Rassegna stampa formazione e catechesi

Celebrazione della Passione del Signore 2019 presieduta dal Santo Padre Francesco. Omelia di Padre Raniero Cantalamessa, OMF Cap. Predicatore della Casa Pontificia

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 “DISPREZZATO E 
REIETTO DAGLI UOMINI”

 “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima”.
Sono le parole profetiche di Isaia con cui è iniziata la liturgia odierna della parola.

Il racconto della passione che è seguito ha dato un nome e un volto a questo misterioso uomo dei dolori, disprezzato e reietto dagli uomini: il nome e il volto di Gesù di Nazareth. Oggi vogliamo contemplare il Crocifisso proprio in questa veste: come il prototipo e il rappresentante di tutti i reietti, i diseredati e gli “scartati” della terra, quelli davanti ai quali si volta la faccia da una altra parte per non vedere.
Gesù non ha cominciato ora, nella passione, ad esserlo. In tutta la sua vita egli ha fatto parte di loro. È nato in una stalla perché per i suoi “non c’era posto nell’albergo” (Lc 2,7). Nel presentarlo al tempio i genitori offrirono “una coppia di tortore o due giovani colombi”, l’offerta prescritta dalla legge per i poveri che non potevano permettersi di offrire un agnello (cf. Lev 12,8). Un vero e proprio certificato di povertà nell’Israele di allora. Durante la sua vita pubblica, non ha dove posare il capo (Mt 8,20): è un senzatetto.
E arriviamo alla passione. Nel racconto di essa c’è un momento sul quale non ci si sofferma spesso, ma che è carico di significato: Gesú nel pretorio di Pilato (cf. Mc 15, 16-20). I soldati hanno notato, nello spiazzo adiacente, un cespuglio di rovi; ne hanno colto un fascio e glielo hanno calcato sul capo; sulle spalle, ancora sanguinanti per la flagellazione, gli hanno poggiato un manto da burla; ha le mani legate con una rozza corda; in una mano gli hanno messo una canna, simbolo irrisorio della sua regalità. È il prototipo delle persone ammanettate, sole, in balia di soldati e sgherri che sfogano sui poveri malcapitati la rabbia e la crudeltà che hanno accumulato nella vita. Torturato!
“Ecce homo!”, Ecco l’uomo!, esclama Pilato, nel presentarlo di lì a poco al popolo (Gv 19,5). Parola che, dopo Cristo, può essere detta della schiera senza fine di uomini e donne avviliti, ridotti a oggetti, privati di ogni dignità umana. “Se questo è un uomo”: lo scrittore Primo Levi ha intitolato così il racconto della sua vita nel campo di sterminio di Auschwitz. Sulla croce, Gesú di Nazareth diventa l’emblema di tutta questa umanità “umiliata e offesa”. Verrebbe da esclamare: “Reietti, rifiutati, paria di tutta la terra: l’uomo più grande di tutta la storia è stato uno di voi! A qualunque popolo, razza o religione apparteniate, voi avete il diritto di reclamarlo come vostro.
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Uno scrittore e teologo afro-americano che Martin Luther King considerava suo maestro e ispiratore della lotta non violenta per i diritti civili, ha scritto un libro intitolato “Jesus and the Disinherited”[1], Gesú e i diseredati. In esso, egli fa vedere che cosa la figura di Gesú aveva rappresentato per gli schiavi del Sud, di cui lui stesso era un diretto discendente. Nella privazione di ogni diritto e nella abiezione più totale, le parole del Vangelo che il ministro di culto negro ripeteva, nell’unica riunione ad essi consentita, ridavano agli schiavi il senso della loro dignità di figli di Dio.
In questo clima sono nati la maggioranza dei canti negro-spiritual che ancora oggi commuovono il mondo [2]. Al momento dell’asta pubblica essi avevano vissuto lo strazio di vedere le mogli separate spesso dai mariti e i genitori dai figli, venduti a padroni diversi. È facile intuire con che spirito essi cantavano sotto il sole o nel chiuso delle loro capanne: “Nobody knows the trouble I have seen. Nobody knows, but Jesus”: Nessuno sa il dolore che ho provato; nessuno, tranne Gesú”.
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Questo non è l’unico significato della passione e morte di Cristo e neppure il più importante. Il significato più profondo non è quello sociale, ma quello spirituale. Quella morte ha redento il mondo dal peccato, ha portato l’amore di Dio nel punto più lontano e più buio in cui l’umanità si era cacciata nella sua fuga da lui, cioè nella morte. Non è, dicevo, il senso più importante della croce, ma è quello che tutti, credenti e non credenti, possono riconoscere ed accogliere.
Tutti, ripeto, non solo i credenti. Se per il fatto della sua incarnazione il Figlio di Dio si è fatto uomo e si è unito all’umanità intera, per il modo in cui è avvenuta la sua incarnazione egli si è fatto uno dei poveri e dei reietti, ha sposato la loro causa. Si è incaricato di assicurarcelo lui stesso, quando ha solennemente affermato: “Quello che avete fatto all’ affamato, all’ignudo, al carcerato, all’esiliato, lo avete fatto a me; quello che non avete fatto ad essi non lo avete fatto a me” (cf. Mt 25, 31-46).
Ma non possiamo fermarci qui. Se Gesú non avesse che questo da dire ai diseredati del mondo, non sarebbe che uno in più tra di loro, un esempio di dignità nella sventura e nulla più. Anzi, sarebbe una prova ulteriore a carico di Dio che permette tutto questo. È nota la reazione indignata di Ivan, il fratello ribelle dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, quando il pio fratello minore Alioscia gli nomina Gesú: “Ah, si tratta dell’Unico senza peccato’ e del sangue Suo, vero? No, non mi ero scordato di Lui: e mi meravigliavo, anzi, mentre si discuteva, come mai tu tardassi tanto a venirmi fuori con Lui, giacché comunemente, nelle discussioni, tutti quelli della parte vostra mettono innanzi Lui prima d’ogni altra cosa”[3].
Il Vangelo infatti non si ferma qui; dice anche un’altra cosa, dice che il crocifisso è risorto! In lui è avvenuto un rovesciamento totale delle parti: il vinto è diventato il vincitore, il giudicato è diventato il giudice, “la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo” (cf. Atti 4,11). L’ultima parola non è stata, e non sarà mai, dell’ingiustizia e dell’oppressione. Gesú non ha ridato soltanto una dignità ai diseredati del mondo; ha dato loro una speranza!
Nei primi tre secoli della Chiesa la celebrazione della Pasqua non era distribuita come ora in diversi giorni: Venerdì Santo, Sabato Santo e Domenica di Pasqua. Tutto era concentrato in un solo giorno. Nella veglia pasquale si commemorava sia la morte che la risurrezione. Più precisamente: non si commemorava né la morte né la risurrezione come fatti distinti e separati; si commemorava piuttosto il passaggio di Cristo dall’una all’altra, dalla morte alla vita. La parola “pasqua” (pesach) significa passaggio: passaggio del popolo ebraico dalla schiavitù alla libertà, passaggio di Cristo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1) e passaggio dei credenti in lui dal peccato alla grazia.
È la festa del capovolgimento operato da Dio e realizzato in Cristo; è l’inizio e la promessa dell’unico rovesciamento totalmente giusto e irreversibile nelle sorti dell’umanità. Poveri, esclusi, appartenenti alle diverse forme di schiavitù ancora in atto nella nostra società: Pasqua è la vostra festa!

