Rassegna stampa formazione e catechesi

Con un cuore di madre

gesu incontra sua madreNicola Gori

Con «un cuore di madre» che sente il grido di bisogno delle sue figlie: è lo spirito con cui suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, ha scritto le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo. Ne parla in questa intervista a «L’Osservatore Romano».
Con quale atteggiamento si è accostata a queste meditazioni?

Con un cuore di madre. Quante volte sulla strada vedendo delle ragazze pensavo alle loro mamme. Dicevo tra me: se questa mamma fosse qui, cosa farebbe? Mi ricordo di una giovane che era arrivata da poco in Italia. Una sera la cercavo di notte, al buio, con la pila. Non la trovavo, andavo avanti, la chiamavo. A un certo punto ho visto un “fagotto” per terra. Era lei addormentata. «Ma cosa fai qui?» le ho chiesto. «Mamma non ne posso più, la mia madama non mi lascia dormire. Vado a casa, lei mi fa fare la doccia, mi dà qualcosa da mangiare e poi mi manda a lavorare. Io non ce la faccio più». In quel momento mi è venuta in mente sua madre. Cosa avrebbe detto?
Quale stazione l’ha più colpita?
È l’immagine della Veronica che asciuga il volto di Gesù. Noi donne abbiamo una grande ricchezza da condividere: la nostra sensibilità, il nostro amore per asciugare queste lacrime. Dobbiamo vivere la nostra maternità. Noi religiose, in particolare, abbiamo bisogno di viverla non solo sui libri o pregando. La preghiera indica il cammino dove incontrare Cristo. Dopo che lo incontri nella preghiera e nella sua Parola, ti chiede di andare a cercare il fratello, di fare il buon samaritano, di vedere chi c’è sulla strada.
Quanto della sua esperienza concreta c’è nelle meditazioni?
Nella Via Crucis c’è anche la storia di tre ragazze rimaste bruciate. Qualcuno ha buttato una lattina di petrolio sul fuocherello in pieno inverno che usavano per scaldarsi. Sono rimaste ustionate perché erano lì attorno. Una di loro l’abbiamo accolta in una nostra casa, ma quanta fatica: non solo per ricostruirle il corpo, ma soprattutto per farle superare lo shock di sentirsi bruciata dalla violenza, dall’arroganza. Noi donne dovremmo essere i samaritani di oggi. Tante volte, parlando ai religiosi, dico: ma se oggi noi avessimo qui i nostri fondatori, le nostre fondatrici, dove le troveremmo? Non sedute comodamente davanti alla televisione o a un computer, ma sulle strade.
Una vera sfida per i consacrati.
Per noi essere i samaritani di oggi è una sfida, perché la vita religiosa non può più adagiarsi. I consacrati devono andare fuori ad incontrare qualcuno che ha bisogno di una mamma. Questo vuol dire essere samaritani oggi, cioè fare la Veronica, fare le donne che seguono il Cristo. Se non scopriamo questo, abbiamo fallito la nostra vocazione. Io ringrazio il Signore per i miei 24 anni passati in Africa. Le donne africane sono state le mie maestre.
Si tratta di un ritorno alle origini?
Certo, dobbiamo riscoprire le nostre radici e non adagiarci. I tempi cambiano ma il Signore ci ha detto: i poveri li avrete sempre con voi. Dove sono questi poveri oggi? Non nei palazzi comodi e tranquilli. Non dobbiamo avere paura di sporcarci. Sono a Roma dal 2000 e con il gruppo dei giovani della parrocchia di San Frumenzio uscivamo per la via Salaria di notte. Quando rientravo, specialmente in inverno, dicevo tra me di avere un letto caldo, mentre quelle donne erano ancora sulle strade. Che cosa fare? Chi ha il coraggio oggi di dire: non è lecito distruggere la vita di chi potrebbe essere tua figlia, tua nipote, tua sorella? Non abbiamo più il coraggio di dire forte: non è lecito.
Come ha vissuta la sua vocazione missionaria?
La mia vita missionaria è cambiata. Dopo che sono tornata dall’Africa, mi hanno mandato in una casa di accoglienza per donne immigrate. All’inizio mi sembrava di aver tradito la mia vocazione missionaria. Dicevo: perché sono qui? Anche io ho avuto bisogno della conversione ed è arrivata tramite Maria, una donna nigeriana. Era malata, aveva bisogno di aiuto. Quando ho cercato di rivolgerle qualche domanda in inglese, avevo in mente un’etichetta: quella davanti a me era una prostituta. Ma quando mi ha gridato «Please help me, help me!», è iniziata la mia conversione. Ho ascoltato i suoi singhiozzi di pianto e ho sentito dentro di me cosa significasse ritenermi una persona che si vantava delle proprie qualità, considerandosi superiore a lei. Invece è stata proprio lei a convertirmi. La sua storia mi ha fatto capire il dramma del mondo della notte sulla strada. Lei ha suggerito alle sue compagne di venire da noi. A Torino ho incontrato più di tremila donne. Ogni tanto alla sera andavo alla stazione, dove queste donne tornavano dalla strada e si trascinavano stanche e tristi. In quel momento ho pensato alle loro mamme che ho conosciuto in Africa, piene di voglia di vivere, di gioia. E allora mi sono detta: la mia missione non è più in Africa, ma qui.
Cosa si può fare oggi?
Dobbiamo aprire le porte dei nostri conventi, perché è proprio lì che Cristo vuole entrare. La nostra associazione fa rimpatri assistiti e finanziati, perché non si può rimandare indietro una persona bisognosa. Si deve aiutarla. In Nigeria abbiamo quattro realtà che sosteniamo finanziariamente, perché possano lavorare con noi. Seguono gruppi di ragazze rimpatriate dalla Libia, ultimamente erano ventisette. Alcune incinte e altre con un fagottino. Dove vanno? La famiglia non le vuole più, perché hanno uno stigma addosso. Abbiamo creato una comunità a Lagos per la prima accoglienza e altre due che fanno prevenzione attraverso l’educazione per dare un lavoro alle donne. Forse anche questo momento che il Papa ha voluto servirà per far emergere questa realtà.


© Osservatore Romano - 19 aprile 2019