, Treue, Liebe zum Gemeinwohl, Fürsorge für andere, insbesondere für die Bedürftigen, Wohlwollen und Barmherzigkeit sind wertvolle Werkzeuge, die zum geistigen Schatz der verschiedenen Religionen gehören.

Die eigene Identität im „Mut zur Alterität“ zu leben, ist die Schwelle, die uns heute die Kirche von Papst Franziskus bittet zu überkreuzen.

Es geht darum, gemeinsam mit Gläubigen anderer Religionen und Menschen guten Willens konkrete Schritte zu unternehmen, in der Hoffnung, dass wir uns alle berufen fühlen, gerade in unserer Zeit, Friedensbote und Handwerker der Kommunion zu sein.

Gott ist der Schöpfer von allem und von jedem, deshalb sind wir Mitglieder einer Familie und müssen uns als solche anerkennen. Dies ist das grundlegende Kriterium, welcher der Glaube uns verleiht, um von der bloßen Toleranz zur brüderlichen Lebensgemeinschaft überzugehen.

Die Einladung von Papst Franziskus an die verschiedenen Religionen, zum Wohl der ganzen Menschheit in den Dienst der Brüderlichkeit zu stellen, kündigt eine neue Ära an. Unser gemeinsamer Weg eröffnet sich in einem neuen Licht und für eine neue Kreativität, die das Herz jeder Religion herausfordert, und nicht nur das: die Brüderlichkeit kann auch zur Pfad der religiösen Überzeugungen werden.

In einer dehumanisierten Welt, wo Gleichgültigkeit und Gier die Beziehungen zwischen den Menschen prägen, sind eine neue und universelle Solidarität und ein neuer, auf Brüderlichkeit gegründeter Dialog notwendig.

Der interreligiöse Dialog hat eine wesentliche Funktion beim Aufbau des Zusammenlebens und einer Gesellschaft, die alle integriert und nicht auf einer Wegwerfkultur aufgebaut ist.

Die Perspektive und das Ziel des Dialogs besteht darin, durch eine authentische Zusammenarbeit zwischen Gläubigen das Wohl aller zu erreichen, indem die viele Ungerechtigkeiten, unter denen diese Welt noch immer leidet, bekämpfen und jegliche Art von Gewalt verurteilen.

Deshalb müssen wir uns mit Blick auf die Zukunft bewusst werden, dass die Religionen sich nicht in sich selbst verschließen dürfen, sondern dass wir uns als Gläubige und in unserer eigenen Identität gut verwurzelt, trotz unserer Unterschiede und zusammen mit allen Menschen guten Willens, darauf vorbereiten müssen, den Weg der menschlichen Brüderlichkeit zu gehen. In der Welt gibt es viele Religionen, und aus interreligiöser Sicht müssen wir in der Lage sein ein Verhältnis – wie Papst Franziskus es wünscht – von Respekt und Freundschaft zu aktiviere, durch die wir unsere Gleichheit als Menschen verteidigen, auch als Gläubige mit unterschiedlichen Visionen, aber ohne unsere eigene Identität aufzugeben, sondern indem wir ein wenig um Aufrichtigkeit der Intentionen bitten.

Nochmals vielen Dank an Papst Franziskus, denn Fratelli tutti hilft uns, dass wir uns alle der Liebe Christi und der Kirche näher fühlen, und ermutigt uns, uns alle gemeinsam in den Dienst der Brüderlichkeit in dieser Welt zu stellen.

Ich danke Ihnen für Ihre freundliche Aufmerksamkeit.

Traduzione in lingua portoghese

Agradeço a oportunidade de apresentar a Encíclica “Fratelli tutti”, dedicada à fraternidade e à amizade social; um dom inestimável, que o Santo Padre nos concedeu, e não apenas a nós católicos, mas à humanidade inteira.

Saúdo todos os distintos oradores, que comigo apresentaram esta Encíclica. De modo especial, o Dr. Mohamed Mahmoud Abdel Salam, Conselheiro do Grão-Imã de Al-Azhar, amigo fraternal com quem partilho o trabalho no Alto Comité para a Fraternidade Humana, instituído em agosto de 2019, com a finalidade de dar continuidade e eficácia aos objetivos contidos no Documento sobre a Fraternidade Humana em prol da paz mundial e da convivência comum. A sua presença aqui é realmente um bom exemplo de irmandade!

Quero agradecer publicamente ao Papa Francisco, também em nome do Pontifício Conselho para o Diálogo Inter-Religioso, ao qual presido, o impulso que proporcionou, desde o início do seu pontificado, ao diálogo inter-religioso.

Não escondo a minha emoção ao ler as páginas da Encíclica, em particular o capítulo oito: «As religiões ao serviço da fraternidade no mundo». Colaborei com o Papa Francisco desde o início do seu pontificado, ou seja, durante quase oito anos. Posso dar testemunho de todo o trabalho que foi levado a cabo, inclusive no meio de inegáveis dificuldades, tais como a última – apenas em ordem de tempo – da pandemia provocada pela Covid-19.

O diálogo inter-religioso está verdadeiramente no cerne das reflexões e ações do Papa Francisco. Com efeito, “Fratelli tutti” diz: «Procurar a Deus com o coração sincero, contudo sem o macular com os nossos interesses ideológicos ou instrumentais, ajuda-nos a reconhecer-nos como companheiros de caminho, verdadeiramente irmãos» (Ft, 274).

O próprio título da Encíclica manifesta um claro desejo de se dirigir a todos como irmãos e irmãs. Trata-se de uma realidade existencial que, pacificamente, o Papa Francisco dá por certa: somos todos irmãos, ninguém é excluído! Sem dúvida, o caminho do diálogo entre pessoas de diferentes tradições religiosas não tem início hoje. Faz parte da missão original da Igreja e encontra as suas raízes no Concílio Vaticano II.

Considerando o respeito e a amizade como duas atitudes fundamentais, o Papa Francisco abriu outra porta para que o ar da fraternidade pudesse entrar no diálogo entre pessoas de diferentes tradições religiosas, entre crentes e não-crentes, e com todas as pessoas de boa vontade.

O Documento sobre a Fraternidade Humana em prol da paz mundial e da convivência comum, assinado no dia 4 de fevereiro de 2019 em Abu Dhabi pelo Papa e pelo Grão-Imã de Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, representou um marco no caminho do diálogo inter-religioso, o que não coincide nem com a partida nem com a chegada. Estamos a caminho! De um ponto de vista clarividente e misericordioso, “Fratelli tutti” exorta-nos a pisar num terreno comum, ligado a uma verdade antiga, que pode soar nova no mundo ao nosso redor, não raro atrofiado pelo egoísmo: a fraternidade humana. Os fiéis de diferentes tradições religiosas podem realmente oferecer a sua própria contribuição para a fraternidade universal nas sociedades em que vivem. “Fratelli tutti” afirma: «Não se pode admitir que no debate público somente os poderosos e os cientistas tenham voz. Deve existir um lugar para a reflexão derivante de um contexto religioso que engloba séculos de experiência e de sabedoria» (Ft, 275). Efetivamente, o fiel é testemunha e portador de valores que podem contribuir em grande medida para a construção de sociedades mais saudáveis e justas. A retidão, a fidelidade, o amor pelo bem comum, a solicitude pelo próximo, especialmente pelos necessitados, a benevolência e a misericórdia são instrumentos valiosos que fazem parte do tesouro espiritual das diferentes religiões.

Viver a própria identidade na “coragem da alteridade” é o limiar que hoje a Igreja do Papa Francisco nos pede para cruzar.

Trata-se de dar passos concretos em companhia de fiéis de outras religiões e pessoas de boa vontade, na esperança de que todos nos sintamos chamados a ser, de maneira especial no nosso tempo, mensageiros de paz e obreiros de comunhão. Deus é o Criador de tudo e de todos, por isso somos membros de uma família e é como tal que nos devemos reconhecer. Este é o critério fundamental que a fé nos oferece para passar da mera tolerância para a convivência fraternal. O convite do Papa Francisco às diferentes religiões, a colocar-se ao serviço da fraternidade para o bem da humanidade inteira, anuncia uma nova era. A nossa jornada comum abre-se a uma nova luz e a uma nova criatividade, que desafia o próprio âmago de cada religião, e não só: a fraternidade pode transformar-se também no caminho das crenças religiosas.

Num mundo desumanizado, em que a indiferença e a ganância distinguem as relações entre as pessoas, são necessários uma solidariedade nova e universal, bem como um renovado diálogo, fundamentado na fraternidade.

O diálogo inter-religioso tem uma função essencial na construção da convivência civil, de uma sociedade que inclua e não se edifique sobre a cultura do descarte. A perspetiva e o objetivo do diálogo é trabalhar, mediante uma colaboração autêntica entre os fiéis, a fim de alcançar o bem de todos, lutando contra tantas injustiças que ainda afligem este mundo e condenando todos os tipos de violência. Por conseguinte, olhando para o futuro, devemos estar conscientes de que as religiões não podem fechar-se em si mesmas mas que, como fiéis e permanecendo firmemente enraizados na identidade que nos é própria, devemos dispor-nos, não obstante as nossas diferenças e em conjunto com todas as pessoas de boa vontade, a percorrer o caminho da fraternidade humana. No mundo existem muitas religiões e nós, do ponto de vista inter-religioso, devemos saber ativar uma relação, segundo o desejo do Papa, de respeito e amizade através da qual poder defender a igualdade como seres humanos que somos, também crentes, com diferentes visões mas sem renunciar à nossa própria identidade, contudo exigindo um pouco de sinceridade nas intenções.

Mais uma vez, obrigado ao Papa Francisco, porque “Fratelli tutti” nos faz sentir todos mais próximos do amor de Cristo e da Igreja, animando-nos a colocar-nos, todos juntos, ao serviço da fraternidade neste mundo.

Obrigado pela amável atenção!

Intervento del Giudice Mohamed Mahmoud Abdel Salam


Testo in lingua originale

بسم الله الرحمن الرحيم

الحضورُ الكريمُ

السلامُ عليكم ورحمةُ اللهِ وبركاتُه

تُعرَفُ بعضُ المدنِ والشعوبِ بمَعلَمٍ بارزٍ يَرمُزُ إليها؛ فرُوما تُعرَف بقُبَّةِ القديسِ بطرسِ الرسولِ؛ هنا بالفاتيكانِ، ولندنُ بساعتِها الشَّهيرةِ، وباريسُ ببرجِ إيفل وشُموخِه في الفضاءِ، ونيويوركُ بتمثالِ الحريةِ، والقاهرةُ بأهراماتِها ومناراتِ أزهرِها وأبراجِ كنائسِها.

ثم انضمَّ في الآوِنةِ الأخِيرةِ عَلَمانِ من أعلامِ المسيحيةِ والإسلامِ ليُضِيفا إلى هذه الرموزِ مَعلَمًا جديدًا من معالمِ الحقِّ والخيرِ والحريةِ والإخاءِ، فما إنْ تُذكَرِ «الأُخوةُ الإنسانيةُ» حتى تَلتفِتَ العقولُ الحُرَّةُ والقلوبُ الواعيةُ إلى قداسةِ البابا فرنسيس، والإمامِ الأكبرِ أحمد الطَّيب، شيخِ الأزهرِ الشريفِ، هاتَيْنِ الشخصيَّتَيْنِ اللَّتينِ أصبَحَتا معًا عُنوانًا جديدًا، وعَلَمًا مُميَّزًا، لا لبَلَدٍ مُعيَّنٍ، ولا لشعبٍ محدَّدٍ، بل رمزًا قويًّا لفكرةٍ نبيلةٍ، هي فكرةُ «الأخوةِ الإنسانيةِ» ومن رحمةِ اللهِ بالناسِ أن سَخَّرَ لهذه المعاني الإنسانيَّةِ العُليا هذيْنِ الرمزَيْنِ الجليلَيْنِ.

السيداتُ والسادةُ:

إنْ كان من قانونِ الحياةِ في الكائناتِ النموُّ والتجدُّدُ، فكذلك الفكرُ والإبداعُ، لا تستقيمُ الحياةُ إلَّا بهما، وبدونِهما تَجِفُّ الحياةُ وتتَوقفُ، وما نراه في حاضرةِ الفاتيكانِ ومن أعلى رأسٍ فيها لهو خيرُ دليلٍ على أنَّ الحياةَ ما زالَتْ بخيرٍ، وأنَّ الفكرَ المبدعَ المؤسِّسَ لرؤيةٍ جديدةٍ لَيَنطلِقُ نحوَ آفاقٍ عُليا مُمتدَّةٍ في أطواءِ الزمانِ وأعماقِ المكانِ.

ولم يلبثِ البابا بعدَ التوقيعِ على «وثيقةِ الأخوةِ الإنسانيةِ» أنْ بدأَ في إكمالِ المسيرةِ، فكانتْ تأمُّلاتُه في واقعِ الأممِ، وأدركَ بفطرتِه النقيَّةِ أنَّ إسعادَ الأممِ أمرٌ غامضُ الجوانبِ، تَتشابَكُ فيه المصالحُ والسياساتُ، وتَتفرَّقُ فيه الدولُ والشعوبُ، لكلِّ ذلك بادَرَ البابا بالإمساكِ بقَلَمِه الشجاعِ ليُسجِّلَ بكلماتِه الصَّريحةِ، والتي لا تخشى إلا اللهَ، مآسيَ المستضعَفينَ والمرهَقِينَ والبائسينَ، وليكتبَ تَذْكرةَ الدواءِ لهذا المرضِ العُضالِ، الذي أصابَ حضارتَنا المعاصرةَ في مَقتَلٍ، فجاءتْ هذِه «الرسالةُ» التي نَحتفِي بها اليومَ.

ورُغْمَ أنَّني كنتُ شاهدًا على مُعظمِ محطاتِ مسيرةِ الأخوةِ الإنسانيةِ في العَقدِ الأخيرِ بين البابا والإمامِ، إلا أنَّني عندما قرأتُ هذه الرسالةَ الحَبْريَّةَ "رسالةَ الأخوةِ والصداقةِ الاجتماعيةِ" وجدتُها قد عكسَتْ -بين سطورِها- الكثيرَ من كمالِ الذوقِ، ودقَّةِ الشعورِ، والقُدرةِ على التعبيرِ عن قضايا الأخوةِ الإنسانيةِ، بصورةٍ تُخاطِبُ العالمَ كلَّه؛ فهي نداءُ وِفاقٍ لعالمٍ غيرِ مُتوافِقٍ، وهي رسالةٌ صريحةٌ إلى التوافقِ الفرديِّ والجماعيِّ مع نواميسِ الكونِ والعالمِ والحياةِ وسننِها وقوانينِها، كلُّ ذلك من خلالِ أُطروحاتٍ واضحةٍ، تعتمدُ على الحقائقِ القابلةِ للتطبيقِ على خَرائطِ الواقعِ، ومن بين ثناياه وعلى أرضِه الصُّلبةِ.

الحضورُ الكريمُ!

إني، كشابٍّ مسلمٍ دارسٍ لشريعةِ الإسلامِ وعلومِها أجدُني وبكلِّ حُبٍّ وحماسةٍ مُتفقًا مع البابا في رسالتِه، بل أنظرُ بعينِ الرضا والأملِ في كلِّ مُقترحاتِه التي طرحَها برُوحِ الحريصِ على بَعثِ الأخوةِ الإنسانيةِ من جديدٍ.

كيف لا؟! وقد حذَّرَ البابا -في هذه الوثيقةِ ودُونَ مُواربةٍ ولا مُجاملةٍ- من خطرِ العولمةِ ونتائجِها التي ربما جعلتْنا أكثرَ قربًا، لكنَّها بيقينٍ لن تجعلَنا إخوةً.

وقد كنت في غاية السعادة وأنا أقرأ لقداسة البابا انتقاده الشديد لما يُمكنُ أن يُسمَّى «نهايةَ الوعي بالتاريخِ» بما تحمله هذه النظرية من اختراقٍ ثقافيٍّ خطيرٍ قائمٍ على تفكيكِ الموروثِ الثقافيِّ، وخَلْقِ أجيالٍ تحتقرُ تراثَها وتاريخَها بكلِّ ما يحملُه من ثراءٍ رُوحيٍّ.

وكم كان مُبدِعًا في مِلَفِّ «حقوقِ الإنسانِ» عندما كشفَ في ثَناياه عنِ الأشكالِ الجديدةِ من ظُلمِ الإنسانِ واستغلالِه، وظُلمِ المرأةِ، واعتَبَرَ أنَّ الاضطهادَ لأسبابٍ دِينيةٍ وعِرقيةٍ وغيرِهما من الانتهاكاتِ ضدَّ الكرامةِ الإنسانيةِ- هي ملامحُ من حربٍ عالميةٍ ثالثةٍ، لكنَّها على مراحلَ.

وكم كان البابا عظيمًا حين تطرَّقَ بعُمقٍ إلى موضوعِ الهجرةِ واللاجئينَ فاعتبرَ أنَّ الكرامةَ الإنسانيةَ قد سقطَتْ عند الحدودِ بين أوروبا والعالمِ الثالثِ.

وقد توقَّفَ البابا عند حادثةِ العصرِ –جائحة كورونا- فأفاضَ في الحديثِ عن الجائحاتِ وضرباتِ التاريخِ الأُخرى، ودعا إلى إعادةِ التفكيرِ في أنماطِ حياتِنا وتنظيمِ مجتمعاتِنا.

وعلى غيرِ عادتي في إعدادِ كلماتي، فإنَّني وجدتُ نفسي مُنسابًا مع كلماتِ البابا، وأغرتْني صراحتُه ووضوحُه في نَقلِ غَيْضٍ من فَيْضِ هذا الفكرِ الحرِّ، الذي يَتبنَّى قضايا الإنسانِ ومشكلاتِه، وفي اعتقادي أنَّ هذه الرسالةَ العظيمةَ مع شقيقتِها «وثيقةِ الأخوةِ الإنسانيةِ» ستُحرِّكانِ عجلةَ التاريخِ التي تَوقَّفتْ في محطةِ هذا النظامِ العالميِّ الراسخِ في اللامعقولِ، وكلِّي أملٌ أن تكونَ هذه الرسالةُ البابويةُ ووثيقةُ الأخوةِ الإنسانيةِ مِصَدَّاتٍ قويةً ضدَّ الظُّلمِ بكلِّ أشكالِه وصورِه، وأن يكونا الأساسَ الأهمَّ في إقامةِ نظامٍ عالميٍّ جديدٍ مبنيٍّ على قُدسيةِ كرامةِ الإنسانِ وحقوقِه، كما آمُلُ أيضًا أن تُوضعَ هذا الرسالةُ البابوية الهامة بين يدي السياسيينَ وصُناعِ القرارِ، لعلَّهم يستضيئونَ بها في الخروجِ من الأزماتِ التي يعيشُها عالمُ اليوم.

فهل باستطاعتِنا الآن أن نَنزلَ بهذِه المفاهيمِ الراقيةِ إلى الواقعِ؟ أعتقدُ أنه ممكنٌ؛ فالناسُ الأسوياءُ أعوانٌ على الخيرِ أنصارٌ له.