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La croce contiene un messaggio anche per coloro che stanno sull’altra sponda: per i potenti, i forti, quelli che si sentono tranquilli nel loro ruolo di “vincenti”. Ed è un messaggio, come sempre, d’amore e di salvezza, non di odio o di vendetta. Ricorda loro che alla fine essi sono legati allo stesso destino di tutti; che deboli e potenti, inermi e tiranni, tutti sono sottoposti alla stessa legge e agli stessi limiti umani. La morte, come la spada di Damocle, pende sul capo di ognuno, appesa a un crine di cavallo. Mette in guardia dal male peggiore per l’uomo che è l’illusione dell’onnipotenza. Non occorre andare troppo indietro nel tempo, basta ripensare alla storia recente per renderci conto di quanto questo pericolo sia frequente e porti persone e popoli alla catastrofe.
La Scrittura ha parole di saggezza eterna rivolte ai dominatori della scena di questo mondo:
“Imparate, governanti di tutta la terra…
i potenti saranno vagliati con rigore” (Sap 6, 1.6).
“Nella prosperità l'uomo non comprende, è simile alle bestie che periscono” (Sal 49, 21).
“Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde o rovina se stesso?” (Lc 9, 25)
La Chiesa ha ricevuto il mandato del suo fondatore di stare dalla parte dei poveri e dei deboli, di essere la voce di chi non ha voce e, grazie a Dio, è quello che fa, soprattutto nel suo pastore supremo.
Il secondo compito storico che le religioni devono, insieme, assumersi oggi, oltre quello di promuovere la pace, è di non rimanere in silenzio dinanzi allo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti. Pochi privilegiati posseggono beni che non potrebbero consumare, vivessero anche per secoli e secoli, e masse sterminate di poveri che non hanno un pezzo di pane e un sorso d’acqua da dare ai propri figli. Nessuna religione può rimanere indifferente, perché il Dio di tutte le religioni non è indifferente dinanzi a tutto ciò.
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Torniamo alla profezia di Isaia da cui siamo partiti. Essa inizia con la descrizione della umiliazione del Servo di Dio, ma si conclude con la descrizione della sua finale esaltazione. È Dio che parla:
“Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce […] Io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”.
Fra due giorni, con l’annuncio della risurrezione di Cristo, la liturgia darà un nome e un volto anche a questo trionfatore. Vegliamo e meditiamo nell’attesa.
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[1] Howard Thurman, Jesus and the Disinherited , Beacon Press, 1949, rist. 2012. 

