Rassegna stampa formazione e catechesi

Chi vuole spiegare il mistero lo uccide

francescano tau web3Nel novembre 1893, ma con la data del 1894, uscì a Parigi, per i tipi di Fischbacher, una Vie de saint François d’Assise. Ne era autore Paul Sabatier, nato nel 1858, nelle Cevennes, figlio di un pastore calvinista e anche lui avviato al ministero ecclesiastico. Si era formato alla Facoltà di teologia protestante di Parigi, ove aveva ascoltato le lezioni del teorico dell’esperienza religiosa come puro sentimento individuale e suo quasi omonimo (ma non parente) Auguste Sabatier, e al Collège de France, ove proprio Ernest Renan lo aveva spinto a occuparsi delle origini francescane. Sullo sfondo del protestantesimo liberale di fine Ottocento, il doppio stigma dell’individualismo e del razionalismo segnò le pagine della Vie, non solo letterariamente affascinante ma originale nel taglio non agiografico e nell’uso delle fonti. Sabatier privilegiò infatti la tradizione dei primi compagni di Francesco contrapponendola alla linea dei biografi «ufficiali» e istituzionali, Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio. 

La Vie offriva un’immagine di Francesco umana e accessibile, svincolata dagli schemi obbligati dell’edificazione, ma al tempo stesso trasmetteva anche un profilo che risentiva dell’avversione sottilmente anti-romana del pastore calvinista. Per Sabatier, «Francesco è per eccellenza il teodidatta, il profeta che non deve nulla nella sua formazione mistica alla Chiesa e alla scuola; in perpetua lotta quindi per la libertà contro l’autorità, per l’ispirazione contro la tradizione, per i diritti dello spirito contro le pretese della Legge». Nel dissidio, che si rinnova nei secoli quando sorgono grandi figure di mistici, il Profeta fu vinto dal Sacerdote, che si appropriò della sua eredità. Così avvenne per Francesco, nella concezione di Sabatier, libero e ispirato riformatore e banditore di «un radicale rinnovamento religioso secondo il Vangelo, in antagonismo con la Chiesa del suo tempo», che alla fine riuscì a spegnere «i germi di libertà e indipendenza da lui gettati, costringendo il moto francescano nel proprio alveo». La biografia, che ebbe ampia e immediata risonanza fra storici, letterati, artisti ed ecclesiastici, venne messa all’Indice con decreto dell’8 giugno 1894, mentre si registrarono numerose reazioni critiche da parte cattolica, dalla «Civiltà cattolica» agli Analecta Bollandiana, a riviste francescane, e prese avvio una corrente di rivendicazione del valore della testimonianza di Tommaso da Celano che ebbe nel sacerdote umbro Michele Faloci Pulignani l’esponente più attivo e impegnato.
Fra le diverse reazioni cattoliche la più singolare fu certo quella di un giovane toscano, Giulio Salvadori, che da una diecina d’anni era tornato cristiano e, scegliendo Francesco come esempio della sua nuova vita, aveva intrapreso un personale cammino di testimonianza impegnandosi nella scuola, nell’educazione e nelle opere di carità. Salvadori apprezzò e ammirò la ricostruzione di Sabatier, ma sentì che Francesco vi era «vicino», non «presente». Su due punti in particolare Salvadori sentì la voce di Sabatier manchevole: nell’esiguo spazio riservato al soprannaturale e al miracolo e nella presentazione dei rapporti di Francesco con la Chiesa. A proposito del primo tema, Salvadori auspicava che « il pungiglione critico, troppo spesso persistente nelle menti moderne anche dopo superata la critica, non gl’impedisse d’accogliere semplicemente certi fatti straordinari che sono in questa mirabile vita provati ed evidenti, tanto che senza di essi nulla si spiega. Perché cerca egli d’interpretare il modo nel quale accadde la rivelazione di San Damiano? La vita è misteriosa, e la vita divina dell’anima soprattutto; e il mistero si rende solo rappresentandolo fedelmente senza cercare di spiegarlo: chi lo vuole spiegare l’uccide». In merito al secondo soggetto, umiltà e obbedienza di Francesco apparivano, nelle pagine di Sabatier, quasi posticce, «morte e non vive, sforzo e non seconda natura», mentre invece — sosteneva Salvadori — il cattolicesimo italiano ha sempre posseduto «il segreto di una mirabile libertà proprio nell’obbedienza» (qui il rinvio è a Émile Gebhart): «Esso ha sentito sempre il bisogno, non tanto di discutere quanto di contemplare e d’agire: perciò non ha mai voluto romper la pace né staccarsi dall’unità della Chiesa, perché sente bene che solo nell’unità e nella pace è la forza dell’azione religiosa, e soprattutto la sicurezza del consenso intero e quindi lo spirito d’associazione. E san Francesco è anche in questo il più grande e il più italiano rinnovatore dello spirito cristiano che la storia conosca. Senza dubbio egli è l’uomo della libera iniziativa, dell’amore che sente di potere, amando, far quello che vuole. Ma egli ha posseduto anche il segreto, insegnatogli da Cristo, dell’obbedienza perfetta congiunta con la perfetta libertà. Il carattere della sua riforma è stato predicare con l’esempio senza giudicare chi operasse diversamente, e obbedire in tutto a una legge che non poteva, se non per le passioni umane, essere in contradizione con un’attività mossa dallo spirito della legge stessa».
Il dissenso, davvero sostanziale, non assunse però la forma aspra della critica. Salvadori concepì piuttosto una singolare correzione: rinarrare la vita di Francesco sulla scorta dello scrittore francese «con libertà di interpretazione e di sentimento», «ma con animo amico». Nacque così Su san Francesco d’Assisi. A proposito d’una sua vita recente, pubblicato in due puntate fra il 1° e il 15 febbraio 1895 nella «Nuova antologia», che qui si ripresenta. Ben di più di una recensione dell’opera di Sabatier, si trattava di una rilettura della vita di Francesco, alla luce dell’opera del pastore calvinista, valorizzata in più punti ma anche corretta, implicitamente nella narrazione ed esplicitamente in una nota finale. Si ricorreva spesso alle stesse fonti ma con esiti nuovi. Veniva a cadere la contrapposizione tra i primi compagni e le fonti «ufficiali»: frate Leone, la «pecorella di Dio», veniva citato accanto a Tommaso da Celano, in una concordia discors che non comportava alternative. (...)