ومن أجلِ المساهمةِ المتواضعةِ في هذا المجالِ فقد فكَّرتُ مع زملائي في اللجنةِ العليا للأخوةِ الإنسانيةِ في إقامةِ منتدًى لمائةِ شابٍّ من حولِ العالمِ، وعقدِ أيامٍ دراسيةٍ، بعضُها هنا في روما، والبعضُ الآخَرُ بين أبوظبي؛ بلدِ إعلان وثيقةِ الأخوةِ الإنسانيةِ، ومصرَ بلدِ الأزهرِ الشريفِ، حولَ هذه الرسالةِ، يَعكُفُونَ خلالَها على التأملِ والدراسةِ والنِّقاشِ الحرِّ المعمَّقِ، وسيكونُ هذا نوعًا منَ النزولِ بالرسالةِ إلى شريحةِ الشبابِ من مختلفِ الأديانِ والأجناسِ؛ لعلَّها تكونُ خُطوةً على الطريقِ الصحيحِ، نحوَ أُخوَّةٍ إنسانيةٍ عالميةٍ.

أيها السيداتُ والسادةُ!

إننا في هذه الفترةِ الفاصلةِ من تاريخِ البشريةِ نقفُ في مُفتَرقِ الطريقِ بين أخوَّةٍ جامعةٍ تسعدُ بها الإنسانيةُ، أو شقاوةٍ بالغةٍ تزيدُ من آلامِ الناسِ وبؤسِهم.. إنَّ طريقَ الأخوَّةِ طريقٌ قديمٌ جديدٌ مُتجدِّدٌ، تُظلِّلُه القِيمُ الرُّوحيةُ والأخلاقيةُ، ويَحكُمُه التوازنُ والتناغمُ بين العلمِ والإيمانِ، فلنَتآزَرْ جميعًا على طريقِ التعارفِ والتعاونِ لبلوغِ الغايةِ التي تلتقي عندها مقاصدُنا وأهدافُنا جميعًا، وهي الأُخوَّةُ البشريةُ.

إننا مع توحيدِ طاقاتِ البشرِ الإيمانيةِ لمواجهةِ التَّمييزِ والعنصريةِ والكراهيةِ، وفي ذاتِ الوقتِ نَعمَلُ على تأصيلِ الذاتِ العقائديةِ، وتعميقِ ملامحِها المستقلةِ، وحمايتِها من التفكُّكِ والذوبانِ، وهذا منهجٌ راسخٌ لكلِّ مُتديِّنٍ مُخلِصٍ.

وتبقى الأخوَّةُ الجامعةُ ضرورةً حتميةً للعالمِ كلِّه، لا مِحيصَ عنها للخلاصِ؛ لأنها ستكونُ صياغةً جديدةً من أجلِ حضارةٍ متوازنةٍ سعيدةٍ، يكونُ جوهرُها الإنسانُ مهما كان لونُه أو جنسُه أو لغتُه أو دِينُه.

وأختمُ بالحديثِ إلى قداسةِ البابا فرنسيس وفضيلةِ شيخِ الأزهرِ:

إنَّ جهودَكُما ونِضالَكُما من أجلِ تحقيقِ التعايشِ الإنسانيِّ والأخوةِ العالميةِ، والتي تُوِّجتْ بوثيقةِ الأخوةِ الإنسانيةِ، التي أعلنتمُوها -في مشهدٍ استثنائيٍّ في تاريخِنا الحديث- من أبوظبي العامَ الماضيَ مثَّلتْ نقطةَ أملٍ وتحوُّلٍ في منطقتِنا العربيةِ والإسلامية، وشعاعَ نورٍ يَسطعُ في أرجاءِ العالمِ، وها نحنُ كلَّ يومٍ نرى الشبابَ يلتفُّونَ حول مبادئِ الأخوةِ والتعايشِ، ونُشاهِدُ الانفتاحَ غيرَ المسبوقِ في العلاقةِ بين أتباعِ الأديانِ، بل إنَّ الكثيرينَ من أصحابِ الانغلاقِ الفكريِّ تجاهَ الآخرِ في هذا الدين أو ذاك، بدأوا يراجعونَ مسارَهم الفكريَّ.

وإنني مع زملائي في اللجنةِ العليا للأخوةِ الإنسانيةِ نَعِدُكم بأن نواصِلَ العملَ بكلِّ إخلاصٍ من أجلِ تحويلِ هذه الوثيقةِ إلى واقعٍ يعيشُه الناسُ، من خلالِ المبادراتِ الواقعيةِ والطَّموحةِ، التي تعملُ عليها اللجنةُ، وتحظَى دائمًا بدعمٍ مخلصٍ وصادقٍ من سموِّ الشيخِ محمد بن زايدٍ آل نهيان –وليِّ عهدِ أبوظبي- هذا القائدُ الأصيلُ، الذي ما زالَ عند عهدِه الذي قطَعَه على نفسِه معكم بالعملِ على تفعيلِ مبادِئِ وثيقتِكم العالميَّةِ للأخوةِ الإنسانيةِ، لينعمَ بنتائجِها كلُّ إنسانٍ على وجهِ هذه الأرضِ مهما كان دينُه أو جنسُه أو عِرقُه.

شكرًا لقداسةِ البابا على هذه الرسالةِ البابويةِ القوية والجريئة...

محمد عبد السلام

الأمين العام للجنة العليا للأخوة الإنسانية

أبو ظبي 28 سبتمبر 2020

Traduzione in lingua italiana

Nel nome di Dio, Il Clemente, Il Misericordioso

Egregio pubblico,

Che la pace di Dio, la Sua misericordia e le Sue benedizioni siano con voi!

Alcune città e alcuni popoli sono riconoscibili grazie a monumenti importanti diventati un emblema. La città di Roma è conosciuta per la cupola di S. Pietro, qui in Vaticano. Londra ha il suo famoso orologio Big Ben, e Parigi la Torre Eiffel che si innalza in cielo. New York è conosciuta per la Statua della Libertà, Il Cairo è nota per le Piramidi e per i minareti dell’Azhar e i campanili delle sue chiese.

Poi sono sorti recentemente due “monumenti” del Cristianesimo e dell’Islam, arricchendo questi simboli con un nuovo pilastro di verità, bene, libertà e fratellanza. Quando viene citata “La Fratellanza Umana”, le menti libere e i cuori consapevoli si rivolgono verso Papa Francesco e verso il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, lo Sceicco di Al-Azhar: questi due personaggi che sono diventati, insieme, un nuovo emblema e un nuovo monumento, non per un paese particolare, o per un determinato popolo. Sono diventati un forte simbolo di una nobile idea, cioè l’idea della “Fratellanza Umana”, e Dio, con la Sua misericordia verso la gente, ha messo questi due illustri simboli al servizio di questi concetti umani supremi.

Signore e signori,

Se la crescita e il rinnovamento sono dettati dalle norme della vita degli esseri esistenti, la vita non può procedere verso il proprio compimento senza il pensiero e senza la creatività. E quanto stiamo vedendo in Vaticano, a cominciare dalla più alta autorità, sta a dimostrare che, tutto sommato, stiamo procedendo nella giusta direzione e che il pensiero creativo e fondante di una visione nuova si sta proiettando verso orizzonti più alti nel tempo e nello spazio.

Dopo la firma del “Documento sulla Fratellanza Umana”, Papa Francesco ha proseguito il cammino, e sono nate così le sue riflessioni sulla realtà delle nazioni, riflessioni pubbliche o meno. La richiesta di felicità delle nazioni richiede un impegno dai contorni difficili da delimitare a causa dei vari livelli coinvolti e in conseguenza degli interessi e delle politiche in gioco e dei contrasti tra stati e popoli, tutte problematiche che mettono a dura prova le coscienze e le volontà. Prendendo spunto da questo stato delle cose e grazie al suo intuito limpido, il Papa ha scritto parole chiare e coraggiose, che temono solamente Dio, parlando delle tragedie delle persone deboli, stanche e disperate, e prescrivendo la cura di questo male difficilmente guaribile, che ha colpito a morte la nostra civiltà moderna. Da qui è nata questa Enciclica che celebriamo oggi.

Nonostante avessi accompagnato le diverse tappe del percorso della Fratellanza Umana nell’ultimo decennio tra il Papa e l’Imam, quando ho letto questa Enciclica sulla Fratellanza e l’Amicizia Sociale, ho scorso, tra le sue righe, un gusto raffinato, una sensibilità incisiva ed una capacità di esprimere le tematiche della fratellanza umana in un modo che si rivolge al mondo intero; è un appello alla concordia rivolto ad un mondo in discordia, come pure un messaggio chiaro a favore di un'armonia, individuale e collettiva, con le leggi dell’universo, del mondo e della vita. Si tratta di un'argomentazione fondata su ragionamenti chiari basati sulle verità e attuabili nella vita reale e nel mondo concreto.

Egregio pubblico,

In quanto giovane musulmano studioso della Shari'a (legge) dell’Islam e delle sue scienze, mi trovo – con tanto amore ed entusiasmo – concorde con il Papa, e condivido ogni parola che ha scritto nell’Enciclica. Seguo, con soddisfazione e speranza, tutte le sue proposte avanzate in uno spirito premuroso per la rinascita della fratellanza umana.

In questa Enciclica, il Papa mette in guardia, senza mezzi termini, contro le ideologie impregnate di egoismo e della perdita del senso sociale, che operano dietro la maschera di presunti interessi nazionali[1], ed ammonisce contro i pericoli della globalizzazione e le sue conseguenze, che forse ci hanno reso più vicini, ma che certamente non ci faranno diventare fratelli[2].

Ero estremamente felice mentre leggevo la dura critica del Papa verso quello che possiamo chiamare “la fine della coscienza storica”, con la grave infiltrazione culturale di questa teoria, basata sulla disgregazione dell’eredità culturale, e con la creazione di generazioni che disprezzano il proprio patrimonio e la propria storia con tutta la sua ricchezza culturale[3].

Quanto è grande il Papa quando ammonisce i popoli di fronte a questa forma nuova di colonialismo esperto nel manipolare concetti estremamente importanti e sensibili, come la democrazia, la libertà, la giustizia, e l’unità utilizzandole come mezzo di controllo, dominio ed arroganza, svuotandole dal loro significato, talvolta addirittura per giustificare il loro operato[4].

Quanto è creativo sul versante dei diritti umani quando mette in risalto le nuove forme di ingiustizia e di sfruttamento dell’uomo e di negazione della sua dignità[5], l’ingiustizia nei confronti della donna[6], e le condizioni simili alla schiavitù, che tante persone patiscono oggi. Il Papa considera, giustamente, che la persecuzione per motivi religiosi o etnici, e altre violazioni della dignità umana, sono aspetti di una “terza guerra mondiale a pezzi”[7].

Quanto è grande il Papa, quando affronta alla radice la questione degli immigrati e rifugiati, ribadendo che la dignità umana è caduta al confine tra l’Europa e il terzo mondo[8].

Il Papa ha voluto anche sollevare la questione attuale, parlando quindi delle pandemie e altre tragedie della storia[9]chiedendo un ripensamento del nostro stile di vita e dell’organizzazione delle nostre società.

Diversamente dal solito quando preparo un mio intervento scritto, mi sono trovato in sintonia con le parole del Papa. Sono stato conquistato dalla sua franchezza e dalla sua chiarezza nei passaggi che ho citato. Ed è solo una parte esigua di questo pensiero libero, che fa proprie la causa dell’uomo e le sue problematiche, in Oriente come in Occidente. Sono convinto che questa Enciclica, insieme al “Documento sulla Fratellanza Umana”, faranno ripartire il treno della storia che si è fermato nella stazione di questo ordine mondiale, radicato nell’irragionevolezza, con la sua ingiustizia, superbia e violenza coloniale. Spero che questa Enciclica, insieme al “Documento sulla Fratellanza Umana”, possano essere un forte deterrente nei confronti della falsità, con tutte le sue forme ed espressioni, e che possano essere la base, o il fattore più importante, per la nascita di un nuovo ordine mondiale, basato sulla sacralità della dignità e dei diritti umani – come ha detto il Papa – non sul disprezzo, la schiavizzazione e lo sfruttamento dell’uomo. Mi auguro anche che questa Enciclica possa raggiungere le mani dei politici e dei decisori, affinché si illuminino da essa per uscire da questo stato irragionevole che il mondo vive oggi.

Ma possiamo calare queste belle idee e questi concetti nobili nel mondo reale di oggi? Penso che questo sia possibile. Le persone eque si aiutano per il bene e lo sostengono.

Per offrire un modesto contributo in questo senso, ho pensato con i colleghi dell’Alto Comitato della Fratellanza Umana di convocare un Forum per 100 giovani da diverse parti del mondo, e organizzare giornate di studio dedicate a questa Enciclica, qui a Roma e ad Abu Dhabi, dove è stato annunciato il “Documento della Fratellanza Umana”, ma anche in Egitto, il Paese di Al-Azhar, dove i partecipanti si dedicheranno alla riflessione e allo studio e al dialogo libero ed approfondito. Così facendo, l’Enciclica giungerà ai giovani, appartenenti a religioni ed etnie diverse, con la speranza che possa costituire un passo nella direzione giusta, verso una fratellanza umana mondiale.

Signore e signori!

In questa fase decisiva della storia dell’umanità ci troviamo dinnanzi ad un bivio, tra una fratellanza universale nella quale gioisce l’umanità e una miseria acuta che aumenterà la sofferenza e la privazione della gente. La strada della fratellanza è una strada vecchia e nuova, che si rinnova e si percorre all’ombra dei valori spirituali e morali, ed è governata dall’equilibrio e dall’armonia tra la scienza e la fede, tra questo mondo e la vita a venire. Sosteniamoci dunque a vicenda sulla strada della fratellanza, della conoscenza reciproca e della collaborazione per raggiungere la meta dove s’incontrano i nostri traguardi e i nostri obiettivi, il bene dell’umanità intera.

Noi siamo a favore dell’unione delle energie religiose per affrontare la discriminazione, il razzismo, e l’odio. E nel contempo lavoriamo per il consolidamento della propria dottrina, per l’approfondimento dei propri aspetti specifici e per evitare la disunione o il disgregamento. Questo è l’obiettivo di ogni persona fedele alla propria religione.

La fratellanza universale rimane – ieri, oggi e domani – un’assoluta necessità per il mondo intero, ed è imprescindibile per la salvezza. Perché essa darà vita ad una civiltà equilibrata e felice, centrata sull’uomo a prescindere dal colore della pelle, dal sesso, dalla lingua e dalla religione.

Infine, rivolgo queste parole a Sua Santità Papa Francesco e al Grande Imam di Al Azhar:

I vostri sforzi e la vostra lotta a favore della convivenza umana e della fratellanza mondiale, culminati con il “Documento sulla Fratellanza Umana” che avete proclamato l’anno scorso ad Abu Dhabi - in un evento senza precedenti nella storia moderna – hanno rappresentato una svolta nel mondo arabo e musulmano, e un raggio di luce per il mondo intero. Vediamo ogni giorno giovani che s’incontrano intorno ai principi della fratellanza e della convivenza, e vediamo un’apertura, senza precedenti, nelle relazioni tra i seguaci delle religioni. Vediamo anche molte persone, chiuse mentalmente verso gli appartenenti ad un’altra religione, che cominciano a rivedere il proprio modo di pensare.

Vi prometto, insieme ai colleghi dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana, di continuare a lavorare con fedeltà per far sì che questo documento diventi una realtà vissuta da tutti, attraverso le iniziative concrete ed ambiziose del Comitato che ottengono sempre il sostegno leale e sincero da parte di sua Altezza Sheikh Mohammad Ben Zayed Al Nahyan, un autentico leader arabo che tiene fede al proprio impegno con Lei per l’attuazione dei principi del “Documento sulla Fratellanza Umana”, affinché possano portare i frutti auspicati a favore di ogni persona sulla faccia della terra qualunque sia la sua religione, il suo sesso, o la sua razza.

Grazie Papa Francesco per questa Enciclica forte e coraggiosa.

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[1] Enciclica di Papa Francesco "Fratelli tutti", numero 11.

[2] Enciclica di Papa Francesco "Fratelli tutti", numero 12.

[3] Enciclica di Papa Francesco "Fratelli tutti", numero 13.

[4] Enciclica di Papa Francesco "Fratelli tutti", numero 14.

[5] Enciclica di Papa Francesco "Fratelli tutti", numero 22.

[6] Enciclica di Papa Francesco "Fratelli tutti", numero 23.

[7] Enciclica di Papa Francesco "Fratelli tutti", numero 25.

[8] Enciclica di Papa Francesco "Fratelli tutti", dal numero 37 al numero 41.

[9] Enciclica di Papa Francesco "Fratelli tutti", dal numero 32 al numero 36.

Traduzione in lingua francese

Au nom d'Allah le miséricordieux

Honorables invités!

Que la paix et les bénédictions de Dieu soient sur vous.

Certaines villes et certains peuples sont connus pour un monument devenu emblématique ; par exemple, la ville Rome, est connue pour la coupole de Saint Pierre, ici au Vatican. Londres a sa célèbre tour de l’horloge Big Ben, et Paris la Tour Eiffel qui s’élève vers le ciel. New York est connue pour la statue de la Liberté et le Caire pour ses Pyramides, les minarets d’Al-Azhar et les clochers de ses églises.

Récemment, deux «monuments» du Christianisme et de l’Islam sont venus enrichir ces symboles par un nouveau pilier de vérité, de bien-être, de liberté et de fraternité. Quand on mentionne «La Fraternité Humaine», les esprits libres et les cœurs clairvoyants se tournent vers le pape François et vers le Grand Imam Ahmad Al Tayyeb, Cheikh d’Al-Azhar Al-Charif: deux personnalités qui sont devenues, ensemble, un nouvel emblème, un nouveau drapeau qui distingue non pas un pays particulier ni un peuple spécifique, mais le symbole puissant d’une idée noble, celle de la «Fraternité Humaine». Dieu, dans Sa miséricorde à l’égard des personnes, a placé ces deux illustres personnalités au service de ces nobles valeurs de l’humanité.

Mesdames et messieurs:

Si la loi de la vie dans les créatures est la croissance et le renouvellement, alors la vie n’a pas de sens sans la pensée et sans la créativité; elle est sèche et elle s’arrête. Et ce que nous sommes en train de voir au Vatican, à commencer par la plus haute autorité, prouve que, tous comptes faits, nous avançons dans la bonne direction et que la pensée créative et innovatrice qui sous-tend une nouvelle vision se projette vers des horizons plus vastes et ambitieux dans le temps et dans l’espace.

Après avoir signé le «Document sur la Fraternité Humaine», le pape François a poursuivi son chemin. C’est ainsi que sont nées ses réflexions sur la réalité des nations, des réflexions qui certaines ont été publiquement exprimées, d’autres pas. La quête de bonheur des nations exige un engagement dont les contours sont difficiles à délimiter en raison des différents niveaux impliqués et à cause des intérêts et des politiques en jeu et des conflits entre les États et les peuples, autant de problématiques qui mettent à dure épreuve les consciences et les volontés. En partant de ces constatations et grâce à son intuition limpide, le pape a écrit des paroles claires et courageuses, qui ne craignent que Dieu, parlant de la tragédie vécue par les personnes faibles, épuisées et désespérées et il a prescrit un traitement pour cette maladie incurable qui a frappé à mort notre civilisation moderne. Ce qui a donné naissance à l’Encyclique que nous célébrons aujourd’hui.