[2] Howard Thurman, Deep River and The Negro Spiritual Speaks of Life and Death, Richmond, Indiana 1975. 
[3] F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov, Libro V, cap. 4.



Traduzione in lingua francese
P. Raniero Cantalamessa, ofmcap
« MÉPRISÉ ET REJETÉ PAR LES HOMMES »
Prédication du Vendredi saint 2019 dans la basilique Saint-Pierre

« Méprisé, abandonné des hommes,
homme de douleurs, familier de la souffrance,
il était pareil à celui devant qui on se voile la face ;
et nous l'avons méprisé, compté pour rien[1]. »
Voilà les paroles prophétiques d'Isaïe avec lesquelles la liturgie de la Parole a commencé aujourd'hui. Le récit de la Passion qui suit a donné un nom et un visage à ce mystérieux homme des douleurs, méprisé et rejeté par les hommes, et c’est le nom et le visage de Jésus de Nazareth. Nous voulons aujourd’hui contempler le Crucifié précisément en cette qualité : en tant qu’archétype et représentant de tous les rejetés, les déshérités et les « écartés » de la terre, ceux devant qui on se voile le visage pour ne pas voir.
Ce n’est pas seulement là, au cours de sa Passion, que Jésus a commencé. Toute sa vie, il a été l’un d’entre eux. Il est né dans une étable car « il n'y avait pas de place pour eux dans la salle commune[2] ». Au moment de sa présentation au Temple, ses parents ont offert « deux tourterelles ou deux jeunes pigeons », offrande prescrite par la Loi pour les pauvres qui ne pouvaient pas se permettre d'offrir un agneau[3]. Un véritable certificat de pauvreté en Israël à l'époque. Au cours de sa vie publique, il n’a « pas d’endroit où reposer la tête[4] », c’est un sans-abri.
Et nous arrivons à la Passion. Dans son récit, il y a un moment sur lequel on ne s’arrête pas souvent, mais qui est chargé de sens : Jésus dans le prétoire de Pilate[5]. Les soldats trouvent, dans une clairière tout près, un buisson d’épines ; ils en prennent une brassée et la lui posent sur la tête ; sur ses épaules encore en sang de la flagellation, ils posent un manteau de comédie ; on lui attache les mains avec une corde rugueuse et dans l’une d’elles on met un roseau, symbole dérisoire de sa royauté. Il est l’archétype de ceux qui sont menottés, seuls, à la merci des soldats et des voyous qui laissent ainsi éclater sur les pauvres malheureux la colère et la cruauté qu’ils ont accumulées dans la vie. Torturé !
« Ecce homo ! », « Voici l'homme ! » s'exclame Pilate, en le présentant peu après au peuple[6]. Un mot qui, après le Christ, sera scandé sans fin à l’égard de la foule sur les hommes et des femmes avilis, réduits à des objets, privés de toute dignité humaine. « Si c'est un homme » : c’est le titre qu’a choisi l'écrivain Primo Levi pour le récit de sa vie dans le camp de la mort d'Auschwitz[7]. Sur la croix, Jésus de Nazareth devient l'emblème de toute cette humanité « humiliée et offensée ». On pourrait s’exclamer : « Misérables, rejetés, parias de la terre entière : le plus grand homme de toute l’Histoire était l’un de vous ! Quel que soit le peuple, la race ou la religion à laquelle tu appartiens, tu as le droit de le revendiquer.
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Un écrivain et théologien afro-américain - considéré par Martin Luther King comme son maître et son inspiration dans sa lutte non-violente pour les droits civiques - a écrit un livre intitulé « Jesus and the Disinherited[8] », Jésus et les déshérités. Il y montre ce que la figure de Jésus représentait pour les esclaves du Sud, dont il était lui-même un descendant direct. Dans la privation de tout droit et dans l'abjection la plus totale, les paroles de l'Évangile que le ministre du culte noir répétait, dans l'unique réunion qui leur était autorisée, redonnaient aux esclaves leur sentiment de dignité d'enfants de Dieu.
