martino VSeicento anni fa, l’11 novembre 1417, a Costanza fu eletto papa Martino V, morto nel 1431. L’evento è davvero storico. Scegliendo il cardinale Oddone Colonna, i ventitré cardinali presenti al concilio di Costanza posero infatti fine al più lungo e drammatico scisma della cristianità occidentale.

Nel 1377 Gregorio XI aveva lasciato Avignone con l’intenzione di riportare la sede apostolica a Roma. Dopo la sua morte avvenuta il 23 marzo 1378, i sedici cardinali che presero parte al conclave — ben undici erano francesi, quattro italiani e uno spagnolo — l’8 aprile elessero papa Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari che prese il nome di Urbano vi (8 aprile 1378). Dodici cardinali, tra i quali tutti i francesi, si riunirono però nei mesi successivi a Fondi, dove il 20 settembre elessero papa il cardinale Roberto di Ginevra che, preso il nome di Clemente VII a ricordo del grande papa avignonese Clemente VI (1342-1352), scelse nuovamente Avignone come sede della propria curia.

Da allora la cristianità occidentale si divise in due “obbedienze”: la Francia, la Scozia, l’Italia meridionale (angioina) e la Spagna schierate con Clemente VII; l’Inghilterra, l’Italia centrale e settentrionale più il mondo germanico con Urbano vi. Dopo la loro morte lo scisma proseguì con le elezioni a Roma successivamente di Bonifacio ix (1389-1404), Innocenzo VII (1404-1406), Gregorio XII (1406-1415), e ad Avignone di Benedetto XIII (1394-1417).

Un primo tentativo per porre fine allo scisma fu avviato nel concilio di Pisa (1409) che depose ambedue i pontefici. Ma alcuni cardinali, appartenenti a entrambi le obbedienze, e perciò definiti unionisti (fra i quali Oddone Colonna, il futuro Martino V), elessero un terzo papa, Alessandro V (1409-1410). Così le obbedienze da due divennero tre.

Il successore del papa pisano, Giovanni XXIII (1410-1419), Baldassarre Cossa, celebrò un concilio a Roma tra il 1412 e il 1413, convocando poi un concilio da tenersi nella città di Costanza. Ma proprio a Costanza, su pressione del rex Romanorum Sigismondo, vero promotore del concilio, furono deposti prima Giovanni XXIII, il 29 maggio 1415, e poi Benedetto XIII, il 26 luglio 1417. E l’invio, il 4 luglio 1415, da parte di Gregorio XII, il papa dell’obbedienza romana, di una sua dichiarazione di rinuncia al papato permise al concilio di porre termine allo scisma con l’elezione, oltre due anni dopo, appunto di Martino v.

Il papa eletto dal concilio di Costanza discendeva da una delle più antiche e influenti e famiglie romane. Oddone Colonna, figlio di Agapito e di Caterina Conti, era nato a Genazzano tra il 25 gennaio 1369 e il 25 gennaio 1370. Non ancora ventenne Oddone figura per la prima volta in un documento del 9 novembre 1389 con il titolo di notarius pape. Il giovane ecclesiastico svolse in curia anche le funzioni di uditore della Rota, dove fu assunto dopo studi di diritto canonico compiuti molto probabilmente presso lo studium di Perugia. Il 12 giugno 1405 Innocenzo VII lo creò cardinale diacono di San Giorgio in Velabro. Quattro anni più tardi, il 25 marzo 1409 prese parte alla solenne processione con cui si aprì il concilio di Pisa. E quando Giovanni XXIII si recò al concilio di Costanza, il cardinale Colonna lo accompagnò, seguendolo anche nella fuga a Sciaffusa il 21 marzo 1415. Di ritorno a Costanza, fu quindi testimone del processo che porterà alla deposizione del pontefice e aprirà la strada alla propria elezione.

Si trattò di un evento che i padri conciliari dovettero preparare con cura. Temi e criteri furono fissati nella trentanovesima sessione con la promulgazione, il 9 ottobre 1417, della bolla Frequens. Il 30 ottobre fu poi stabilito che il nuovo papa prima di sciogliere il concilio avrebbe dovuto procedere alla riforma della Chiesa e della curia romana. Per la cerimonia dell’incoronazione, che si celebrò il 21 novembre, fu necessario adattare il tradizionale cerimoniale all’inedita situazione, e per i festeggiamenti la curia dovette prendere in prestito mille fiorini.