Bien que j’aie été témoin de la plupart des étapes de la marche de la Fraternité Humaine parcourue au cours de la dernière décennie par le Pape et l’Imam, lorsque j’ai lu cette encyclique sur «la Fraternité et l’Amitié sociale», j’ai perçu dans ses lignes un goût raffiné, une sensibilité incisive et la capacité d’exprimer les thématiques de la Fraternité Humaine d’une manière qui puisse parler au monde entier; c’est un appel à la concorde adressé à un monde en pleine discorde, c’est un message clair en faveur d’une harmonie individuelle et collective, avec les lois de l’univers, du monde et de la vie. Il s’agit d’une argumentation fondée sur des raisonnements clairs basés sur les vérités applicables concrètement et sur un terrain solide.

Honorables invités!

En tant que jeune musulman ayant étudié la Charia de l’Islam et ses sciences, je me trouve – avec beaucoup d’amour et d’enthousiasme – d’accord avec le pape, et je partage chaque mot écrit dans cette Encyclique. Je suis, avec satisfaction et espérance, toutes les suggestions qu’il avance dans le souci de voir renaître la fraternité humaine.

Dans cette Encyclique, le pape met en garde, sans équivoque, contre les idéologies imprégnées d’égoïsme et de perte du sens social, qui sont à l’œuvre sous couvert de présumés intérêts nationaux et il lance un avertissement contre les dangers de la globalisation et ses conséquences, qui nous ont peut-être rapprochés mais qui certainement ne nous ferons pas devenir frères.

J’ai lu avec une joie immense la sévère critique du pape à l’égard de ce que nous pourrions appeler «la fin de la conscience de l’histoire», notamment de la dangereuse brèche culturelle que représente cette théorie, basée sur le démantèlement de l’héritage culturel, et la naissance de générations qui méprisent leur propre patrimoine et leur propre histoire avec toute sa richesse spirituelle.

Le pape est admirable quand il met en garde les peuples face aux nouvelles formes de colonialisme qui savent habilement manipuler des concepts extrêmement importants et sensibles comme la démocratie, la liberté, la justice et l’unité en les utilisant comme des outils de contrôle, de domination et d’arrogance, en les vidant de leur sens, parfois même pour justifier leur action.

Comme il fait preuve de créativité sur le versant des droits de l’homme quand il met en relief les nouvelles formes d’injustice et d’exploitation de l’homme et de négation de sa dignité, l’injustice à l’égard des femmes, et les conditions s’apparentant à l’esclavage dans lesquelles vivent tant de personnes aujourd’hui. Le pape considère, à juste titre, que les persécutions pour des motifs religieux ou ethniques, et les autres violations de la dignité humaine sont des aspects d’une «troisième guerre mondiale par morceaux».

Que le pape est grand quand il affronte à la racine la question des immigrés et des réfugiés, en réaffirmant que la dignité humaine est tombée à la frontière entre l’Europe et le tiers monde.

Le pape a voulu aborder aussi l’évènement crucial de notre époque, la pandémie de coronavirus et les autres fléaux de notre temps. Ainsi, il a appelé à une réflexion sur nos modes de vie et à l’organisation de nos sociétés.

Contrairement à mon habitude lorsque je prépare une intervention écrite, je me suis retrouvé en harmonie avec les paroles du pape. J’ai été conquis par sa franchise et par la clarté des passages que j’ai cités. Et ce n’est qu’une petite partie de cette pensée libre qui fait sienne la cause de l’homme et ses problèmes en Orient comme en Occident. Je suis convaincu que cette Encyclique, avec le Document sur la Fraternité Humaine, feront redémarrer le train de l’histoire qui s’est arrêté à la gare de l’ordre mondial, enraciné dans l’irrationalité, avec ses injustices, son orgueil et sa violence coloniale. J’espère que cette Encyclique, avec le Document sur la Fraternité Humaine, constitueront un élément de dissuasion à l’égard du mensonge sous toutes ses formes et expressions, et qu’ils puissent être la base, ou le facteur le plus déterminant, de la naissance d’un nouvel ordre mondial, fondé sur le caractère sacré de la dignité et des droits de l’homme – pour reprendre les paroles du pape – et non sur le mépris, l’exploitation et l’asservissement de l’homme. Je souhaite aussi que cette Encyclique arrive dans les mains des politiques et des décideurs afin qu’elle les aide à sortir de l’état irraisonnable dans lequel le monde se trouve aujourd’hui.

Peut-on maintenant concrétiser ces belles idées et ces nobles concepts? Je pense que c’est possible; puisque les personnes justes veulent le bien et le soutiennent.

Dans le but d’apporter une modeste contribution en ce sens, j’ai envisagé avec mes collègues du Comité Supérieur pour la Fraternité Humaine la mise en place d’un forum pour 100 jeunes du monde entier, et la tenue de journées d’étude consacrées à cette Encyclique, certaines ici à Rome, et d’autres à Abu Dhabi, le pays où a été promulgué le document sur la Fraternité Humaine, mais aussi en Egypte, le pays où se trouve Al-Azhar, pour offrir aux participants l’opportunité de réfléchir, étudier et engager une discussion libre et approfondie. Ainsi, l’Encyclique atteindra des jeunes, appartenant à différentes religions et races, avec l’espoir que cela constitue un pas dans la bonne direction, vers une fraternité humaine globale.

Mesdames et messieurs!

En cette période cruciale de l’histoire de l’humanité, nous sommes au carrefour entre un monde de fraternité universelle capable de faire le bonheur de l’humanité, et un monde de grande misère qui augmentera la souffrance et les privations des hommes. Le chemin de la Fraternité est un chemin à la fois ancien et nouveau, qui se renouvelle et que l’on parcourt à l’ombre des valeurs spirituelles et morales, gouverné par l’équilibre et l’harmonie entre la science et la foi, entre ce monde et la vie à venir. Il est donc impératif que nous agissions ensemblesur le chemin de la fraternité, de la connaissance réciproque et de la coopération pour atteindre le but de nos objectifs communs: le bien de l’humanité entière.

Nous sommes en faveur de l'unification des énergies religieuses pour affronter la discrimination, le racisme et la haine. Et dans le même temps, nous travaillons en faveur de la consolidation de notre propre doctrine, de l’approfondissement de ce qui nous caractérise pour éviter la désunion et la désagrégation. C'est l’approche de toute personne fidèle à sa propre religion.

En effet, la fraternité universelle est toujours – hier, aujourd’hui et demain - une nécessité absolue pour le monde entier, essentielle au salut. Parce qu’elle donnera naissance à une civilisation heureuse et équilibrée, dont l'essence est l'être humain, quelle que soit la couleur de sa peau, son sexe, sa langue ou sa religion.

Pour conclure, Je m'adresse à Sa Sainteté le Pape François et au Grand Imam d'Al-Azhar:

« Vos efforts et votre lutte pour parvenir à la coexistence humaine et à la fraternité mondiale, qui ont culminé avec le Document sur la Fraternité Humaine, que vous avez annoncé - dans une scène sans précédent de notre histoire moderne - l’année dernière à Abu Dhabi, ont représenté un tournant dans le monde arabe et musulman, un rayon de lumière pour le monde entier. Chaque jour, nous voyons des jeunes se rallier autour des principes de fraternité et de coexistence, et nous assistons à une ouverture sans précédent dans les relations entre les fidèles des religions. En effet, beaucoup de ceux qui ont l'esprit fermé envers les fidèles appartenant à une autre religion ont commencé à revoir leur manière de penser.

Avec mes collègues du Comité Supérieur de la Fraternité Humaine, nous vous promettons de continuer à travailler avec dévouement pour transformer ce Document en une réalité pour tous, à travers les initiatives concrètes et ambitieuses, auxquelles le Comité travaille, avec le soutien sincère de Son Altesse Cheikh Mohammed Bin Zayed -le Prince héritier d’Abu Dhabi- ce leader arabe authentique, qui reste fidèle à l’engagement qu’il a pris avec vous d’activer les principes du Document sur la Fraternité Humaine, afin qu’il puisse porter les fruits escomptés en faveur de chaque personne sur la face de la terre, quelle que soit sa religion, son sexe ou sa race.

Merci, Sainteté, pour ce message papal fort et audacieux ...

Traduzione in lingua inglese

In the name of God, The Clement, The Merciful

Dear guests,

May the peace of God, His Mercy and His Blessings be with you!

Some cities and some peoples are recognizable by important monuments that have become landmarks. The city of Rome is known for St. Peter’s dome, here in the Vatican. London has its famous Big Ben and Paris the Eiffel Tower rising up in the sky. New York is known for the Statue of Liberty, Cairo for the Pyramids, the minarets of Al-Azhar and the bell towers of its churches.

Then, two "monuments" of Christianity and Islam have recently arisen, and have joined the ranks of these symbols, providing a new pillar of truth, good, freedom and fraternity. At the mention of "Human Fraternity", free minds and conscious hearts turn to Pope Francis and the Grand Imam Ahmad Al Tayyeb, Sheikh of Al Azhar: these two figures have become, together, a new emblem and a new landmark, not for a particular country, or a particular people. They have become the powerful symbol of a noble idea, the idea of "Human Fraternity", and God, bestowing His mercy on his people, has placed these two illustrious symbols at the service of these supreme human concepts.

Ladies and Gentlemen,

If growth and renewal follow the rules of life as it is experienced by living beings, then life cannot be complete without thought and creativity. What we are witnessing in the Vatican, starting with its highest authority, proves that, all things considered, we are moving in the right direction and that the creative and foundational thought of a new vision is heading towards higher horizons in time and space.

After signing the "Document on Human Fraternity", Pope Francis continued his journey, and thus his public or private reflections on the reality of nations came to life. The nations’ demand for happiness requires a commitment that is difficult to define because of the various sectors involved, the interests and policies at stake and the contrasts between states and peoples, all of which are problems that put consciences and wills to the test. Drawing his inspiration from this state of affairs and thanks to his clear intuition, the Pope has written clear and courageous words that fear only God, to describe the tragedies of weak, tired and desperate people, and to prescribe the cure for this evil that is difficult to heal, and has hit our modern civilisation to death. This is the origin of the Encyclical that we are celebrating today.

Although I had accompanied the Pope and the Imam in the various stages of the journey of Human Fraternity over the last decade, when I read this Encyclical on Fraternity and Social Friendship, I identified a refined taste, an incisive sensibility and an ability to express the themes of human fraternity to the whole world. It is an appeal to concord to a world in discord, as well as a clear message in favour of both individual and collective harmony with the laws of the universe, the world and life. This notion relies on a clear reasoning that is rooted in the truth and is practicable in real life and in the real world.

Distinguished guests,

As a young Muslim scholar of Shari'a (law), Islam and its sciences, I find myself - with much love and enthusiasm - in agreement with the Pope, and I share every word he has written in the Encyclical. I follow, with satisfaction and hope, all his proposals put forward in a spirit of concern for the rebirth of human fraternity.

In this Encyclical, the Pope warns, in no uncertain terms, against ideologies imbued with selfishness and the loss of social sense, which operate behind the mask of presumed national interests[1], at the same time, he admonishes against the dangers of globalisation and its consequences, which may have brought us closer together, but will certainly not make us brothers and sisters[2].

I was extremely happy as I read the Pope's harsh criticism of what we can define "the end of historical consciousness", with the serious infiltration of this theory in our cultures. This theory relies on the disintegration of the cultural heritage, and the creation of generations that despise their heritage and history with all its cultural richness.[3]

How great is the Pope when he reprimands against this new form of colonialism that can manipulate extremely important and sensitive concepts, such as democracy, freedom, justice and unity, using them as a means of control, domination and arrogance, emptying them of their meaning, sometimes even to justify its actions[4].

How creative he is on human rights, when he highlights the new forms of injustice and exploitation of man and the denial of his dignity[5], injustice against women[6], and the slavery-like conditions that so many people suffer today. The Pope rightly considers that persecution for religious or ethnic reasons, and other violations of human dignity are aspects of a "third world war fought piecemeal".[7]

How great is the Pope when he addresses the root causes of migration and displacement, reiterating that human dignity was lost at the border between Europe and the Third World.[8]

In addition, the Pope raised present-day issues, such as the pandemic and other tragedies in history[9], asking that we rethink our lifestyles and the organisation of our societies.

Unlike what normally happens when I prepare my speeches, I found myself in agreement with the Pope's words. His frankness and clarity in the passages I mentioned enthralled me. This is only a small part of this free thought, which assumes the cause of man and his problems as its own, both in the East as in the West. I am convinced that this Encyclical, together with the Document on Human Fraternity, will restart the train of history that had stopped at the station of this world order, and was rooted in unreasonableness, injustice, pride and colonial violence. I hope that this Encyclical, together with the Document on Human Fraternity, shall be a strong deterrent against falsehood in all its forms and expressions, and that it can be the basis, or the most important factor for the birth of a new world order, that relies on the sacredness of dignity and human rights - as the Pope said - not on contempt, slavery and the exploitation of man. At the same time, I hope that this Encyclical will reach the hands of politicians and decision-makers alike, and enlighten them to lead the world out of the unreasonable state that it is living today.

Can we contextualise these beautiful ideas and noble concepts in today's real world? I think this is possible. Just people help each other to achieve good and support it.

My colleagues from the Higher Committee of Human Fraternity and I want to offer our modest contribution by convening a Forum for 100 young people from different parts of the world. We shall organize study days on this Encyclical in Rome and Abu Dhabi, where the Document on Human Fraternity was announced, but also in Egypt, the country of Al Azhar. Participants shall dedicate themselves to reflect and study the document in an open and in-depth dialogue. In this way, the Encyclical will reach young people of different religions and ethnicities, with the hope that it may be a step in the right direction, towards worldwide human fraternity.

Ladies and Gentlemen!

In this decisive phase of human history, we find ourselves at a crossroads between universal fraternity in which humanity rejoices and acute misery that will increase people's suffering and deprivation. The road of fraternity is both old and new. It is renewed and travelled in the shadow of spiritual and moral values, and is governed by the equilibrium and harmony between science and faith, between this world and life to come. Let us therefore support each other on the path of fraternity, mutual knowledge and collaboration in order to reach the destination where our goals and objectives meet, the good of all humanity.

We are in favour of uniting religious energies to tackle discrimination, racism, and hatred. At the same time, we strive for the consolidation of our own doctrine, deepening our own specific aspects and avoiding disunity or disintegration. This is the goal of every person faithful to his or her religion.

Universal fraternity remains - yesterday, today and tomorrow - an absolute necessity for the whole world, and is indispensable for salvation. Because it will give life to a balanced and happy civilization, as it centres on man regardless of skin colour, sex, language and religion.

Finally, I address these words to His Holiness Pope Francis and the Grand Imam of Al Azhar:

Your efforts and endeavours in favour of human coexistence and world fraternity, that culminated in the Document on Human Fraternity you proclaimed last year in Abu Dhabi - in an unprecedented event in modern history - represent a turning point in the Arab and Muslim world, and a ray of light for the whole world. Every day we see young people meeting around the principles of fraternity and coexistence, and we see an unprecedented openness in the relationships among the faithful of all religions. We also see many people, mentally closed to the members of other religions, beginning to revise their way of thinking.

My colleagues of the Higher Committee of Human Fraternity and I promise that we shall continue to work faithfully to make this document a reality for all. We shall do so through the concrete and ambitious initiatives of the Committee, that have always received the loyal and sincere support of His Highness Sheikh Mohammad Ben Zayed Al Nahyan, a true Arab leader, who has remained faithful to the commitment that he made to you to implement the principles of the Document on Human Fraternity, so that they may bear the desired fruit to every person on earth, independently from their religion, gender or race.

Thank you Pope Francis for this powerful and courageous Encyclical.

______________________

[1] Encyclical, Pope Francis, "Fratelli tutti", number 11.

[2] Encyclical, Pope Francis, "Fratelli tutti", number 12.

[3] Encyclical, Pope Francis, "Fratelli tutti", number 13.

[4] Encyclical, Pope Francis, "Fratelli tutti", number 14.

[5] Encyclical, Pope Francis, "Fratelli tutti", number 22.

[6] Encyclical, Pope Francis, "Fratelli tutti", number 23.

[7] Encyclical, Pope Francis, "Fratelli tutti", number 25.

[8] Encyclical, Pope Francis, "Fratelli tutti", number 41.

[9] Encyclical, Pope Francis, "Fratelli tutti", from number 32 to number 36.

Traduzione in lingua spagnola

En el nombre de Dios, El Clemente, El Misericordioso

Estimados participantes,

¡Que la paz de Dios, Su misericordia y Sus bendiciones estén con ustedes!

Algunas ciudades y algunos pueblos son reconocibles gracias a importantes monumentos que se han convertido en todo un emblema. La ciudad de Roma es conocida por la cúpula de San Pedro, en el Vaticano. Londres tiene su famoso reloj, el Big Ben, y París, la Torre Eiffel, que se eleva hacia el cielo. Nueva York es conocida por la Estatua de la Libertad, El Cairo es conocida por las pirámides, los minaretes de Al-Azhar y los campanarios de sus iglesias.

Recientemente han surgido dos “monumentos” del cristianismo y del islam, que han enriquecido estos símbolos con un nuevo pilar de la verdad, el bien, la libertad y la fraternidad. Cuando se menciona “La Fraternidad Humana”, a las mentes libres y a los corazones conscientes se les vienen a la cabeza dos figuras importantes: el Papa Francisco y el Gran Imán Ahmad Al Tayyeb, Jeque de Al-Azhar. Estos dos hombres se han convertido, juntos, en un nuevo emblema y en un nuevo monumento, no solo para un determinado país o para un determinado pueblo. Se han convertido en un símbolo fuerte de una noble idea, la idea de la “Fraternidad Humana”, y Dios, con Su misericordia hacia las personas, ha puesto a estos dos ilustres símbolos al servicio de estos elevados conceptos humanos.

Señoras y señores,

Si el crecimiento y la renovación están dictados por las normas de vida de los seres humanos, la vida no puede avanzar hacia su propia realización, sin el pensamiento y sin la creatividad. Y lo que estamos presenciando en el Vaticano, empezando por su máxima autoridad, demuestra que, en definitiva, estamos avanzando en la dirección correcta y que el pensamiento creativo y fundacional de una nueva visión, se está proyectando hacia horizontes superiores en el tiempo y en el espacio.

Tras la firma del “Documento sobre la Fraternidad Humana”, el Papa Francisco prosiguió su camino y fue así como nacieron sus reflexiones sobre la realidad de las naciones, reflexiones que, en unas ocasiones, se han hecho públicas y en otras no. La búsqueda de la felicidad, por parte de las naciones, requiere un compromiso cuyos límites son difíciles de establecer a causa de los diferentes niveles implicados y, como consecuencia, de los intereses y de las políticas en juego así como de los contrastes entre estados y pueblos, conceptos todos, que ponen a dura prueba las conciencias y las voluntades. Tomando como punto de partida este estado de cosas, y gracias a su clara intuición, el Papa ha escrito palabras directas y valientes, que solamente temen a Dios, refiriéndose a las tragedias que afrontan las personas débiles, cansadas y desesperadas, y prescribiendo una cura para este mal difícilmente curable, que ha contribuido al fin de nuestra civilización moderna. Este es el punto de partida de la Encíclica que hoy celebramos.