C’est dans ce climat que sont nés la plupart des chants negro-spiritual qui, encore aujourd'hui, bouleversent le monde entier[9]. Au moment de la vente des esclaves, on a vécu la tragédie de voir des épouses souvent séparées de leurs maris et des parents de leurs enfants, vendus à différents maîtres. Il est facile de voir dans quel état d’esprit les esclaves chantaient sous le soleil ou à l’abri dans leurs huttes :
“Nobody knows the trouble I have seen. Nobody knows, but Jesus” : « Personne ne sait ce que j’ai vu. Personne ne le sait, sauf Jésus ».
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Là n'est pas le seul sens de la Passion et de la mort du Christ, ni même le plus important. Le sens le plus profond n'est pas le sens social, mais le sens spirituel. Cette mort a racheté le monde du péché, elle a porté l’amour de Dieu jusqu’à l’endroit le plus sombre et le plus lointain où l’humanité s’était cachée dans sa fuite de Dieu, c’est-à-dire la mort. Là n’est pas, disais-je, le sens le plus important de la Croix, mais c’est celui que tous, croyants et non-croyants, peuvent reconnaître et accueillir.
Je répète, tous, pas seulement les croyants. Si, du fait de son incarnation, le Fils de Dieu s’est fait homme et s’est uni à l'humanité tout entière, par la manière dont il s’est incarné, il s’est fait l'un des pauvres et des exclus, il a épousé leur cause. Il a choisi de nous en assurer lui-même, en affirmant solennellement : « Ce que vous avez fait à l’affamé, à l’inconnu, au prisonnier, à l’exilé, c’est à moi que vous l’avez fait ; ce que vous ne leur avez pas fait, c’est à moi que vous ne l'avez pas fait[10] ».
Mais nous ne pouvons pas nous en arrêter là. Si Jésus n’avait eu que cela à dire aux déshérités du monde, il n'en aurait été qu'un de plus, un exemple de dignité dans le malheur et rien d’autre. Ou plutôt, cela aurait été une nouvelle charge contre Dieu qui permet tout cela. On connaît bien la réaction indignée d'Ivan, le frère rebelle des frères Karamazov de Dostoïevski, lorsque son pieux petit frère Aliocha lui parle de Jésus : « Ah ! oui, "le seul sans péché" et "qui a versé son sang" ». Non, je ne l’ai pas oublié, je m’étonnais, au contraire, que tu ne l’aies pas encore mentionné, car dans les discussions, les vôtres commencent par le mettre en avant, d’habitude[11] ».
En fait, l’Évangile ne s'arrête pas là ; il dit autre chose, il dit que le Crucifié est ressuscité ! En lui a eu lieu un renversement complet des rôles : le perdant est devenu le vainqueur, le jugé est devenu le juge, « la pierre méprisée de vous, les bâtisseurs, est devenue la pierre d'angle[12] ». La dernière parole n'a pas été - et ne sera jamais - l'injustice et l'oppression. Jésus n'a pas seulement restauré la dignité des déshérités du monde ; il leur a donné une espérance !
Au cours des trois premiers siècles de l'Église, la célébration de Pâques ne se composait pas comme maintenant de : Vendredi saint, Samedi saint et Dimanche de Pâques. Tout était concentré en une seule journée. Au cours de la vigile pascale, on commémorait autant la mort que la résurrection du Christ. Plus précisément : on ne commémorait ni la mort, ni la résurrection, comme étant des faits distincts et séparés ; on commémorait plutôt le passage du Christ de l'une à l'autre, de la mort à la vie. Le mot « Pâques » (pesah) signifie passage : passage du peuple juif de l'esclavage à la liberté, passage du Christ de ce monde à son Père[13], et passage de ceux qui croient en lui du péché à la grâce.