La ripresentazione di queste pagine singolari può però essere anche un’occasione per tornare a riflettere sulla figura mite e combattiva, sul cristianesimo «militante» di questo «operaio della parola», inviso a un certo cattolicesimo intransigente (fortissima, per esempio, era l’avversione per lui e per il suo mondo di don Giuseppe De Luca) ma importante per diverse generazioni di cattolici impegnati nella vita politica e civile, nella cultura, nella Chiesa. Il cristianesimo francescano di Salvadori ha infatti caratteristiche proprie e specifiche: non esibito né imposto, non proclamato né gridato eppure mai nascosto, praticato con l’azione, con una decisa proiezione sociale, sapeva diffondersi e moltiplicarsi per attrazione. I primi a recepirne la lezione e l’esempio furono, da un lato, la neonata università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ove il francescano Agostino Gemelli aveva chiamato Salvadori a insegnare negli ultimi suoi anni, e, dall’altro, la Federazione universitaria cattolica Italiana di don Giovanni Battista Montini e di Igino Righetti, del domenicano aretino Mariano Cordovani, dell’editrice Studium. Allievi diretti di Salvadori furono, fra molti altri, il futuro esponente democristiano Amintore Fanfani e il futuro rettore della Cattolica Giuseppe Lazzati, ma anche i futuri arcivescovi di Milano e di Torino Giovanni Colombo e Michele Pellegrino. Si potrebbe quasi dire che la testimonianza di Salvadori ha silenziosamente ispirato tutto un filone di cattolicesimo italiano. Non a caso, il gruppo che si creò intorno a Salvadori, dall’ultimo decennio dell’Ottocento sino al 1928, è stato recentemente paragonato alla «koinonia» che negli anni Venti si costituì intorno a Ernesto Buonaiuti. Ma con alcune differenze di fondo: più numeroso, culturalmente, socialmente, religiosamente più differenziato (in esso non erano pochi gli ebrei), il gruppo salvadoriano volle sempre rimanere «ortodosso», coniugando «obbedienza» e «libertà», proprio come aveva scritto nella riflessione del 1895 sul volume di Sabatier. «Insomma in silenzio, senza atteggiamenti clamorosi, con prudenza se si vuole (con benevola ironia Sabatier lo definiva cunctator)», Salvadori «seguiva la sua strada. Forse anche questa sua “ortodossia” ha determinato la non grande fortuna storiografica della sua figura, sostanzialmente affidata a studiosi che lo conobbero direttamente e che di quella koinonìa fecero parte [...]». Un motivo di più per leggere queste pagine e magari, attraverso di esse, per riscoprirne l’autore, un maestro e un testimone dimenticato del Novecento cristiano e francescano.

di Paolo Vian

© Osservatore Romano - 1 febbraio 2018


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