A pesar de que en la última década había participado en las diversas etapas del camino de la Fraternidad Humana entre el Papa y el Imán, cuando pude leer esta Encíclica sobre la Fraternidad y la Amistad Social, percibí, entre sus líneas, un gusto refinado, una sensibilidad incisiva y la capacidad de expresar los temas de la fraternidad humana de una forma que se dirige al mundo entero. Es un llamamiento a la concordia que se le hace a un mundo en discordia, así como un mensaje claro en favor de una armonía, individual y colectiva, con las leyes del universo, del mundo y de la vida. Se trata de un argumento que se basa en razonamientos claros, fundados en la verdad y practicables en la vida real y en el mundo concreto.

Estimados participantes,

Como joven musulmán, estudioso de la Sharía (ley islámica) y de sus ciencias, estoy, con mucho amor y entusiasmo, de acuerdo con el Papa y comparto todas las palabras que ha escrito en la Encíclica. Sigo, con satisfacción y esperanza, todas sus propuestas, presentadas con un espíritu solícito para el renacimiento de la fraternidad humana.

En esta Encíclica, el Papa nos pone en guardia, sin contemplaciones, contra la pérdida del sentido social y contra las ideologías impregnadas de egoísmo que se celan detrás de presuntos intereses nacionales[1]. Nos advierte también del riesgo de la globalización y de sus consecuencias, que tal vez nos habrá acercado, pero que sin lugar a dudas no nos convertirá en hermanos[2].

Me alegró poder leer la dura crítica que dirige el Papa a lo que denomina como “el fin de la conciencia histórica”, con la grave infiltración cultural de esta teoría, basada en la disgregación de la herencia cultural, y con la creación de generaciones que desprecian su patrimonio y su propia historia con toda su riqueza cultural[3].

Cuán grande es el Papa cuando advierte a los pueblos de los peligros que conlleva esta nueva forma de colonialismo, experto en la manipulación de conceptos extremadamente importantes y sensibles, como la democracia, la libertad, la justicia, y la unidad, utilizándolos como medio de control, dominación y arrogancia, vaciándolos de su significado, a veces incluso para justificar sus acciones[4].

Cuán creativo es en el ámbito de los derechos humanos, cuando pone de manifiesto las nuevas formas de injusticia, de explotación del hombre y de negación de su dignidad[5], la injusticia hacia la mujer[6] y las condiciones similares a la esclavitud, de las que tantas personas son víctimas hoy día. El Papa considera, con razón, que la persecución por motivos religiosos o étnicos, y otras violaciones de la dignidad humana, son aspectos de una “tercera guerra mundial a pedazos”[7].

Qué grande es el Papa, cuando aborda de raíz la cuestión de los migrantes y refugiados, reiterando que la dignidad humana ha caído en la frontera entre Europa y el Tercer Mundo[8].

El Papa ha querido también afrontar una cuestión de extrema actualidad, hablando de las pandemias y de otras tragedias que acontecen en la historia[9], pidiéndonos que nos replanteemos nuestro estilo de vida y forma de organizar nuestras sociedades.

A diferencia de lo que me suele ocurrir cuando preparo una ponencia escrita, me he sentido en sintonía con las palabras del Papa. Me han conquistado su franqueza y su claridad en los pasajes que he citado. Y es solo una mínima parte de este pensamiento libre, que hace suya la causa del hombre y sus problemas, tanto en Oriente como en Occidente. Estoy convencido de que esta Encíclica, junto con el Documento sobre la Fraternidad Humana, volverán a poner en marcha el tren de la historia, que se ha detenido en la estación de este orden mundial, arraigado en la irracionalidad, con su injusticia, soberbia y violencia colonial. Espero que esta Encíclica, junto con el Documento sobre la Fraternidad Humana, puedan tener un considerable efecto disuasorio contra la falsedad, con todas sus formas y expresiones, y que puedan ser la base, o el factor más importante, para el nacimiento de un nuevo orden mundial, basado en la sacralidad de la dignidad y de los derechos humanos, como afirmó el Papa, y no en el desprecio, la esclavitud y la explotación del hombre. Espero también que esta Encíclica pueda llegar a manos de los políticos y de quienes están llamados a tomar decisiones, para que les ilumine y les ayude a salir de este estado de irracionalidad en el que vive el mundo de hoy.

¿Pero pueden calar estas hermosas ideas y estos conceptos nobles en el mundo real de hoy? Creo que esto es posible. Las personas justas se ayudan mutuamente por el bien y lo apoyan.

Para ofrecer una modesta contribución en este sentido, he considerado oportuno, junto con mis colegas del Comité Superior para la Fraternidad Humana, convocar un Foro para unos 100 jóvenes, procedentes de diferentes partes del mundo, y organizar jornadas de estudio dedicadas a esta Encíclica, aquí en Roma y en Abu Dhabi, donde se anunció el Documento sobre la Fraternidad Humana, pero también en Egipto, el país de Al-Azhar, donde los participantes se dedicarán a la reflexión, al estudio y al diálogo libre y profundo. Al hacerlo, la Encíclica llegará a los jóvenes pertenecientes a otras religiones y grupos étnicos, con la esperanza de que pueda constituir un paso en la dirección correcta, hacia una fraternidad humana mundial.

Señoras y señores,

En esta fase decisiva de la historia de la humanidad, nos encontramos ante una encrucijada, por un lado, la fraternidad universal en la que se regocija la humanidad y por otro, una miseria aguda que aumentará el sufrimiento y las privaciones de las personas. El camino de la fraternidad es a la vez un camino antiguo y nuevo, que se renueva y se recorre a la sombra de los valores espirituales y morales, y se rige por el equilibrio y la armonía entre ciencia y fe, entre este mundo y la vida venidera. Apoyémonos, pues, en el camino de la fraternidad, del conocimiento recíproco y de la colaboración, para alcanzar la meta donde se encuentran nuestros objetivos, el bien de toda la humanidad.

Estamos a favor de la unión de las energías religiosas para afrontar la discriminación, el racismo y el odio. Y al mismo tiempo, trabajamos por la consolidación de nuestra propia doctrina, por la profundización de sus aspectos específicos y por evitar la desunión o la disgregación. Este es el objetivo de toda persona fiel a su religión.

La fraternidad universal sigue siendo, ayer, hoy y mañana, una necesidad absoluta para el mundo entero y es imprescindible para la salvación. Porque dará vida a una civilización equilibrada y feliz, centrada en el hombre, independientemente del color de su piel, sexo, idioma y religión.

Por último, dirijo estas palabras a Su Santidad el Papa Francisco y al Gran Imán de Al-Azhar:

Vuestros esfuerzos y vuestra lucha en favor de la convivencia humana y de la fraternidad mundial, que culminaron con el Documento sobre la Fraternidad Humana, que proclamaron el año pasado en Abu Dhabi, en un acontecimiento sin precedentes en la historia moderna, representan un punto de inflexión en el mundo árabe y musulmán, y un rayo de luz para el mundo entero. Vemos cada día a jóvenes que se encuentran en torno a los principios de la fraternidad y de la convivencia, y percibimos una apertura, sin precedentes, en las relaciones entre los fieles de otras religiones. Vemos también que muchas personas, que se habían cerrado mentalmente a miembros de otras religiones, han empezado a replantearse su forma de pensar.

Les prometo que, junto con mis colegas del Comité Superior para la Fraternidad Humana, seguiré trabajando con fidelidad para que este documento se convierta en una realidad vivida por todos, a través de iniciativas concretas y ambiciosas del Comité, para que reciban siempre el apoyo leal y sincero de Su Alteza Sheikh Mohammad Ben Zayed Al Nahyan, un auténtico líder árabe que hace honor a su compromiso con usted para la aplicación de los principios del Documento sobre la Fraternidad Humana, para que puedan dar los frutos deseados, en favor de cada persona sobre la faz de la tierra, cualquiera que sea su religión, su sexo o su raza.

Gracias, Papa Francisco, por esta Encíclica fuerte y valiente.

____________________

[1] Encíclica del Papa Francisco "Fratelli tutti", número 11.

[2] Encíclica del Papa Francisco "Fratelli tutti", número 12.

[3] Encíclica del Papa Francisco "Fratelli tutti", número 13.

[4] Encíclica del Papa Francisco "Fratelli tutti", número 11.

[5] Encíclica del Papa Francisco "Fratelli tutti", número 22.

[6] Encíclica del Papa Francisco "Fratelli tutti", número 23.

[7] Encíclica del Papa Francisco "Fratelli tutti", número 25.

[8] Encíclica del Papa Francisco "Fratelli tutti", del número 37 al número 41.

[9] Encíclica del Papa Francisco "Fratelli tutti", del número 32 al número 36.

Traduzione in lingua portoghese

Em Nome de Deus, O Clemente, O Misericordioso

Estimado público,

Que a paz de Deus, a Sua Misericórdia e Suas bênçãos estejam com todos vós!

Algumas cidades e povos são reconhecíveis graças a monumentos importantes que se tornaram um símbolo. A cidade de Roma é conhecida pela cúpula de São Pedro, aqui no Vaticano. Londres tem o famoso relógio Big Ben, e Paris a Torre Eiffel que se erguepara o céu. Nova York é conhecida pela Estátua da Liberdade, Cairo é conhecido pelas Pirâmides e minaretes do Azhar e pelas campanários de suas igrejas.

Então dois "monumentos" do cristianismo e do Islãosurgiram recentemente, enriquecendo esses símbolos com um novo pilar de verdade, bem, liberdade e fraternidade. Quando é mencionada"A Fraternidade Humana", a nossa mente e os nossos corações conscientemente se voltam para o Papa Francisco e para o Grande Imã Ahmad Al Tayyeb, o Xeque de Al Azhar: esses dois personagens que se tornaram, juntos, um novo emblema e um novo monumento, não para um determinado país, ou para um certo povo. Tornaram-se um forte símbolo de uma ideia nobre, ou seja, da ideia da "Fraternidade Humana", e de Deus, com Sua misericórdia por todos nós. Colocou esses dois ilustres símbolos ao serviço desses conceitos humanos supremos.

Senhoras e senhores.

Se o crescimento e a renovação são ditados pelas normas de vida dos seres existentes, a vida não pode prosseguir para sua própria realização, sem pensamento e sem criatividade. E o que vemos no Vaticano, a começar pela mais alta autoridade, é mostrar que, em suma, estamos na direção certa e que o pensamento criativo e fundamental de uma nova visão se projeta para horizontes mais altos no tempo e no espaço.

Após a assinatura do "Documento sobre a Fraternidade Humana", o Papa Francisco continuou a refletir sobre a realidade das nações. Apareceram reflexões públicas ou não. A felicidade das nações requer um compromisso com contornos difíceis de definir devido aos diversos níveis envolvidos e como resultado dos interesses e políticas em jogo. E como resultado dos conflitos entre estados e povos, os quais colocam uma pressão sobre as consciências e as vontades. Estando a par deste estado de coisas e graças à clara intuição do Papa, Francisco escreveu palavras claras e corajosas, que temem apenas a Deus e falam sobre as tragédias de pessoas fracas, cansadas e desesperadas. Depois, prescreve a cura deste mal difícil de curar, que atingiu até à morte a nossa civilização moderna. E aqui nasce a encíclica que hoje celebramos.

Embora eu tivesse acompanhado as diferentes etapas do caminho da Fraternidade Humana na última década entre o Papa e o Imã, quando li esta encíclica sobre a Fraternidade e a Amizade Social, deteto em suas linhas, um gosto refinado, uma sensibilidade incisiva e uma capacidade de expressar os temas da fraternidade humana de uma forma que aborda o mundo inteiro; é um apelo à harmonia dirigida a um mundo em discórdia, bem como uma mensagem clara em favor da harmonia, individual e coletiva, com as leis do universo, do mundo e da vida. A sua argumentação é baseada num raciocínio claro baseado na verdade e viável na vida real e no mundo concreto.

Estimado público,

Como jovem estudioso muçulmano de Shari'a (lei) do Islão e das suas ciências, eu estou de acordo – com tanto amor e entusiasmo – com o Papa, e partilho cada palavra que ele escreveu na encíclica. Acolho, com satisfação e esperança, todas as suas propostas apresentadas com um espírito carinhoso para o renascimento da fraternidade humana.

Nesta encíclica, o Papa adverte, sem rodeios, contra ideologias imbuídas de egoísmo e perda de sentido social, que operam atrás da máscara de supostos interesses nacionais1, e alerta contra os perigos da globalização e suas consequências, que talvez tenham nos aproximado, mas que certamente não nos tornarão irmãos2

Fiquei extremamente feliz ao ler as duras críticas do Papa ao que podemos chamar de "o fim da consciência histórica", com a grave infiltração cultural dessa teoria, baseada na desintegração do patrimônio cultural, e com a criação de gerações que desprezam sua própria herança e história com toda sua riqueza espiritual3.

Como é grande o Papa quando adverte os povos diante dessa nova forma de colonialismo que se vive na manipulação de conceitos extremamente importantes e sensíveis, como democracia, liberdade, justiça e unidade, usando-os como meio de controle, dominação e arrogância, esvaziando-os de seu significado, às vezes até mesmo para justificar seu trabalho4.

Como é criativo ele quando fala dos direitos humanos quando destaca as novas formas de injustiça e exploração do homem e da negação de sua dignidade5, da injustiça contra as mulheres6e de condições semelhantes à da escravidão, que tantas pessoas sofrem hoje. O Papa considera e com razão que a perseguição por motivos religiosos ou étnicos, e outras violações da dignidade humana, são aspectos de uma "terceira guerra mundial por fases"7.

Como é grande o Papa, quando ele aborda com profundidade a questão dos imigrantes e dos refugiados, reiterando que a dignidade humana caiu na fronteira entre a Europa e o terceiro mundo8.

O Papa também quis abordar a questão atual, ao falar da pandemia e de outras tragédias da história9, pedindo uma reformulação do nosso modo de vida e da organização de nossas sociedades.

Ao contrário do habitual ao preparar o meu texto, encontrei-me em sintonia com as palavras do Papa. A sua franqueza e sua clareza nas passagens que mencionei conquistaram-me. Isto é apenas uma pequena parte do seu pensamento, que faz suas a causa do homem e os seus próprios problemas tanto no Oriente como no Ocidente. Estou convencido de que esta encíclica, juntamente com o Documento sobre a Fraternidade Humana, reiniciará o trem da história que parou na estação da ordem mundial atual, enraizada nairracionalidade, com sua injustiça, orgulho e violência colonial. Espero que esta encíclica, juntamente com o Documento sobre a Fraternidade Humana, possa ser um elemento forte contra a falsidade, com todas as suas formas e expressões, e que possa ser a base, ou o fator mais importante, para o nascimento de uma nova ordem mundial, baseada na sacralidade da dignidade e dos direitos humanos – como o Papa diz – não no desprezo, na escravidão e na exploração do homem. Espero também que esta encíclica chegue às mãos de políticos e dos que tomam decisões, para que se sintam iluminados a partir dela para sair do estado irracional em que o mundo vive hoje.

Mas podemos acolher essas belas ideias e conceitos nobres para o mundo real de hoje? Acho que é possível. Há pessoas justas que se ajudam umas às outras para a prática e consolidação do bem.

Para fazer uma contribuição modesta nesse sentido, pensei com colegas do Alto Comitê da Fraternidade Humana convocar um Fórum para 100 jovens de diferentes partes do mundo, e organizar dias de estudo dedicados a esta encíclica, aqui em Roma e Abu Dhabi, onde foi anunciado o Documento da Fraternidade Humana, mas também no Egito, o país de Al Azhar, onde os participantes se dedicarão à reflexão e ao estudo e ao diálogo. Ao fazê-lo, a encíclica chegará a jovens, pertencentes a diferentes religiões e etnias, com a esperança de que possa ser um passo na direção certa, em direção a uma fraternidade humana mundial.

Senhoras e senhores!

Nesta fase decisiva da história da humanidade estamos numa encruzilhada, entre uma fraternidade universal na qual a humanidade se alegra e a miséria aguda que aumentará o sofrimento e a privação das pessoas. O caminho da fraternidade é um caminho antigo e novo, que é renovado e que se percorre na sombra de valores espirituais e morais, e é governado pelo equilíbrio e harmonia entre ciência e fé, entre este mundo e a vida que está por vir. Por isso, apoiemo-nos uns aos outros no caminho da fraternidade, do conhecimento mútuo e da colaboração, a fim de alcançar a meta onde nossos objetivos se encontrem para o bem da humanidade inteira.

Somos a favor da união das energias religiosas para enfrentar a discriminação, o racismo e o ódio. Ao mesmo tempo, trabalhamos pela consolidação de nossa doutrina, pelo aprofundamento de nossos aspectos específicos e para evitar a desunião ou a desintegração. Este é o objetivo de cada pessoa fiel à sua religião.

A fraternidade universal continua a ser – ontem, hoje e amanhã – uma necessidade absoluta para todo o mundo, e é essencial para a salvação. Dará vida a uma civilização equilibrada e feliz, centrada no homem, independentemente da cor da pele, sexo, linguagem e religião.

Finalmente, dirijo estas palavras a Sua Santidade, o Papa Francisco e ao Grande Imã de Al Azhar:

Os vossos esforços e a vossa luta pela convivência humana e pela fraternidade mundial, culminando no Documento da Fraternidade Humana que vocês proclamaram no ano passado em Abu Dhabi - em um evento sem precedentes na história moderna - representaram uma viragem no mundo árabe e muçulmano, e um raio de luz para todo o mundo. Vemos todos os dias jovens que se encontram em torno dos princípios da fraternidade e da convivência, e vemos uma abertura sem precedentes nas relações entre os seguidores das religiões. Também vemos muitas pessoas, mentalmente fechadas para os que pertencem a outra religião, que começam a repensar sua maneira de pensar.

Eu prometo-vos, juntamente com meus colegas no Alto Comitê para a Fraternidade Humana, que continuaremos a trabalhar fielmente para garantir que este documento se torne uma realidade vivida por todos, através das iniciativas concretas e ambiciosas do Comitê que sempre recebem o apoio leal e sincero de sua Alteza Sheikh Mohammad Ben Zayed Al Nahyan. Ele é um autêntico líder árabe fiel ao seu compromisso para a implementação dos princípios do Documento sobre a Fraternidade Humana. Queremos que esses princípios possam dar os frutos desejados para cada pessoa na face da terra qualquer que seja sua religião, seu sexo, ou sua raça.

Obrigado Papa Francisco por esta forte e corajosa encíclica.

___________________

1) Encíclica do Papa Francisco "Fratelli tutti", número 11.

2) Encíclica do Papa Francisco "Fratelli tutti", número 12.

3) Encíclica do Papa Francisco "Fratelli tutti", número 13.

4) Encíclica do Papa Francisco "Fratelli tutti", número 14.

5) Encíclica do Papa Francisco "Fratelli tutti", número 22.

6) Encíclica do Papa Francisco "Fratelli tutti", número 23.

7) Encíclica do Papa Francisco "Fratelli tutti", número 25.

8) Encíclica do Papa Francisco "Fratelli tutti", do número 37 ao número 41.

9) Enciclica do Papa Francisco "Fratelli tutti", do número 32 ao número 36.