C'est la fête du renversement opéré par Dieu et réalisé en Christ ; c’est le début et la promesse du seul renversement totalement juste et irréversible du destin de l’humanité. Pauvres, exclus, et vous qui appartenez aux différentes formes d’esclavage encore présentes dans notre société : Pâques est votre fête !
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La Croix contient également un message pour ceux qui sont sur l’autre rive : pour les puissants, les forts, ceux qui se sentent à l’aise dans leur rôle de « gagnants ». Et c'est un message, comme toujours, d'amour et de salut, et non de haine ou de vengeance. Qui leur rappelle qu’à la fin, ils seront condamnés au même sort que tout le monde ; que faibles et puissants, sans défense et tyrans, tous sont soumis à la même loi et aux mêmes limites humaines. La mort, comme une épée de Damoclès, est suspendue au-dessus de notre tête à tous, elle est suspendue à un fil. Elle met en garde contre le pire mal pour l'homme qu’est l'illusion de toute-puissance. Il n’est nul besoin de remonter trop loin dans le temps, il suffit de repenser à l'Histoire récente pour se rendre compte à quel point ce danger est fréquent et conduit individus et peuples à la catastrophe.
Les Ecritures ont des paroles de sagesse éternelle, adressées aux dirigeants de la scène de ce monde :
« Écoutez donc, juges de toute la terre [...]
les puissants seront jugés avec puissance[14] ».
« L'homme comblé qui n'est pas clairvoyant
ressemble au bétail qu'on abat[15]. »
« Quel avantage un homme aura-t-il à gagner le monde entier,
s'il se perd ou se ruine lui-même[16] ? »
L'Église a reçu le mandat de son fondateur d'être du côté des pauvres et des faibles, d'être la voix de ceux qui ne peuvent se faire entendre et, Dieu merci, c'est ce qu'elle fait, surtout en la personne de son pasteur suprême.
La deuxième tâche historique que les religions doivent assumer ensemble aujourd'hui, outre de promouvoir la paix, est de ne pas rester silencieuses devant le spectacle qui se déroule sous nos yeux à tous. Quelques privilégiés sur terre possèdent des biens qu'ils n’arriveraient pas à consommer, dussent-ils vivre des siècles, quand des foules immenses de pauvres n'ont même pas un croûton de pain ni une gorgée d’eau à donner à leurs enfants. Aucune religion ne peut rester indifférente, car le Dieu de toutes les religions n'est pas indifférent à tout cela.
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Revenons à la prophétie d’Isaïe par laquelle nous avons introduit cette méditation. Elle commence par la description de l'humiliation du Serviteur de Dieu, mais se termine par la description de son exaltation finale. C'est Dieu qui parle :
« Par suite de ses tourments, il verra la lumière, […]
parmi les grands, je lui donnerai sa part,
avec les puissants il partagera le butin,
car il s'est dépouillé lui-même jusqu'à la mort,
et il a été compté avec les pécheurs,
alors qu'il portait le péché des multitudes
et qu'il intercédait pour les pécheurs[17]. »
Dans deux jours, la liturgie donnera un nom et un visage à ce triomphateur : Jésus, le Christ ressuscité ! Veillons et méditons dans l'attente.
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[1] Is 53, 3.
[2] Lc 2, 7.
[3] Cf. Lv 12, 8.
[4] Mt 8, 20.
[5] Cf. Mc 15, 16-20.
[6] Jn 19, 5.
[7] Primo Levi, Si c’est un homme, Pocket 1988.
[8] Howard Thurman, Jesus and the Disinherited, Beacon Press, 1949.
[9] Howard Thurman, Deep River and The Negro Spiritual Speaks of Life and Death, Friends United Press, 1975.
[10] Cf. Mt 25, 31-46.
[11] Fedor Mikhaïlovitch Dostoïevski, Les Frères Karamazov, V, 4 : Poche, 1994.
[12] Ac 4, 11.
[13] Cf. Jn 13, 1.
[14] Sg 6, 1.6.
[15] Ps 48, 21.
[16] Lc 9, 25.
[17] Is 53, 11-12.