L’elezione di un pontefice di origine romana poteva apparire un gesto simbolico anche nei confronti di Roma come sede del papato, dopo oltre un secolo di presenza papale ad Avignone (1308-1417). Ma al concilio di Costanza la questione dove il nuovo pontefice avrebbe dovuto fissare la sua residenza fu oggetto di ampie discussioni. L’imperatore Sigismondo avrebbe preferito, ad esempio, che il nuovo papa si stabilisse in territorio germanico, a Basilea, a Magonza o a Strasburgo; i cardinali francesi erano invece propensi che Avignone continuasse a essere la sede residenziale del papato. Martino v decise però di riportare il papato nella sua antica sede, e nella città di origine della propria famiglia, Roma.

Il trasferimento della curia avvenne però progressivamente. Partito da Costanza il 16 maggio 1418, il papa si recò a Ginevra, dove giunse l’11 luglio. Da lì il 3 settembre 1418 decise di trasferire la curia a Mantova. Dopo aver attraversato le Alpi e la Savoia, passando per Susa e Torino giunse il 5 ottobre a Pavia dove si trattenne fino al 12 ottobre. Il suo arrivo a Milano, il 18 ottobre 1418, fu salutato da grandi festeggiamenti che culminarono nella consacrazione dell’altare maggiore del duomo. A Firenze, dove prese alloggio presso il monastero di Santa Maria Novella, ricevette l’obbedienza e l’omaggio di Baldassarre Cossa, il deposto Giovanni XXIII. In un sermone pronunciato a Firenze il 2 luglio 1419 il cardinale francese de Brogny salutò l’evento come la vera fine dello scisma. Partito da Firenze il 9 settembre, Martino v entrò finalmente a Roma il 28 settembre, quando erano passati quasi due anni dalla sua elezione, grazie all’aiuto del generale Giacomo Sforza Attendolo che, su ordine della regina Giovanna di Napoli, aveva organizzato un efficace servizio d’ordine. Il 30 dello stesso mese si celebrò l’ingresso trionfale del papa con una processione da Santa Maria del Popolo a San Pietro.

A Roma, Martino v si accinse a riformare la curia, in coerenza con quanto era stato deciso dal concilio di Costanza. L’argomento era delicato, se non altro per il gran numero di curiali che erano stati assunti al servizio delle tre obbedienze papali. Martino v riuscì, ad esempio, a ridimensionare il numero dei segretari papali, affidando queste funzioni così importanti a umanisti di grande prestigio intellettuale, come Poggio Bracciolini o Antonio Loschi.

Lo scisma d’Occidente aveva causato un profondo turbamento spirituale in seno alla cristianità, con forti ripercussioni sulla figura stessa del pontefice. Basti ricordare che il 6 aprile 1415 il concilio di Costanza decretò la superiorità del concilio sul papa, intervenendo così, in modo decisivo, su quelle concezioni di un ruolo centrale del papato che si erano imposte con il programma riformatore dell’xi secolo, al tempo della cosiddetta Riforma gregoriana, affermandosi poi con forza durante tutto il Duecento.

Ma la conseguenza più importante dello scisma d’Occidente che prese appunto fine l’11 novembre 1417 con l’elezione di Martino v, accettata da tutta la cristianità, tranne che da Pedro de Luna, cioè Benedetto XIII, rifugiatosi sulla costa valenzana, nella cittadella fortificata di Peñíscola, va però forse intravvista nel fatto che nel corso dei quattro decenni che vanno dal 1378 al 1417 l’Europa cristiana si era progressivamente familiarizzata con l’idea di una cristianità divisa, prima in due, poi persino in tre obbedienze. Una divisione che diventerà realtà un secolo dopo, con l’affermazione della Riforma protestante di cui si è appena celebrato il quinto centenario.

di Agostino Paravicini Bagliani

© Osservatore Romano - 11 novembre 2017

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