Intervento della Prof.ssa Anna Rowlands

Testo in lingua originale

The Encyclical Letter Fratelli tutti is about love and attention – the kind of attention that brings a broken and bleeding world back to health. It is a social meditation on the Good Samaritan, who recognises love and attention as the preeminent law, and models for us creative social friendship.

Pope Francis asks us to gaze at the world similarly, such that we come to see the basic, indispensable relation of all things and people, near and far. In its simplicity of call, Fratelli tutti is a devastating challenge to our ecological, political, economic and social life. But above all it is a proclamation of an ineradicable, joyful truth, presented here as a well-spring for a fatigued world.

This letter is not a coolly detached critique. Its spiritual discipline sees the humanising task this way: to be truly human is to be willing to look at the world in its beauty and its pain, to listen deeply through human encounters to the griefs and the joys of one’s age and to take these into oneself, to carry them as one’s own.

The notion that all created life shares its origin in God the Father, and that in Christ we become sisters and brothers, bonded in dignity, care, and friendship, is one of the oldest social teachings of Christianity. The names at the heart of this letter are those of the scriptures: we are brothers, sisters, neighbours, friends. The early Christians shaped their views of money, community, and politics based on this vision. That a theme so ancient is spoken with such urgency now is because Pope Francis fears a detachment from the view that we are all really responsible for all, all related to all, all entitled to a just share of what has been given for the good of all. It is not a mockable fantasy to believe this. He writes with grief about the cultural cynicism and impoverishment limiting our social imaginations. It is not absurd to acknowledge kinship beyond borders, to crave cultures where social bonds are respected and encounter and dialogue are practiced.

Fratelli tutti makes clear that universal fraternity and social friendship must be practised together. Failure to do this abounds. Globalisation proclaims universal values but fails to practice encounter and attention – especially, to difference and the most vulnerable. Digital communications trade on our hunger for connection but distort it, producing a febrile bondedness built on binaries of likes and dislikes, and commodified by powerful interests. Populism appeals to the desire for stability, rootedness, and rewarding work, but lets hostility distort these desires. Liberalism imagines freedom in terms of the self-interested individual and discounts our deeply inter-connected lives. We forget what enables societies to endure and renew. These are our false materialisms.

This letter has its roots in a specific interfaith encounter. It is unashamed about its religious character and call. A transcendent truth is not a burden, but a gift securing the roots of our action. It can reduce the anxiety we feel about taking risks together for the transformation of our world. Faith is our wellspring. It is part of how we can name and move beyond the grieving indifference of our age.

For this reason, the encyclical is clear about the weight of responsibility borne by religious communities. Religious groups are caught up in the digital and market cultures that harm us. Inexcusably, religious leaders have been slow to condemn unjust practices, past and present. Religion too stands in need of repentance and renewal. Fratelli tutti exhorts religions to be models of dialogue, brokers of peace, and bearers of the message of transcendent love to a hungry, cynical and uprooted world.

Echoing the Abu Dhabi statement, the encyclical restates the absolute dignity of the human person, over which no political preference, no ‘law’ of the market can take precedence. Here Pope Francis highlights the treatment of migrants. He notes the biblical commands to welcome the stranger, the benefits that come with encounters between cultures, and the invitation to sheer gratuitous love. But he also extends earlier social teaching on the universal destination of goods, making clear that nations are entitled to their land, wealth and property insofar as this enables all humankind to access the means for survival and fulfilment. A nation bears obligations to the whole human family and not merely towards its own citizens. Dignity, solidarity, and the universal destination of material goods are the hallmarks of this teaching.

Pope Francis warns against closed forms of populism, but he upholds the importance of seeing ourselves as ‘a people’. Following St Augustine, he reminds us that to become ‘a people’ is based on encountering each other in dialogue, face to face and side by side. Together we negotiate the enduring common loves we wish to live by. This is a dynamic unfinished process of social peace building, one that is the fruit of a genuine search for, and exchange of, truths. A culture is only healthy to the extent that it remains open to others. This renewal of political cultures happens only with, not for the most marginalised. The role of grassroots movements is key to this participation.

The naming of God as our kin, and ourselves as kin and kind in this image, is love-language. There are other ways of naming God. But the message Pope Francis wishes us to hear for this moment is that we are made fully human by what draws us beyond ourselves. What makes this possible is a divine love, open to all, that births, bonds, bridges and endlessly renews. This love cannot be erased or disposed of, and it is the basis of Pope Francis’s call to us with St Francis’s words of loving attention: ‘Fratelli tutti’…

 

Traduzione in lingua italiana

La Lettera enciclica Fratelli tutti parla di amore e di attenzione, quel tipo di attenzione in grado di risanare un mondo ferito e sanguinante. Si tratta di una riflessione sociale sul Buon Samaritano, che riconosce l’amore e l’attenzione come leggi fondamentali e configura per noi un’amicizia sociale creativa.

Papa Francesco ci chiede di osservare il mondo al modo del Samaritano, in maniera tale da riuscire a scorgere l’originario ed indispensabile legame tra tutte le cose e le persone, vicine e lontane. Nella semplicità del suo appello, Fratelli tutti si pone come una sconvolgente sfida al nostro stile di vita ecologico, politico, economico e sociale. Ma è, innanzitutto, la proclamazione di una verità ineliminabile e gioiosa, presentata qui come sorgente benefica per un mondo affaticato.

Questa lettera non rappresenta una critica fredda e distaccata. Piuttosto, la sua disciplina spirituale indica in modo chiaro un compito umanizzante: essere veramente uomini significa mostrarsi disposti a guardare il mondo nella sua bellezza e nel suo dolore, a prestare un profondo ascolto, attraverso l’incontro con l’altro, alle sofferenze e alle gioie della propria epoca e ad assumerle su di sé, facendosene carico come fossero proprie.

L’idea che ogni creatura abbia origine in Dio Padre e che in Cristo siamo divenuti fratelli e sorelle, legati nella dignità, nella cura e nell’amicizia, costituisce uno dei più antichi insegnamenti sociali della Cristianità. Infatti, gli appellativi che ricorrono in questa lettera e che sono a fondamento della riflessione stessa di Francesco, riecheggiano abbondantemente le Scritture: fratelli, sorelle, prossimi, amici. I primi Cristiani plasmarono la loro concezione del denaro, della comunità e della politica su questa visione. Che un tema così antico venga ora riproposto con tale urgenza è dovuto al timore di Papa Francesco che possa creare una frattura dall’idea che siamo realmente responsabili per gli altri, tutti legati tra noi, tutti aventi diritto ad una equa condivisione di quanto è stato dato a beneficio di tutti. Credere tutto ciò non è una fantasia di cui farsi beffe. Il Papa scrive con dolore riguardo al cinismo e all’impoverimento culturale che limitano la nostra immaginazione sociale. Non è un’assurdità riconoscere l’affinità al di là delle divisioni, il desiderare culture in cui i legami sociali siano rispettati e l’incontro e il dialogo praticati.

Fratelli tutti dice esplicitamente come la fratellanza universale e l’amicizia sociale debbano essere esercitate insieme, sebbene non manchi l’incapacità di agire in tal direzione. La globalizzazione proclama valori universali, ma non riesce a praticare incontro e attenzione, specialmente nei confronti della diversità e dei più vulnerabili. La comunicazione digitale specula sul nostro bisogno di contatto, lo distorce, producendo una limitatezza febbrile costruita sui binari dei “like/ dislike”, mercificata da interessi potenti. Il populismo fa appello al desiderio di stabilità, di radicamento e di un lavoro gratificante, ma lascia che l’ostilità distorca questi desideri. Il liberalismo, d’altro canto, concepisce la libertà in termini di individualismo egocentrico e limita le nostre vite intimamente interconnesse. Dimentichiamo cosa consente alle società di perdurare e di rinnovarsi. Sono questi i nostri falsi materialismi.

Questa lettera affonda le sue radici in un preciso incontro interreligioso e mostra senza reticenze il suo carattere religioso e il suo appello. Una verità trascendente non costituisce un fardello, bensì un dono che rende più stabili le radici del nostro comune agire. Può ridurre la preoccupazione che avvertiamo nell’assumerci insieme quei rischi necessari a trasformare il mondo. La fede è la nostra sorgente, è parte di come noi possiamo nominare la realtà e andare oltre la desolante indifferenza della nostra epoca.

Per questa ragione, l’enciclica ha ben chiaro il peso della responsabilità che grava sulle comunità religiose. I gruppi religiosi sono coinvolti dalla stessa cultura digitale e di mercato che ci danneggia. In modo non scusabile, i leader religiosi hanno tardato a condannare le pratiche ingiuste, passate e presenti. Anche le religioni hanno bisogno di pentimento e di rinnovamento. Fratelli tutti le esorta a essere modelli di dialogo, mediatrici di pace e portatrici di un messaggio d’amore trascendente ad un mondo affamato, cinico e senza radici.

Richiamando la Dichiarazione di Abu Dhabi, l’enciclica ribadisce l’assoluta dignità della persona umana, sulla quale nessuna preferenza politica, nessuna “legge” di mercato può avere la precedenza. Qui Papa Francesco evidenzia il trattamento riservato ai migranti. Sottolinea i comandamenti biblici che incitano accogliere lo straniero, i benefici che possono derivare dall’incontro tra culture e l’invito a un amore puro e incondizionato. Sviluppa anche il precedente insegnamento sociale sulla destinazione universale dei beni, chiarendo che le nazioni sono proprietarie della loro terra, ricchezza e patrimonio, fintanto che questo permette a tutta l’umanità l’accesso ai mezzi di sopravvivenza e di realizzazione. Una nazione ha dei doveri non soltanto nei confronti dei suoi cittadini, ma nei confronti di tutta l’umanità. Dignità, solidarietà e destinazione universale dei beni materiali sono i tratti distintivi di questo insegnamento.

Papa Francesco mette in guardia da forme chiuse di populismo, ma sostiene l’importanza di guardare a noi stesso come ad “un popolo”. Seguendo Sant’Agostino, ci ricorda che il divenire “un popolo” si fonda sulla capacità di incontrare l’altro nel dialogo, faccia a faccia e fianco a fianco. Insieme collaboriamo a quell’amore comune e duraturo del quale desideriamo vivere. Si tratta di un processo dinamico e mai compiuto di costruzione della pace sociale, frutto di una genuina ricerca e scambio di verità. Una cultura è sana soltanto nella misura in cui rimane aperta alle altre. Questo rinnovamento delle culture politiche avviene solo con, non per, i più emarginati. Il ruolo dei movimenti popolari è la chiave di questa partecipazione.

Chiamare Dio con il nome di “Padre” e noi stessi come suoi “figli e amici”, è linguaggio d’amore. Esistono altri modi di chiamare Dio. Ma il messaggio che Papa Francesco desidera che al momento ciascuno recepisca è che siamo resi pienamente umani solo da ciò che ci spinge al di là di noi stessi. Ciò che rende questo possibile è un amore divino aperto a tutti, che genera, unisce, perdura e si rinnova senza fine. Questo amore non può essere cancellato né rimosso, e si pone a fondamento dell’appello che Papa Francesco rivolge a noi, facendo proprie le parole di amorevole attenzione di san Francesco: “Fratelli tutti”…

Traduzione in lingua francese

La Lettre Encyclique Fratelli tutti nous parle d’amour et d’attention à l’autre – le genre d’attention qui est en mesure de redonner la santé à notre monde brisé et meurtri. C’est une méditation sociale sur le Bon Samaritain, qui reconnaît en l’amour et en l’attention à l’autre la loi prééminente, et nous propose le modèle d’une amitié sociale créative.

Le Pape François nous invite à regarder le monde avec ce regard, de telle sorte que nous arrivions à percevoir la relation fondamentale et indispensable qui existe entre toutes choses et toutes personnes, qu’elles soient proches ou éloignées de nous. Par la simplicité de son appel, Fratelli tutti est un redoutable défi lancé à notre mode de vie écologique, politique, économique et social. Mais par-dessus tout, c’est la proclamation d’une vérité joyeuse et inaltérable qui nous est présentée ici comme une source d’énergie pour un monde fatigué.

Cette lettre encyclique n’est pas une critique froide et détachée. La discipline spirituelle qu’elle propose présente de cette manière la tâche de l’humanisation du monde : être vraiment humain, c’est être prêt à regarder le monde à la fois dans sa beauté et dans ses souffrances, prêt à écouter en profondeur, au travers de rencontres humaines, les peines et les joies de son époque, et à les prendre en soi, à les porter comme étant les siennes.

L’idée que toute vie créée trouve son origine en Dieu le Père et que, dans le Christ, nous devenons tous frères et sœurs, liés par la dignité, le souci de l’autre et l’amitié, est l’un des enseignements les plus anciens de la Chrétienté. Les mots qui sont au cœur de cette lettre sont ceux des Écritures: nous sommes frères, sœurs, prochains, amis. Les premiers Chrétiens ont façonné leur vision de l’argent, de la communauté et de la politique à partir de cette vision. Si ce thème si ancien est abordé de façon si pressante aujourd’hui, c’est parce que le Pape François craint que l’on se détourne de la vision que nous sommes tous réellement responsables de tous, tous et chacun liés à tous, tous ayant droit à une juste part de ce qui a été donné pour le bien de tous. Croire cela n’est pas une illusion dérisoire. Le Pape décrit avec tristesse le cynisme et l’appauvrissement culturel qui limitent notre imaginaire social. Il n’est pas insensé de reconnaître des liens de parenté qui dépassent les frontières, d’aspirer à l’instauration de cultures où les liens sociaux sont respectés et où la rencontre et le dialogue sont cultivés.

Fratelli tutti indique clairement que la fraternité universelle et l’amitié sociale doivent être cultivées conjointement. Les manquements à cet égard sont nombreux. La mondialisation proclame des valeurs universelles mais ne cultive pas l’attention à l’autre – en particulier à celui qui est différent et plus vulnérable. Les technologies numériques font le commerce de notre soif de connexion, mais elles la déforment. Elles engendrent des relations fragiles et serviles, à partir de la binarité du: «j’aime» / « j’aime pas », et qui sont transformées en marchandises par des intérêts puissants. Le populisme fait appel au désir de stabilité, d’enracinement et de travail gratifiant, mais il laisse la haine déformer ces désirs. Le libéralisme imagine une liberté seulement structurée à partir de l’intérêt particulier de l’individu et ne prend pas en considération la profonde interconnexion de nos vies. Nous oublions ce qui permet aux sociétés de durer et de se renouveler. Voilà les matérialismes fallacieux que nous avons adoptés.

Cette lettre trouve ses racines dans une rencontre interconfessionnelle spécifique. Elle assume sans honte le caractère religieux de l’appel qu’elle porte. Une vérité issue de la transcendance n’est pas un fardeau mais un don qui assure les racines de notre action. Une telle vérité peut atténuer notre anxiété à l’idée de s’aventurer, tous ensemble, dans la transformation de notre monde. La foi est la source de notre action. Elle fait partie de la manière dont nous pouvons nommer et dépasser la douloureuse indifférence de notre époque.

Pour cette raison, l’encyclique affirme clairement le poids de la responsabilité des communautés religieuses. Les groupes religieux sont prisonniers de la culture du numérique et de consommation qui nous nuisent. De manière inexcusable, les chefs religieux ont été lents à condamner les pratiques injustes, tant passées que présentes. Les religions ont, elles aussi, besoin du repentir et d’un renouveau. Fratelli tutti exhorte les religions à être des modèles de dialogue, des médiateurs de paix, et les porteurs du message d’un amour transcendant pour ce monde affamé, désenchanté et déraciné.

Faisant écho à la déclaration d'Abu Dhabi, cette encyclique réaffirme la dignité absolue de la personne humaine, devant laquelle aucune préférence politique, aucune «loi» du marché ne peut prévaloir. Le Pape François met ici en évidence le traitement des migrants. Il rappelle les commandements bibliques d'accueillir l'étranger, les bienfaits de la rencontre entre les cultures et l'invitation à l'amour purement gratuit. Mais il approfondit également la doctrine sociale antérieure à propos de la destination universelle des biens, en précisant que les nations n’ont le droit à leurs terres, à leurs richesses et à leurs biens que dans la mesure où cela peut permettre à toute l’humanité d’accéder aux moyens de sa subsistance et à son épanouissement. Une nation a des obligations envers toute la famille humaine et non seulement envers ses citoyens. La dignité, la solidarité et la destination universelle des biens matériels sont les points caractéristiques de cet enseignement. Ensemble, nous négocions les relations d’amour durable que nous souhaitons partager. C’est un processus dynamique et inachevé de construction de la paix sociale, qui est le fruit d’une véritable recherche et d’un échange autour de la vérité. Une culture ne demeure saine que dans la mesure où elle reste ouverte aux autres. Ce renouvellement des cultures politiques ne peut se faire qu'avec, et non pour les plus marginalisés. À cette fin, le rôle des mouvements populaires est essentiel.

La désignation de Dieu comme père, et de nous-mêmes comme frères et sœurs, étant ainsi des semblables, est le propre du langage de l’amour. Il y a d’autres façons de désigner Dieu. Mais le message que le Pape François souhaite nous transmettre aujourd’hui est que nous ne devenons pleinement humains que par ce qui nous tire au-delà de nous-mêmes. Ce qui rend cela possible, c'est l’amour divin, ouvert à tous, qui naît, lie, crée des ponts et se renouvelle sans cesse. Cet amour ne peut être ni effacé ni éliminé, et il est à la base de l'appel que nous adresse le Pape François avec les mots d’attention aimante de saint François : «Fratelli tutti» ...

Traduzione in lingua tedesca

Die Enzyklika Fratelli tutti handelt von Liebe und Aufmerksamkeit – jener Art von Aufmerksamkeit, die eine zerbrochene, blutende Welt gesund macht. Sie ist eine soziale Meditation über den barmherzigen Samariter, der Liebe und Aufmerksamkeit als herausragendes Gesetz anerkennt und für uns der kreativen sozialen Freundschaft Gestalt verleiht.

Papst Franziskus bittet uns, in ähnlicher Weise auf die Welt zu blicken, so dass wir die grundlegende, unerlässliche Beziehung aller Dinge und Menschen, der Nahen und der Fernen, sehen. Fratelli tutti ist in der Einfachheit des Aufrufs eine bedeutsame Herausforderung für unser ökologisches, politisches, wirtschaftliches und soziales Leben. Aber vor allem ist die Enzyklika die Verkündigung einer unauslöschlichen, freudigen Wahrheit, die hier als Kraftquelle für eine müde Welt angeboten wird.

Die Enzyklika ist keine kühl-distanzierte Kritik. Ihre geistliche Vorgehensweise sieht die humanisierende Aufgabe auf folgende Weise: Wirklich menschlich zu sein heißt, bereit zu sein, die Welt in ihrer Schönheit und ihrem Schmerz zu sehen, durch menschliche Begegnungen in der Tiefe auf die Leiden und Freunden der eigenen Zeit zu hören und sie sich zu eigen zu machen, sie als die eigenen auf sich zu nehmen.