Traduzione in lingua inglese
Father Raniero Cantalamessa, ofmcap
“HE WAS DESPISED AND REJECTED BY MEN”

Good Friday Sermon 2019, St. Peter’s Basilica
He was despised and rejected by men;
a man of sorrows, and acquainted with grief;
and as one from whom men hide their faces
he was despised, and we esteemed him not.
(Is 53:3)
These are the prophetic words of Isaiah with which we begin the Liturgy of the Word today. The account of the passion that follows has given a name and a face to this mysterious man of sorrows who was despised and rejected by all men: the name and the face of Jesus of Nazareth. Today we want to contemplate the Crucified One specifically in his capacity as the prototype and representative of all the rejected, the disinherited, and the “discarded” of the earth, those from whom we turn aside our faces so as not to see them.
Jesus did not begin to be that man just at his passion. Throughout his life he was part of this group. He is born in a stable “because there was no place for them in the inn” (Lk 2:7). In presenting him in the temple, his parents offer “two turtledoves or two young pigeons,” the offering proscribed by the law for the poor who could not offer a lamb (see Lev 12:8). That was a genuine proof of poverty in Israel of that time. During his public life, he has nowhere to lay his head (see Mt 8:20): he is homeless.
Now we come to his passion. In the account there is a moment that we do not often focus on but that is extremely significant: Jesus in the praetorium of Pilate (see Mk 15:16-20). The soldiers had noticed a bramble bush in the adjacent open space; they gathered some thorny branches from it and pressed them into his head; to mock him they put a cloak on his shoulders that were still bloody from his scourging; his hands were bound with a rough rope; they placed a reed in his hands, an ironic symbol of his royalty. He is the prototype of handcuffed people, alone, at the mercy of soldiers and thugs who take out the rage and cruelty they stored up during their lives on the unfortunate poor. He was tortured!
“Ecce homo!” “Here is the man!” exclaims Pilate in presenting him shortly after to the people (Jn 19:5). These are words which, after Christ, can be said of the endless host of men and women who are vilified, reduced to being objects, deprived of all human dignity. The author Primo Levi titled the account of his life in the extermination camp in Auschwitz If This Is a Man. On the cross Jesus of Nazareth becomes the symbol of this part of humanity that is “humiliated and insulted.” One would want to exclaim, “You who are rejected, spurned, pariahs of the whole earth: the greatest man in history was one of you! Whatever nation, race, or religion you belong to, you have the right to claim him as yours.”

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The African-American writer and theologian Howard Thurman—the man Martin Luther King considered his teacher and his inspiration for the non-violent struggle for human rights—wrote a book called Jesus and the Disinherited.”[1] In it he shows what the figure of Jesus represented for the slaves in the south, of whom he himself was a direct descendant. When the slaves were deprived of every right and completely abject, the words of the Gospel that the minister would repeat in their segregated worship —the only meeting they were allowed to have— would give the slaves back a sense of their dignity as children of God.
The majority of Negro Spirituals that still move the world today arose in this context.[2] At the time of public auction, slaves experienced the anguish of seeing wives separated from their husbands and children from their parents, being sold at times to different masters. It is easy to imagine the spirit with which they sang out in the sun or inside their huts, “Nobody knows the trouble I have seen. Nobody knows, but Jesus.”