Der Gedanke, dass alles geschaffene Leben einen gemeinsamen Ursprung in Gott, dem Vater, hat und dass wir in Christus zu Schwestern und Brüdern werden, die in Würde, Fürsorge und Freundschaft vereint sind, gehört zu den ältesten Aussagen der christlichen Soziallehre. Die im Mittelpunkt stehenden Begriffe sind die der Heiligen Schrift: Wir sind Brüder, Schwestern, Nächste, Freunde. Die frühen Christen formten ihre Sicht des Geldes, der Gemeinschaft, der Politik auf der Grundlage dieser Gedanken. Dass ein so altes Thema jetzt mit so großer Dringlichkeit behandelt wird, hat seinen Grund darin, dass Papst Franziskus eine Abkehr von der Sichtweise fürchtet, nach der wir alle wirklich für alle verantwortlich sind, mit allen in Beziehung stehen, alle ein Recht haben auf den gerechten Anteil an dem, was für das Wohl aller geschenkt worden ist. Das zu glauben ist keine dem Spott preiszugebende Einbildung. Der Papst schreibt voller Schmerz über kulturellen Zynismus und kulturelle Verarmung, die unsere soziale Phantasie begrenzt. Es ist keineswegs absurd, das Verwandt-Sein über Grenzen hinweg anzuerkennen, sich nach Kulturen zu sehnen, in denen soziale Bindungen respektiert und Begegnung und Dialog praktiziert werden.

Fratelli tutti verdeutlicht, dass universale Geschwisterlichkeit und soziale Freundschaft zusammen praktiziert werden müssen. Häufig wird es versäumt, dies zu tun. Die Globalisierung verkündet universale Werte, aber sie versäumt es, Begegnung und Aufmerksamkeit zu praktizieren – besonders gegenüber dem, der anders ist, und gegenüber den Schwächsten.

Die digitale Kommunikation schlägt Profit aus unserem Hunger nach Beziehung, aber sie verzerrt sie und erzeugt eine fiebrige Verbundenheit, die auf dem dualen System von Likes und Ablehnung beruht und von mächtigen Interessen kommerzialisiert wird. Populismus appelliert an den Wunsch nach Stabilität, Verwurzelung und lohnender Arbeit, lässt aber zu, dass Feindseligkeit diese Wünsche verzerrt. Liberalismus sieht Freiheit unter dem Aspekt des eigennützigen Individuums und übersieht dabei, dass unsere Leben tief miteinander verbunden sind. Wir vergessen, was Gesellschaften befähigt, Bestand zu haben und sich zu erneuern. Das sind unsere falschen Materialismen.

Diese Enzyklika hat ihre Wurzeln in einem besonderen interreligiösen Treffen. Sie schämt sich ihres religiösen Charakters und Aufrufs nicht. Eine transzendente Wahrheit ist keine Last, sondern ein Geschenk, das die Wurzeln unseres Handelns sicherstellt. Sie kann die Angst verringern, die wir empfinden, wenn wir gemeinsam Risiken für die Veränderung unserer Welt eingehen. Der Glaube ist unsere Kraftquelle. Er ist Teil der Art und Weise, wie wir die traurige Gleichgültigkeit unserer Zeit beim Namen nennen und überwinden können.

Aus diesem Grund ist die Enzyklika sehr deutlich im Hinblick auf das Gewicht der Verantwortung, das die Religionsgemeinschaften tragen. Religiöse Gruppen sind in der digitalen und kommerziellen Kultur gefangen, die uns schaden. Es ist unentschuldbar, dass religiöse Führungspersönlichkeiten in Vergangenheit und Gegenwart ungerechte Praktiken nur zögerlich verurteilt haben. Auch Religion braucht Umkehr und Erneuerung. Fratelli tutti ermahnt die Religionen, Vorbilder des Dialogs und Friedensstifter zu sein und einer hungernden, zynischen und entwurzelten Welt die Botschaft der transzendenten Liebe zu bringen.

In Anlehnung an die Erklärung von Abu Dhabi bekräftigt die Enzyklika die absolute Würde der menschlichen Person, vor der keine politische Präferenz, kein „Gesetz“ des Marktes Vorrang haben darf. Hier hebt Franziskus den Umgang mit den Migranten hervor. Er spricht über das biblische Gebot, den Fremden aufzunehmen, über die Vorteile, die mit Begegnungen zwischen Kulturen einhergehen, und die Aufforderung zu vollkommen unentgeltlicher Liebe. Aber er vertieft auch die vorhergehende Soziallehre über die universale Bestimmung der Güter, indem er klarstellt, dass die Nationen Anspruch auf ihr Land, ihren Reichtum und ihr Eigentum haben, da dies der gesamten Menschheit den Zugang zu den Mitteln für Überleben und Erfüllung ermöglicht. Eine Nation hat Verpflichtungen gegenüber der gesamten Menschheitsfamilie und nicht nur gegenüber ihren eigenen Bürgern. Würde, Solidarität und die universale Bestimmung materieller Güter kennzeichnen seine Lehre.

Papst Franziskus warnt vor sich abschottenden Formen des Populismus, aber er hält daran fest, wie wichtig es ist, dass wir uns als „ein Volk“ verstehen. Dem heiligen Augustinus folgend weist er uns darauf hin, dass die Grundlage dafür, „ein Volk“ zu werden, darin besteht, einander im Dialog zu begegnen, von Angesicht zu Angesicht, Seite an Seite. Gemeinsam handeln wir die feststehenden allgemeinen Gesetze aus, nach denen wir leben wollen. Das ist ein dynamischer, nicht abgeschlossener Prozess sozialer Friedensstiftung, ein Prozess, der die Frucht einer aufrichtigen Suche nach Wahrheit und ihr Austausch darüber ist. Eine Kultur ist nur in dem Maße gesund, in dem sie für andere offen bleibt. Diese Erneuerung der politischen Kulturen geschieht nur mit den, nicht für die am stärksten Ausgegrenzten. Die Rolle der Graswurzelbewegungen ist der Schlüssel zu dieser Beteiligung.

Gott als mit uns verwandt zu bezeichnen und in diesem Bild uns selbst als mit ihm verwandt und befreundet, das ist die Sprache der Liebe. Es gibt noch andere Namen für Gott. Aber Papst Franziskus möchte uns jetzt die Botschaft zu Gehör bringen, dass wir nur durch das, was uns über uns selbst hinausgehen lässt, wirklich ganz menschlich werden. Dies wird möglich durch die göttliche Liebe, die für alle offen ist, die Neues hervorbringt, die Verbindungen entstehen lässt, Brücken baut und ohne Unterlass erneuert. Diese Liebe kann nicht ausgelöscht oder beseitigt werden, und sie ist die Grundlage des Aufrufs, den Papst Franziskus mit den von liebevoller Aufmerksamkeit geprägten Worten des heiligen Franziskus an uns richtet: Fratelli tutti

Traduzione in lingua spagnola

La Encíclica Fratelli tutti trata sobre el amor y la atención —el tipo de atención que le devuelve la salud a un mundo roto y sangrante. Se trata de una meditación social sobre el Buen Samaritano, que reconoce el amor y la atención como la ley sublime, y nos ofrece como modelo la amistad social creativa.

El Papa Francisco nos pide que miremos al mundo de manera similar, de tal manera que lleguemos a ver la relación básica e indispensable de todas las cosas y personas, cercanas y lejanas. En la simplicidad de esta llamada, Fratelli tutti es un desafío devastador para nuestra vida ecológica, política, económica y social. Pero sobre todo es una proclamación de una verdad alegre e imposible de erradicar, que se presenta aquí como un manantial inagotable para un mundo fatigado.

Esta Carta no es una crítica fría y distante. Tiene una disciplina espiritual que observa la tarea humanizadora de la siguiente manera: ser verdaderamente humano significa estar dispuesto a mirar el mundo en su belleza y su dolor; escuchar profundamente a través de los encuentros humanos las penas y las alegrías de la propia edad y tomarlas para uno mismo, es decir, asumirlas y llevarlas como propias.

La noción de que toda la vida creada comparte su origen en Dios Padre, y que en Cristo nos convertimos en hermanas y hermanos —unidos en la dignidad, el cuidado y la amistad— es una de las enseñanzas sociales más antiguas del cristianismo. Los nombres que aparecen en el corazón de esta carta son los de las escrituras: somos hermanos, hermanas, vecinos, amigos. Los primeros cristianos formaron sus puntos de vista sobre el dinero, la comunidad y la política basándose en esta visión. Que un tema tan antiguo se hable con tanta urgencia ahora es porque el Papa Francisco teme un desapego de la visión de que todos somos realmente responsables de todos, todos estamos relacionados con todos, todos tenemos el derecho a una parte justa de lo que se ha dado para el bien de todos. No es una fantasía ingenua creer esto. El Papa escribe con pena sobre el cinismo cultural y el empobrecimiento que limita nuestra imaginación social. No es absurdo reconocer vínculos familiares más allá de las fronteras, anhelar culturas donde se respeten los lazos sociales y se practique el encuentro y el diálogo.

Fratelli tutti deja claro que la fraternidad universal y la amistad social deben ser practicadas juntas. El fracaso en esta cuestión es abundante. La globalización proclama valores universales pero no practica el encuentro y la atención, especialmente en cuanto a los diferentes y a los más vulnerables. Las comunicaciones digitales hacen negocios con nuestra hambre de conexión pero la distorsionan, lo que produce una febril atadura construida sobre criterios binarios de “me gusta” y “no me gusta”, y mercantilizada por intereses poderosos. El populismo apela al deseo de estabilidad, arraigo y trabajo gratificante, pero permite que la hostilidad distorsione estos deseos. El liberalismo imagina la libertad en términos del individuo egoísta y descarta nuestras vidas profundamente interconectadas. Olvidamos lo que permite a las sociedades perdurar y renovarse. Estos son nuestros falsos materialismos.

Esta Carta tiene sus raíces en un encuentro interreligioso específico. No se avergüenza de su carácter y vocación religioso. Una verdad trascendente no es una carga, sino un regalo que asegura las raíces de nuestra acción. Puede reducir la ansiedad que sentimos por arriesgarnos juntos a la transformación de nuestro mundo. La fe es nuestro manantial. Es parte de cómo podemos nombrar y superar la indiferencia afligida de nuestra época.

Por esta razón, la encíclica es clara en cuanto al peso de la responsabilidad de las comunidades religiosas. Los grupos religiosos están atrapados en las culturas digitales y de mercado que nos perjudican. Inexcusablemente, los líderes religiosos han sido lentos en condenar prácticas injustas, pasadas y presentes. La religión también necesita arrepentimiento y renovación. Fratelli tutti exhorta a las religiones a ser modelos de diálogo, comerciantes de paz y portadores del mensaje de amor trascendente para un mundo hambriento, cínico y desarraigado.

Haciéndose eco de la declaración de Abu Dhabi, la encíclica reafirma la dignidad absoluta de la persona humana, sobre la cual ninguna preferencia política, ninguna “ley” del mercado puede tener prioridad. Aquí el Papa Francisco destaca el tratamiento de los migrantes. Señala los mandamientos bíblicos de acoger al extranjero, los beneficios que se derivan de los encuentros entre culturas y la invitación al amor gratuito. Pero también amplía la enseñanza social antigua sobre el destino universal de los bienes, dejando claro que las naciones tienen derecho a su tierra, riqueza y propiedad en la medida en que esto permite a toda la humanidad acceder a los medios para la supervivencia y la realización. Una nación tiene obligaciones con toda la familia humana y no sólo con sus propios ciudadanos. La dignidad, la solidaridad y el destino universal de los bienes materiales son los sellos distintivos de esta enseñanza.

El Papa Francisco advierte contra las formas cerradas de populismo, pero sostiene la importancia de vernos como “un pueblo”. Siguiendo a san Agustín, nos recuerda que convertirse en “un pueblo” se basa en el encuentro con los demás en el diálogo, cara a cara y codo con codo. Juntos negociamos los amores comunes perdurables por los que queremos vivir. Este es un proceso dinámico e inacabado de construcción de la paz social, que es el fruto de una auténtica búsqueda e intercambio de verdades. Una cultura sólo es saludable en la medida en que permanece abierta a los demás. Esta renovación de las culturas políticas sólo ocurre con los marginados, y no para ellos. El papel de las comunidades de base es clave para esta participación.

Referirse a Dios como familia, y a nosotros mismos como familia bondadosa en esta imagen, es el lenguaje del amor. Hay otras formas de nombrar a Dios. Pero el mensaje que el Papa Francisco desea que escuchemos en este momento es que nos hacemos completamente humanos por lo que nos atrae más allá de nosotros mismos. Lo que hace esto posible es un amor divino, abierto a todos, que nace, se une, tiende puentes y se renueva sin cesar. Este amor no puede ser borrado o eliminado, y es la base de la llamada del Papa Francisco a nosotros con las palabras de atención amorosa de san Francisco: Fratelli tutti...

Traduzione in lingua portoghese

A Carta Encíclica Fratelli tutti fala sobre o amor e a atenção, o tipo de atenção que restitui a saúde a um mundo ferido e ensanguentado. Trata-se de uma meditação social a respeito do Bom Samaritano, que reconhece o amor e a atenção como lei primordial, modelando para nós uma amizade social criativa.

O Papa Francisco pede-nos que contemplemos o mundo de maneira análoga, de modo a conseguirmos vislumbrar a relação básica e indispensável entre todas as coisas e pessoas, próximas e distantes. Na simplicidade da sua exortação, Fratelli tutti constitui um desafio arrasador para a nossa vida ecológica, política, económica e social. No entanto, é acima de tudo a proclamação de uma verdade inelutável e jubilosa, aqui apresentada como nascente para um mundo exausto.

Esta carta não representa uma crítica insensivelmente distante. A sua disciplina espiritual considera a tarefa humanizadora da seguinte forma: ser verdadeiramente humano significa estar disposto a contemplar o mundo na sua beleza e na sua dor, a sentir profundamente, através de encontros humanos, as aflições e as alegrias da própria época, assimilando-as no nosso íntimo, carregando-as como se fossem nossas.

A noção de que toda a vida criada compartilha a sua origem em Deus Pai, e que em Cristo nos tornamos irmãs e irmãos, unidos em dignidade, cuidado e amizade, é um dos mais antigos ensinamentos sociais do Cristianismo. As figuras no âmago desta carta estão presentes nas Escrituras: somos irmãos, irmãs, vizinhos, amigos. Os primeiros cristãos formaram as suas noções a propósito do dinheiro, da comunidade e da política com base neste ponto de vista. Que um tema tão antigo seja abordado agora, com tanta urgência, é porque o Papa Francisco teme um afastamento da visão segundo a qual somos todos realmente responsáveis por todos, todos relacionados com todos, todos com direito à justa porção do que foi concedido para o bem de todos. Acreditar nisto não é uma fantasia burlesca. Ele escreve com amargura sobre o cinismo cultural e o empobrecimento que limitam a nossa imaginação social. Não é absurdo reconhecer afinidades para além das fronteiras, aspirar a culturas em que os laços sociais sejam respeitados, e o encontro e o diálogo possam ser praticados.

Fratelli tutti salienta que a fraternidade universal e a amizade social devem ser praticadas em conjunto. Contudo, neste sentido abundam fracassos. A globalização proclama valores universais, mas deixa de pôr em prática o encontro e a atenção, especialmente à diferença e aos mais vulneráveis. As comunicações digitais especulam sobre a nossa fome de interligação mas distorcem-na, produzindo um vínculo febril construído sobre binários de “gostos” e “não-gostos”, e mercantilizada por interesses poderosos. O populismo apela ao desejo de estabilidade, de enraizamento e de um trabalho gratificante, mas permite que a hostilidade desvirtue tais desejos. O liberalismo imagina a liberdade em termos de indivíduos interessados em si mesmos, ignorando as nossas vidas profundamente interligadas. Esquecemos o que permite que as sociedades resistam e se renovem. Eis no que consiste os nossos falsos materialismos.

Esta carta tem as suas raízes num encontro inter-religioso específico. Não se envergonha do seu caráter e apelo religiosos. A verdade transcendente não é um fardo, mas um dom que assegura as raízes da nossa ação. Ela pode reduzir a ansiedade que sentimos ao correr riscos em conjunto, em prol da transformação do nosso mundo. A fé é a nossa fonte. Ela faz parte do modo de poder designar e ir além da lamentável indiferença da nossa época.

Por isso, a encíclica é clara a respeito do peso da responsabilidade suportada pelas comunidades religiosas. Alguns grupos religiosos são enredados nas culturas digitais e de mercado que nos prejudicam. De modo imperdoável, certos líderes religiosos têm sido morosos na condenação de práticas injustas, tanto no passado como no presente. Também a religião precisa de arrependimento e de renovação. Fratelli tutti exorta as religiões a ser modelos de diálogo, promotoras de paz e portadoras da mensagem de amor transcendente a um mundo faminto, cínico e desenraizado.

Fazendo eco da declaração de Abu Dhabi, a encíclica reitera a dignidade absoluta da pessoa humana, sobre a qual nenhuma preferência política, nenhuma “lei” de mercado pode ter precedência. Aqui o Papa Francisco realça o tratamento reservado aos migrantes. Evoca os mandamentos bíblicos de acolhimento do estrangeiro, os benefícios que advêm dos encontros interculturais e o convite ao amor puro e gratuito. Mas aprofunda também os primeiros ensinamentos sociais sobre o destino universal dos bens, esclarecendo que as nações têm direito à sua terra, riqueza e propriedade, contanto que isto permita a toda a humanidade ter acesso aos meios de sobrevivência e realização. Cada nação tem obrigações para com toda a família humana e não apenas para com os seus próprios cidadãos. As particularidades deste ensinamento são a dignidade, a solidariedade e o destino universal dos bens materiais.

O Papa Francisco alerta contra formas de populismo fechadas, mas defende a importância de nos vermos como “um povo”. No sulco de Santo Agostinho, lembra-nos que tornar-se “um povo” se fundamenta no encontro recíproco através do diálogo, face a face e lado a lado. Partilhamos uns com os outros o amor comum que perdura no tempo e pelo qual desejamos viver. Trata-se de um processo dinâmico de construção da paz social, inacabado, fruto da busca genuína e do intercâmbio de verdades. Uma cultura só é saudável na medida em que permanecer aberta aos outros. Esta renovação das culturas políticas somente acontece com, não em prol dos mais marginalizados. O papel dos movimentos de base é essencial para esta participação.

A designação de Deus como nosso familiar e, nesta imagem, nós mesmos como familiares e semelhantes, é uma linguagem de amor. Existem outras maneiras de designar Deus. Mas a mensagem que o Papa Francisco deseja que ouçamos neste momento é que somos plenamente humanos mediante aquilo que nos leva para além de nós próprios. O que torna isto possível é um amor divino, aberto a todos, que faz nascer, une e reconcilia, renovando infinitamente. Este amor não pode ser apagado, nem descartado, pois constitui a base do apelo que o Papa Francisco nos dirige com as amorosas palavras de São Francisco: “Fratelli tutti”...

Intervento del Prof. Andrea Riccardi

Testo in lingua italiana

Nota Amin Maalouf, scrittore di fine sensibilità: “Se un tempo eravamo effimeri in un mondo immutabile, oggi siamo esseri smarriti…”. È lo spaesamento di tanti figli e figlie della globalizzazione. Fratelli tutti traccia una via semplice ed essenziale a noi spaesati: la fraternità. Mi soffermo solo su un aspetto: la lacerazione più grave, che sa di morte: la guerra. In queste pagine la fraternità si misura con la guerra. Non è però qualcosa di troppo fragile di fronte alla guerra, spietata macchina di morte e distruzione?

Proprio dal senso d’irrilevanza, è maturata la rassegnazione alla guerra come fatto naturale nella storia. Si pensa sia responsabilità dei grandi paesi o dei politici, non della gente comune. Che possiamo fare? Cresce un fatalismo, camuffato da realismo. Si cede all’opzione per la guerra, credendo a giustificazioni umanitarie, difensive o preventive, oppure manipolati dall’informazione. Troppo abbiamo accettato –governi, istituzioni, singoli- la guerra come compagna assidua del nostro tempo. È divenuto un fatto culturale e politico. Basta pensare all’affievolirsi del movimento per la pace negli ultimi anni.

“La guerra –dice allarmato il Papa- non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante”. È il presente: rischia di essere il futuro. Questa bruciante contemporaneità della guerra è evidente ovunque: dal Mediterraneo all’Africa e altrove. Per molti, sono le “loro guerre”: non ci riguardano. Ci toccano solo se arrivano da noi i rifugiati. Ma i “pezzi” di guerra si saldano tra loro, creando un clima esplosivo, debordando e coinvolgendo chiunque: il fuoco si può estendere. È illusorio, nel mondo globale, pensare di isolare un conflitto. Eppure si vive come se fosse possibile.

L’enciclica allarga lo sguardo al mondo alla luce della fraternità: quello che è lontano ci riguarda. Lo sguardo della fraternità non è mai miope. È evangelico e umano, ma anche ben più realista di tante ideologie o politiche autodefinitesi realiste.

Il Papa esprime con decisione l’esperienza di umanità della Chiesa: “Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come l’ha trovato”. Sfigura il volto dell’umanità. Lo dicono due guerre mondiali. Lo gridano i conflitti in corso. Mai la guerra rende il mondo migliore. È la verità della storia! Ma c’è una diffusa “perdita del senso della storia” –dice l’enciclica. Se ne smarrisce la memoria nel presentismo egocentrico o in contrapposizione esacerbate. Nazionalismo, populismo, esaltano il valore del gruppo particolare contro altri. Intanto si sono svuotate quelle grandi parole, che sono veri fari che illuminano l’umanità: fraternità, pace, democrazia, unità…

Abbiamo creduto che il mondo avesse imparato da tante guerre e fallimenti. Abbiamo creduto agli entusiasmi di un mondo di pace dopo l’89. Invece si è arretrati rispetto alle conquiste di pace e a forme d’integrazione tra Stati. Si tende a screditare le strutture di dialogo che prevengono i conflitti. Così il mondo diventa incapace di prevenire la guerra e poi lascia protrarsi, incancrenirsi, i conflitti per anni, se non decenni, rivelando l’impotenza della comunità internazionale.

Alla luce della visione “fraterna” del mondo globale, realista e preveggente, proposta dall’enciclica, si coglie come centrale il dramma della guerra –vicina o lontana- con il suo corteo di sofferenze: distruzione dell’ambiente umano e naturale, morte, rifugiati, eredità di dolori e odi, terrorismo, armi di ogni tipo, crudeltà... Le parole del Papa risvegliano dall’assuefazione collettiva alle logiche del conflitto: la guerra –egli scrive- “è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male”.

La guerra non si circoscrive mai, ma diventa madre di tutte le povertà. È una malefica scuola per i giovani e inquina il futuro. Sembra una risorsa ai disperati delle periferie umane.

La guerra a pezzi mostra la frammentarietà arrogante del mondo globale, che considera un delirio –dice il Papa- i progetti con grandi obbiettivi di sviluppo per l’umanità. Il mondo globale respinge un progetto di crescita, per la prepotenza degli interessi che lo muovono: così respinge un grande sogno di pace.

L’enciclica mostra che ciascuno è custode della pace. C’è un compito delle istituzioni nell’”architettura di pace” da rivitalizzare. Ma anche noi, gente qualunque, non possiamo essere spettatori. L’artigianato della pace è compito di tutti: si deve osare di più contro la guerra con una rivolta quotidiana e creativa. Se tanti possono fare la guerra, tutti possono lavorare come artigiani di pace.

Qui il ruolo delle religioni. Il Papa si rifà al dialogo tra religioni e all’incontro con l’Imam Al-Tayyeb quando dichiararono: “le religioni non incitano mai alla guerra…”. Se avviene, sono deviazioni e abusi.

Leggendo Fratelli tutti, non ho colto solo la denuncia della guerra, ma la speranza di una pace possibile. Mi è tornato alla mente l’invito di Giovanni Paolo II nella luminosa giornata ad Assisi nel 1986 con i leader religiosi: “La pace attende i suoi profeti… i suoi artefici… è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi... passa attraverso mille piccoli atti della vita quotidiana”. Gli artigiani di pace sono uomini e donne della fraternità.

Papa Francesco propone veri sogni al mondo globale, che ha spento i fari delle grandi parole e dei grandi ideali. Ne ho ricordato uno solo, non il minore, anzi quello da cui dipende tanto: la pace. Concludo con le parole di un grande italiano, don Luigi Sturzo, nel 1929: “bisogna aver fede che… la guerra, come mezzo giuridico di tutela del diritto, dovrà essere abolita, così come legalmente furono abolite la poligamia, la schiavitù, la servitù della gleba e la vendetta di famiglia”.

Anche dopo i tempi del cielo grigio della pandemia, questa enciclica apre un orizzonte di speranza: divenire sorelle e fratelli tutti. Sorge un sogno per cui vivere e lottare anche a mani nude.


Traduzione in lingua francese

Comme le fait observer Amin Maalouf, écrivain d’une grande finesse d’esprit: « Si nous étions autrefois éphémères dans un monde immuable, aujourd’hui nous sommes des êtres désorientés… ». Cette désorientation est vécue par tant de fils et de filles de la mondialisation. Fratelli tutti trace un chemin simple et essentiel pour nous, les désorientés : la fraternité. Je ne me concentrerai ici que sur un aspect, la blessure la plus grave, qui a l’odeur de la mort: la guerre. Dans ces pages, la fraternité se mesure à la guerre. Toutefois, n’est-elle pas trop fragile face à la guerre, cette impitoyable machine de mort et de destruction ?

La résignation à la guerre, comme étant un fait nécessaire de l’histoire, s’est développée à partir du sentiment de n’être pas concerné. Nombreux sont ceux qui attribue la responsabilité de la guerre aux grandes puissances ou aux hommes politiques, pas aux simples citoyens. Que pouvons-nous bien y faire ? Un fatalisme grandit, déguisé en réalisme. Nombreux sont ceux qui cèdent à l’option de la guerre, croyant en des justifications humanitaires, défensives ou préventives, ou manipulés par les informations. Pendant trop longtemps, nous – les gouvernements, les institutions, les individus – avons accepté la guerre comme une compagne assidue de notre époque. Elle est devenue un fait culturel et politique. Il suffit de penser à la façon dont l’élan en faveur de la paix s’est éteint, ces dernières années.

« La guerre n’est pas un fantôme du passé, disait le Papeavec inquiétude ; elle est devenue une menace constante ». Elle est le présent et risque de devenir l’avenir. Cette contemporanéité brûlante de la guerre est évidente partout : de la Méditerranée à l’Afrique et ailleurs. Pour beaucoup, il s’agit de « leurs guerres » : celles-ci ne nous concernent pas. Elles ne nous concernent que si des réfugiés parviennent jusqu’à nous. Toutefois, des «morceaux» de guerre s’assemblent, créant un climat explosif, envahissant et impliquant tout le monde : le feu peut se propager. Il est illusoire, dans le monde global, de penser pouvoir isoler un conflit; et pourtant, nous vivons comme si c’était possible.

À la lumière de la fraternité, l’encyclique élargit notre regard aux dimensions du monde : ce qui est loin de nous, nous concerne. Le regard de la fraternité n'est jamais myope. Il est évangélique et humain, mais aussi beaucoup plus réaliste que beaucoup d’idéologies ou de politiques soi-disant réalistes. Le Pape exprime avec fermeté l’expérience de l’Église en matière d’humanité : « Toutes les guerres laissent le monde pire qu’elles ne l’ont trouvé ». Elles défigurent le visage de l’humanité. Deux guerres mondiales le disent. Les conflits actuels le crient. La guerre ne rend jamais le monde meilleur. C’est la vérité de l’histoire ! Mais, comme le dit l’encyclique, la «perte du sens de l’histoire» tend à se généraliser. La mémoire se perd dans un présentisme égocentrique ou dans des confrontations exacerbées. Le nationalisme, le populisme exaltent la valeur d’un groupe spécifique contre les autres. Pendant ce temps, ces mots importants, véritables phares éclairant l’humanité, ont été vidés de leur sens : fraternité, paix, démocratie, unité…

Nous avons cru que le monde avait tiré les leçons de tant de guerres et d’échecs. Nous avons cru à l’enthousiasme pour un monde de paix après 1989. Au lieu de cela, nous avons régressés dans la conquête de la paix et dans les formes d’intégration entre les États. Les structures de dialogue, qui préviennent les conflits, ont tendance à être discréditées. Ainsi, le monde devient incapable d’empêcher la guerre et laisse ensuite les conflits se poursuivre, s’envenimer pendant des années, voire des décennies, révélant l’impuissance de la communauté internationale.

A la lumière de la vision « fraternelle » de notre monde globalisé, de cette vision réaliste et clairvoyante proposée par l’encyclique, nous comprenons combien est préoccupant le drame de la guerre – proche ou lointaine – avec son cortège de souffrances : la destruction de l’environnement humain et naturel, la mort, les réfugiés, l’héritage des souffrances et de la haine, le terrorisme, les armes de tous types, la cruauté… Les paroles du Pape nous réveillent de notre accoutumance collective aux logiques de conflit : la guerre, écrit-il, « est un échec de la politique et de l’humanité, une capitulation honteuse, une défaite face aux forces du mal ».

La guerre ne peut jamais être maîtrisée et elle devient la mère de toutes les pauvretés. C’est une néfaste école pour les jeunes et elle pollue l’avenir. Elle apparaît comme une ressource pour les désespérés des périphéries humaines.

La guerre par morceaux révèle l’arrogante fragmentation du monde globalisé qui, comme l’affirme le Pape, considère comme un délire les projets et les grands objectifs de développement pour l’humanité. Le monde globalisé rejette les projets communs de croissance à cause de la prédominance de certains intérêts qui le gouvernent : il rejette ainsi le grand rêve de la paix.

L’encyclique nous montre que chacun d’entre nous est gardien de la paix. Les institutions ont pour tâche de revitaliser «l’architecture de la paix». Mais nous aussi, les gens ordinaires, nous ne pouvons pas rester spectateurs. L’artisanat de la paix est notre tâche à tous: nous devons oser davantage nous opposer à la guerre, par une révolte quotidienne et créative. Si beaucoup peuvent faire la guerre, tous, nous pouvons travailler comme artisans de paix.

C’est là le rôle des religions. Le Pape parle du dialogue entre les religions et évoque sa rencontre avec l’Imam Al-Tayyeb, lorsqu’ils déclarèrent : « les religions n’incitent jamais à la guerre… ». Quand cela arrive, il s’agit de déviations et d’abus.

En lisant Fratelli tutti, j’y ai trouvé non seulement une dénonciation de la guerre, mais aussi l’espoir d’une paix possible. Je me suis souvenu de l’invitation de Jean-Paul II lors de la mémorable journée d’Assise avec les responsables religieux, en 1986 : « La paix attend ses prophètes… ses artisans… c’est un chantier ouvert à tous et pas seulement aux spécialistes, aux savants et aux stratèges… Elle passe par mille petits actes de la vie quotidienne ». Les artisans de paix sont des hommes et des femmes de fraternité.

Le Pape François propose de véritables rêves au monde globalisé, qui a détruit les balises des mots importants et des grands idéaux. Je n’en retient qu’un seul, et pas le plus petit, mais celui dont dépendent tant de choses : la paix. Permettez-moi de conclure avec les paroles d’un grand Italien, don Luigi Sturzo, qui affirmait en 1929 : « il faut avoir la conviction que… la guerre, comme moyen juridique de protection du droit, devra être abolie, tout comme la polygamie, l'esclavage, le servage et la vengeance familiale furent légalement abolis».

Même après la grisaille du temps de la pandémie, cette encyclique ouvre un horizon rempli d’espoir : celle de devenir tous frères et sœurs. Un rêve se fait jour, pour lequel il faut vivre et se battre, même à mains nues.

Traduzione in lingua inglese

As Amin Maalouf, a writer of fine sensibility, observed: “If in the past we were ephemeral in an unchanging world, today we are disoriented beings …”. It is the disorientation suffered by many sons and daughters of globalization. Fratelli tutti lays out a simple and essential path for all those who lost their bearings: fraternity. I shall focus on one aspect: it is war, the most serious of wounds and tasting of death. Across the pages of the encyclical, fraternity competes with war. However, is fraternity not too fragile to confront war, a ruthless machine of death and destruction?

A sense of resignation to war has taken hold in the history of humankind as a natural fact, and it arises surely from a sense of irrelevance. Many believe that the responsibility always lies with the leading countries, or with politicians, not with the common people. What can we do? There is a growing fatalism, camouflaged as realism. We have surrendered to the war option, believing humanitarian justifications of a defensive or preventive slant, or trusting manipulated information. For too long, we – governments, institutions, individuals – have accepted war as a constant companion of our time. It has become a cultural and political fact. Suffice it to think of how the peace movement has faded away over the past few years.

“War is not a ghost from the past – said the Pope alarmingly - but a constant threat.” It is the present, and it risks becoming the future. The burning presence of war is evident everywhere, from the Mediterranean to Africa and elsewhere. For many, it’s “their wars”: they do not concern us. They only concern us if refugees reach our shores and borders. However, pieces of wars combine to form an explosive climate, overflowing and involving everyone: the fire can spread. In today’s global world, it is an illusion to think about isolating a conflict; however, we live as if this were possible.

The Encyclical embraces the world with its gaze, in the light of fraternity. What is far away concerns us. Fraternity is never short-sighted. It is evangelical and human, but also more realistic than many so-called realistic ideologies and policies.

The Pope emphatically expresses the Church’s analysis of humanity’s experience: “Every war leaves our world worse than it was before”. It disfigures the face of humanity. Two world wars are testament to that. The current conflicts scream it. War has never made the world a better place. This is the truth of history! However, the Encyclical states, “There is a growing loss of the sense of history.” Its memory is lost in the selfishness and excesses of the present day and in exacerbated confrontations. Nationalism and populism exalt the value of a specific group against others. Meanwhile, those great words, the beacons that illuminate humankind, have lost all meaning: fraternity, peace, democracy, unity…

We believed that the world had learned the lesson after many wars and failures. We believed in the enthusiasm of a world at peace after 1989. However, we have regressed from the conquest of peace and some degree of integration among States. We tend to discredit the structures of dialogue that prevent conflicts. Thus, the world shall become unable to prevent war. It will let conflicts continue, becoming entrenched for years if not decades, and revealing the powerlessness of the international community.

In light of the “fraternal” vision of a global, realistic and far-sighted world as proposed by the Encyclical, it is possible to understand the tragedy of war, both near and far, with its burden of suffering: destruction of the human and natural environment, death, refugees, legacies of suffering and hatred, terrorism, weapons of all kinds, cruelty… The words of the Pope awaken us from the collective numbness generated by the logics of conflict; he writes: “War is a failure of politics and of humanity, a shameful capitulation, a stinging defeat before the forces of evil.”

War cannot be contained; it gives rise to all forms of poverty. It is a harmful school for the young and pollutes the future. It can look like a solution to the desperate on the peripheries of humanity.

War that is fought piecemeal shows the arrogant fragmentation of the global world, which considers projects with great goals for the development of our entire human family to be madness. The world rejects growth projects due to the egotism of underlying interests: thus, it rejects the great dream of peace.

The Encyclical shows us that we are all guardians of peace. Institutions have the task to reawaken the “architecture of peace”. However, we, normal people, cannot remain on the sidelines. The art of peace is everybody’s task: we must engage every day in daring and creative rebellion against war. If many can make war, all can be artisans of peace.

Hence the role of religions. The Pope refers to the dialogue among religions and the encounter with Imam Al-Tayyeb, when they stated: “Religions must never incite war …”. If they do, they abuse and abandon their true role.

As I read Fratelli tutti, I see not only a condemnation of war, but also the hope that peace is possible. I remembered the invitation of John Paul II when he said together with other religious leaders in Assisi, on a glorious day back in 1986: “Peace awaits its prophets… its builders… peace is a workshop, open to all and not just to specialists, savants and strategists... it comes about in a thousand little acts in daily life.” The artisans of peace are men and women of fraternity.

Pope Francis proposes true dreams to the global world that has switched off the beacons of the great values and ideals. I recall just one, not the least one of them but the one everything else depends upon: peace. Let me conclude by quoting a great Italian, don Luigi Sturzo, who in 1929 said: “we must believe that … war, as a juridical means to protect law, shall be abolished, as were legally abolished polygamy, slavery, serfdom, and family revenge.”

After the dark clouds of the pandemic, this Encyclical opens up a horizon of hope: to become brothers and sisters. This is a dream to live and fight for, even with our bare hands.

Traduzione in lingua tedesca

Amin Maalouf, ein Schriftsteller mit einer sehr feinen Sensibilität, hat gesagt: „Einst waren wir vergängliche Wesen in einer unerschütterlich stabilen Welt, heute dagegen sind wir Verlorene...“. Das ist das Gefühl des Fremdseins so vieler Söhne und Töchter der Globalisierung. Fratelli tutti legt uns, die wir uns fremd und unbehaglich fühlen, einen einfachen und wesentlichen Weg vor: die Brüderlichkeit. Ich nehme hier nur einen Aspekt in den Blick: den tiefsten Riss, der den Tod mit sich bringt: den Krieg. Auf diesen Seiten misst sich also die Brüderlichkeit mit dem Krieg. Ist sie nicht vielleicht etwas zu Zerbrechliches im Angesicht des Krieges, dieser rücksichtslosen Maschine von Tod und Zerstörung?

Genau aus dem Gefühl der eigenen Bedeutungslosigkeit heraus ist die Resignation gegenüber dem Krieg entstanden, der als ein natürlicher Teil der Geschichte angesehen wird. Man meint, dass die großen Länder oder die Politiker dafür verantwortlich seien, nicht die einfachen Menschen. Was können wir schon tun? Es wächst ein Fatalismus, der sich als Realismus tarnt. Die Menschen willigen in die Option Krieg ein, glauben an humanitäre, defensive oder präventive Rechtfertigungen oder werden durch eine gezielte Informationspolitik manipuliert. Zu sehr haben wir - Regierungen, Institutionen, die einzelnen Menschen - den Krieg als einen ständigen Begleiter unserer Zeit akzeptiert. Es ist zu einer kulturellen und politischen Tatsache geworden. Denken wir nur an die Schwächung der Friedensbewegung in den letzten Jahren.

„Der Krieg“, sagt Papst Franziskus alarmiert, „ist kein Gespenst der Vergangenheit, sondern er ist zu einer ständigen Bedrohung geworden.“ Er ist die Gegenwart: wir laufen Gefahr, dass er auch die Zukunft sein wird. Überall lodert gleichzeitig das Feuer des Krieges: vom Mittelmeer bis nach Afrika und andernorts. Für viele sind es „die Kriege der anderen“: sie betreffen uns nicht. Sie berühren uns nur, wenn Flüchtlinge zu uns kommen. Aber die „Bruchstücke“ des Krieges verbinden sich miteinander, wodurch ein explosives Klima entsteht, das sich überallhin ausbreitet und alle mit hineinzieht: das Feuer kann um sich greifen. Es ist illusorisch, in der globalen Welt an die klare Begrenzung von Konflikten zu denken. Und doch leben wir so, als ob dies möglich wäre.

Die Enzyklika weitet unseren Blick auf die Welt im Licht der Brüderlichkeit: was weit weg ist, betrifft uns. Der Blick der Brüderlichkeit ist nie kurzsichtig. Er ist vom Evangelium geprägt und menschlich, und gleichzeitig ist er viel realistischer als viele Ideologien oder politische Richtungen, die sich selbst als realistisch bezeichnen.

Der Papst bringt die Erfahrung der Humanität der Kirche entschieden ins Wort: „Jeder Krieg hinterlässt die Welt schlechter, als er sie vorgefunden hat.“ Er entstellt das Gesicht der Menschheit. Die beiden Weltkriege sagen uns das. Die laufenden Konflikte schreien es uns ins Gesicht. Niemals macht ein Krieg die Welt besser. Das ist die Wahrheit der Geschichte! Aber es gibt einen weit verbreiteten „Verlust des Sinns für Geschichte“, heißt es in der Enzyklika. Das historische Gedächtnis geht in einer egozentrischen Fokussierung auf die Gegenwart oder in verschärften Gegenüberstellungen verloren. Nationalismus und Populismus heben den Wert einer bestimmten Gruppe gegenüber allen anderen hervor. Währenddessen sind die großen Worte leer geworden, die doch eigentlich wahre Leuchttürme sind, die die Menschheit erleuchten sollten: Brüderlichkeit, Frieden, Demokratie, Einheit...

Wir glaubten, die Welt habe aus den vielen Kriegen und Misserfolgen etwas gelernt. Wir glaubten an die Begeisterung einer Welt des Friedens nach 1989. Stattdessen hat sich die Welt von den Errungenschaften des Friedens und den Formen vertiefter Zusammenarbeit zwischen den Staaten wieder zurückgezogen. Man neigt dazu, die Strukturen des Dialogs, die Konflikte verhüten können, in Misskredit zu bringen. Auf diese Weise wird die Welt unfähig, Krieg zu verhindern, und lässt dann die Konflikte jahrelang, wenn nicht gar Jahrzehnte lang andauern und sich wie einen Wundbrand ausbreiten, wodurch die Ohnmacht der internationalen Gemeinschaft offen sichtbar wird.

Im Licht der in der Enzyklika vorgelegten „brüderlichen“ Vision der globalen, realistischen und vorausschauenden Welt versteht man, dass das Drama des Krieges – sei er nah oder fern - mit dem vielfältigen Leid, das er nach sich zieht, im Zentrum steht: die Zerstörung der menschlichen und natürlichen Umwelt, Tod, Flüchtlinge, Schmerz und Hass, die immer weiter vererbt werden, Terrorismus, Waffen aller Art, Grausamkeit... Die Worte des Papstes wecken uns aus der kollektiven Gewöhnung an die Logik des Konflikts auf: „Der Krieg“, so schreibt er, „ist ein Versagen der Politik und der Menschheit, eine schändliche Kapitulation, eine Niederlage gegenüber den Mächten des Bösen.“

Der Krieg setzt sich selbst nie Grenzen, sondern er wird zur Mutter aller Formen von Armut. Er ist eine bösartige Schule für junge Menschen und vergiftet die Zukunft. Er ist eine Quelle, die immer neu verzweifelte Menschen an die Peripherien der Menschheit spült.

Der zersplitterte Krieg, der an verschiedenen Orten stattfindet, zeigt die arrogante Fragmentierung der globalen Welt, in der, so sagt uns der Papst, Projekte mit großen Entwicklungszielen für die Menschheit für eine Spinnerei gehalten werden. Die globale Welt lehnt Wachstumsprojekte ab, weil sie sich von arroganten Interessen leiten lässt - und damit lehnt sie auch den großen Traum vom Frieden ab.

Die Enzyklika zeigt, dass jeder ein Hüter des Friedens ist. Es ist sicher eine Aufgabe der Institutionen, die „Architektur des Friedens“ wieder neu zu beleben. Aber auch wir, die normalen Menschen, können nicht nur Zuschauer bleiben. Das Handwerk des Friedens ist die Aufgabe aller: Man muss mit einer täglichen und kreativen Revolte mehr Widerstand gegen den Krieg wagen. Wenn so viele Krieg führen können, dann können auch alle als Handwerker des Friedens arbeiten.

Hier die Rolle der Religionen. Der Papst bezieht sich auf den Dialog zwischen den Religionen und das Treffen mit Imam Al Tayyeb, in dem sie erklärt haben: „Religionen schüren niemals Krieg...“ Wenn Religionen das tun, handelt es sich um Abweichungen und Missbrauch von Religion.

Bei der Lektüre von Fratelli tutti bin ich nicht nur bei der Anprangerung des Krieges hängengeblieben, sondern auch bei der Hoffnung, dass ein Frieden möglich ist. Sie hat mich an die Einladung erinnert, die Johannes Paul II. bei dem Treffen mit den religiösen Führern an einem hellen Tag 1986 in Assisi ausgesprochen hat: „Der Frieden wartet auf seine Propheten... seine Schöpfer... es ist eine Baustelle, die allen offensteht, nicht nur den Spezialisten, den Weisen und den Strategen... der Frieden durchzieht tausend kleine Handlungen des täglichen Lebens.“ Die Friedensstifter sind Männer und Frauen, die von einer brüderlichen Haltung geprägt sind.

Papst Franziskus ermutigt zu wahrhaftigen Träumen in einer globalen Welt, in der die Leuchtfeuer der großen Worte und der großen Ideale ausgelöscht sind. Ich habe hier nur über einen dieser Träume gesprochen, nicht den Unwichtigsten, sondern den, von dem so viel abhängt: den Frieden. Und ich möchte gern schließen, indem ich die Worte eines großen Italieners zitiere – Don Luigi Sturzo, der 1929 gesagt hat: „Man muss das Vertrauen haben, dass ... der Krieg als legales Mittel zum Schutz des Rechts eines Tages abgeschafft werden wird, ebenso wie Polygamie, Sklaverei, Leibeigenschaft und Blutrache gesetzlich abgeschafft wurden.“

Auch nach den Zeiten des grauen Himmels der Pandemie öffnet diese Enzyklika einen Horizont der Hoffnung: dass alle Schwestern und Brüder werden. Es wird ein Traum sichtbar, für den man auch mit bloßen Händen leben und kämpfen kann.

Traduzione in lingua spagnola

Como observó Amin Maalouf, un escritor de fina sensibilidad: “Si en el pasado fuimos efímeros en un mundo inmutable, hoy somos seres desorientados…”. Es la desorientación que sufren muchos hijos e hijas de la globalización. Fratelli tutti traza un camino simple y esencial para todos aquellos que se sienten perdidos: la fraternidad. Me centraré en un aspecto: la herida más grave, la que huele a muerte, es la guerra. En estas páginas, la fraternidad se mide en función de la guerra. ¿Pero no es la fraternidad demasiado frágil ante una despiadada máquina de muerte y destrucción como la guerra?

Es precisamente por una sensación de irrelevancia que la renuncia a la guerra ha madurado como un hecho natural en la historia. Se cree que es responsabilidad de los grandes países o de los políticos, no de la gente común. ¿Qué podemos hacer? Un fatalismo está creciendo, disfrazado de realismo. Cedemos a la opción de la guerra creyendo en excusas supuestamente humanitarias, defensivas o preventivas, acudiendo incluso a la manipulación de la información. Demasiado hemos aceptado la guerra —los gobiernos, instituciones, individuos— como una compañera constante de nuestra época. Se ha convertido en un hecho cultural y político. Basta pensar en el debilitamiento del movimiento por la paz en los últimos años.

“La guerra”, dice el Papa alarmado, “no es un fantasma del pasado, sino que se ha convertido en una amenaza constante”. Es el presente, y corre el riesgo de ser el futuro. Esta ardiente contemporaneidad de la guerra es evidente en todas partes: desde el Mediterráneo hasta África y otros lugares. Para muchos, son “sus guerras”: no nos conciernen. Sólo nos afectan si los refugiados vienen a nosotros. Pero las “piezas” de la guerra están soldadas entre sí, creando un clima explosivo, desbordante e involucrando a todos: el fuego puede extenderse. Es ilusorio, en el mundo global, pensar en aislar un conflicto. Y aún así vivimos como si fuera posible.

La encíclica abraza el mundo con su mirada, a la luz de la fraternidad: lo que está lejos sí nos preocupa. La mirada de la fraternidad nunca es miope. Es evangélica y humana, pero también es mucho más realista que muchas ideologías o políticas que se autodefinen como realistas.

El Papa expresa con fuerza la experiencia de humanidad de la Iglesia: “Toda guerra deja al mundo peor que antes”. Desfigura el rostro de la humanidad. Dos guerras mundiales dan testimonio. Los conflictos en curso lo gritan. Nunca la guerra hace que el mundo sea mejor. ¡Es la verdad de la historia! Pero hay una amplia “pérdida del significado de la historia”, dice la encíclica. Su memoria se pierde en el presentismo egocéntrico o en el enfrentamiento exacerbado. El nacionalismo, el populismo exaltan el valor de un grupo particular frente a otros. Mientras tanto, se van vaciando esas grandes palabras, que son verdaderos faros que iluminan a la humanidad: fraternidad, paz, democracia, unidad...

Creíamos que el mundo había aprendido la lección después de tantas guerras y fracasos. Creíamos en el entusiasmo de un mundo de paz después del 1989. En cambio, hemos retrocedido en los logros de paz y en las formas de integración entre los estados. Existe una tendencia a desacreditar las estructuras de diálogo que evitan los conflictos. De esta manera el mundo se vuelve incapaz de prevenir la guerra y luego permite que los conflictos continúen, que se arraiguen durante años, si no décadas, revelando la impotencia de la comunidad internacional.

A la luz de la mirada “fraterna” de un mundo global, realista y visionario, propuesta por la encíclica, es posible comprender el drama de la guerra —cercana o lejana— con su carga de sufrimiento: destrucción del medio ambiente humano y natural, muerte, refugiados, herencia de dolor y odio, terrorismo, armas de todo tipo, crueldad... Las palabras del Papa nos despiertan del entumecimiento colectivo generado por la lógica del conflicto; y por eso escribe: “La guerra es un fracaso de la política y de la humanidad, una claudicación vergonzosa, una derrota frente a las fuerzas del mal”.

La guerra nunca queda contenida, sino que se convierte en la madre de todas las formas de pobreza. Es una escuela malvada para los jóvenes y contamina el futuro. Puede parecer ser una solución para la gente desesperada de los suburbios humanos.

La guerra “en pedazos” muestra la arrogante fragmentación del mundo global, que considera un delirio —dice el Papa— los proyectos con grandes objetivos de desarrollo para la humanidad. El mundo global rechaza un proyecto de crecimiento debido a la arrogancia de los intereses subyacentes que lo mueven: por lo que rechaza un gran sueño de paz.

La encíclica muestra que todo el mundo somos guardianes de la paz. Las instituciones tienen la tarea de despertar esta “arquitectura de la paz”. Pero incluso nosotros, la gente común, no podemos ser espectadores. La artesanía de la paz es tarea de todos: hay que atreverse más contra la guerra con una rebelión diaria y creativa. Si muchos pueden hacer la guerra, todos pueden trabajar como artesanos de la paz.

De allí el papel de las religiones. El Papa se refiere al diálogo entre las religiones y al encuentro con el Imán Al-Tayyeb cuando declararon: “Las religiones nunca incitan a la guerra…”. Si lo hacen, se debe a desviaciones y abusos.

Al leer Fratelli tutti, no solo he captado la denuncia de la guerra, sino la esperanza de que la paz es posible. Me recordó la invitación de Juan Pablo II cuando dijo, en un brillante día en Asís en 1986, junto con otros líderes religiosos: “La paz espera a sus profetas... a sus creadores... es una obra abierta a todos, no sólo a los especialistas, sabios y estrategas... pasa a través de mil pequeños actos de la vida cotidiana”. Los pacificadores son hombres y mujeres de la fraternidad.

El Papa Francisco propone verdaderos sueños al mundo global que ha apagado los faros de las grandes palabras y los grandes ideales. Sólo he recordado una, que no es la menor, sino aquella de la que tanto depende: la paz. Concluyo con las palabras de un gran italiano, don Luigi Sturzo, de 1929: “Hay que tener fe en que... la guerra, como medio legal de protección de la ley, debe ser abolida, así como fueron abolidas legalmente la poligamia, la esclavitud, la servidumbre y la venganza familiar”.

Incluso después de las sombras oscuras de la pandemia, esta encíclica abre un horizonte de esperanza: convertirnos en hermanos y hermanas todos. Surge un sueño por el que vivir y luchar, aunque lo hagamos con nuestras propias manos.

Traduzione in lingua portoghese

Amin Maalouf, escritor de fina sensibilidade, nota o seguinte: “Se outrora éramos efémeros num mundo imutável, hoje somos seres perdidos…”. É a desorientação de tantos filhos e filhas da globalização. Fratelli tutti traça um caminho simples e essencial para todos nós, desnorteados: a fraternidade. Vou concentrar-me apenas em um aspecto: a laceração mais grave, que conduz à morte: a guerra. Nestas páginas, a fraternidade é comparada à guerra. Mas não é algo de muito frágil diante da guerra, uma máquina implacável de morte e destruição?

A resignação à guerra como um fato natural na história amadureceu a partir do sentido de irrelevância. Acredita-se que seja a responsabilidade de grandes países ou políticos, não de pessoas comuns. O que podemos fazer? Um fatalismo está crescendo, disfarçado de realismo. Cedemos à opção pela guerra, acreditando em justificativas humanitárias, defensivas ou preventivas, ou manipuladas pela informação. Aceitamos demais - governos, instituições, indivíduos - a guerra como uma companheira constante do nosso tempo. Tornou-se um fato cultural e político. Basta pensar no enfraquecimento do movimento pela paz nos últimos anos.

“A guerra - diz o Papa alarmado - não é um fantasma do passado, mas tornou-se uma ameaça constante”. É o presente: corre o risco de ser o futuro. Essa ardente contemporaneidade da guerra é evidente em todos os lugares: do Mediterrâneo à África e em outros lugares. Para muitos, são "as suas guerras": não nos dizem respeito. Elas nos afetam apenas se os refugiados procuram os nossos países. Mas as guerras “aos pedaços” se fundem, criando uma atmosfera explosiva, que transborda e envolve qualquer pessoa: o fogo pode-se espalhar. É ilusório, no mundo global, pensar em isolar um conflito. No entanto, vivemos como se isso fosse possível.

A encíclica alarga o nosso olhar sobre o mundo à luz da fraternidade: o que está distante de nós, diz-nos respeito. O olhar da fraternidade nunca é míope. É evangélico e humano, mas também muito mais realista do que muitas ideologias ou políticas que a si mesmas se autodefinem como realistas.

O Papa expressa de forma decisiva a experiência da humanidade da Igreja: “Cada guerra deixa o mundo pior do que o encontrou”. Desfigura a face da humanidade. Duas guerras mundiais dizem isso. Os conflitos em curso gritam isso. A guerra nunca torna o mundo melhor. É a verdade da história! Mas há uma "perda do sentido da história" generalizada - diz a encíclica. Sua memória se perde no presente egocêntrico ou na oposição exacerbada. O nacionalismo, o populismo exaltam o valor de um determinado grupo em relação a outros. Nesse ínterim, foram esvaziadas aquelas grandes palavras, que são verdadeiros faróis que iluminam a humanidade: fraternidade, paz, democracia, unidade ...

Pensávamos que o mundo tinha aprendido com tantas guerras e fracassos. Pensávamos no entusiasmo de um mundo de paz após 1989. Em vez disso, regrediu no que diz respeito às conquistas da paz e às formas de integração entre os Estados. Há uma tendência para desacreditar as estruturas de diálogo que previnem conflitos. Assim, o mundo se torna incapaz de evitar a guerra e permite que os conflitos se prolonguem, gangrenando por anos, senão décadas, revelando a impotência da comunidade internacional.

À luz da visão "fraterna" do mundo global, realista e presciente, proposta pela encíclica, o drama da guerra – perto de nós ou longe - é visto como central com sua procissão de sofrimento: destruição do ambiente humano e natural, morte, refugiados, legado de dor e ódio, terrorismo, armas de todos os tipos, crueldade ... As palavras do Papa despertam-nos do vício coletivo para a lógica do conflito: a guerra - escreve ele - “é um fracasso da política e da humanidade, uma rendição vergonhosa, uma derrota diante das forças do mal ”.

A guerra nunca é limitada, mas se torna a mãe de toda pobreza. É uma escola má para os jovens e polui o futuro. Parece um recurso para os desesperados das periferias humanas.

A guerra em pequenas guerras mostra a fragmentação arrogante do mundo global, que considera uma ilusão - diz o Papa - projetos com grandes objetivos de desenvolvimento para a humanidade. O mundo global rejeita um projeto de crescimento, devido à arrogância dos interesses que o movem: assim, rejeita um grande sonho de paz.

A encíclica mostra que todos são guardiões da paz. Há uma tarefa das instituições na "arquitetura da paz" a ser revitalizada. Mas mesmo nós, pessoas comuns, não podemos ser espectadores. A arte da paz é tarefa de todos: devemos ousar mais contra a guerra com uma revolta diária e criativa. Se tantos podem fazer a guerra, todos podemos trabalhar como promotores da paz.

Aqui aparece o papel das religiões. O Papa refere-se ao diálogo entre as religiões e ao encontro com o Imam Al Tayyeb quando declararam: "As religiões nunca devem incitar à guerra ...". Se isso acontece, é um desvio e um abuso.

Lendo Fratelli tutti não só captei a denúncia da guerra, mas também a esperança de uma paz possível. Lembrei-me do convite de João Paulo II em um dia brilhante em Assis em 1986 com líderes religiosos: "A paz espera seus profetas ... seus arquitetos ... é um local aberto a todos, não apenas aos especialistas, aos sábios e aos estrategistas ... passa por mil pequenos atos do dia a dia ”. Os promotores da paz são homens e mulheres da fraternidade.

O Papa Francisco propõe verdadeiros sonhos ao mundo global, que apagou os faróis das grandes palavras e dos grandes ideais. Mencionei apenas um, não o menor, na verdade aquele de que depende tanto: a paz. Concluo com as palavras de um grande italiano, o sacerdote Luigi Sturzo, em 1929: «Devemos acreditar que ... a guerra, como meio jurídico de proteção da lei, deve ser abolida, assim como a poligamia, a escravidão, a servidão da gleba e vingança familiar ".

Mesmo depois do céu cinzento da pandemia, esta encíclica abre um horizonte de esperança: todos somos chamados a tornarmo-nos irmãos e irmãs. Surge um sonho pelo qual devemos viver e lutar mesmo com as mãos nuas.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 4 ottobre 2020