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This is not the only meaning of the passion and death of Christ, and it is not even the most important. The most profound meaning is not social but spiritual and mystical. That death redeemed the world from sin; it brought the love of God to the farthest and darkest place in which humanity has been trapped in its flight from him, that is, death. This is not, as I said, the most important meaning of the cross, but it is the one that all people, believers and non-believers, can recognize and receive.
I repeat, everyone, and not just believers. Through the event of the Incarnation of the Son of God he made himself man and united himself to all of humanity, but through the manner of his Incarnation he made himself one of the poor and rejected and embraced their cause. He took it upon himself to ensure that when he solemnly affirmed that whatever we did for the hungry, the naked, the incarcerated, the outcast, we did to him, and whatever we omitted doing for them, we omitted doing to him (see Mt 25:31-46).
But we cannot stop here. If Jesus had only this to say to the disinherited of the world, he would only be one more among them, an example of dignity in the face of misfortune and nothing more. Then it would be a further proof against the God who allowed all of this. We know the indignant reaction of Ivan, the rebellious brother in The Brothers Karamazov by Dostoevsky, when Aloysha, the younger brother, mentions Jesus to him: “Ah, yes, the ‘only sinless One’ and his blood! No, I have not forgotten about him; on the contrary, I’ve been wondering all the while why you hadn’t brought him up for so long, because in discussions your people usually trot him out first thing.”[3]
The Gospel does not in fact stop here. It says something else: it says that the Crucified One is risen! In him a total reversal of roles has taken place: the vanquished has become the victor; the one judged has become the judge, “the stone which was rejected by the builders has become the cornerstone” (see Acts 4:11). The final word is not and never will be injustice and oppression. Jesus not only restored dignity to the disinherited of the world, he also gave them hope!
In the first three centuries of the Church the celebration of Easter was not spread out over several days the way it is now: Good Friday, Holy Saturday, and Easter Sunday. Everything was concentrated in one day. Both the death and resurrection were commemorated at the Easter vigil. To be more precise, neither the death nor the resurrection were commemorated as distinct and separate events; instead what was commemorated was the passage of Christ from one to the other, from death to life. The word “pascha” (pesach) means “passage”: the passage of the Jewish people from slavery to freedom, the passage of Christ from this world to the Father (see Jn 13:1), and the passage from sin to grace for those who believe in him.
It is the feast of the reversal directed by God and accomplished in Christ; it is the beginning and the promise of the unique turnaround that is completely just and irreversible concerning humanity’s fate. We can say to the poor, the outcasts, those who are trapped in different forms of slavery still occurring in our society: Easter is your feast!

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The cross also contains a message for those who are on the opposite side of this equation: the powerful, the strong, those who are comfortable in their role as “victors.” And it is a message, as always, of love and salvation, not of hate or vengeance. It reminds them that in the end they are bound to the same fate as everyone else: whether weak or strong, defenseless or tyrannical, all are subjected to the same laws and to the same human limitations. Death, like the sword of Damocles, hangs over everyone’s head by a thread. It warns against the worst evil for a human being, the illusion of omnipotence. We do not need to go back too far in time; it is enough to remember recent history to be aware of how frequent this danger is and how it leads individuals and nations to catastrophe.
Scripture has words of eternal wisdom for those who dominate the world’s stage:
Learn, O judges of the ends of the earth. / . .. Mighty men will be mightily tested. (Wis 6:1, 6)
Man cannot abide in his pomp, / he is like the beasts that perish. (Ps 49:20)
For what does it profit a man if he gains the whole world and loses or forfeits himself? (Lk 9:25)
The Church has received the mandate from its founder to stand with the poor and the weak, to be the voice for those who have no voice, and, thanks be to God, that is what she does, especially in her Chief Shepherd.
The second historical task that religions need to take on together today, besides promoting peace, is not to remain silent in the face of the situation that is there for everyone to see. A few privileged people possess more goods than they could ever consume, while for entire centuries countless masses of poor people have lived without having a piece of bread or a sip of water to give their children. No religion can remain indifferent to this because the God of all the religions is not indifferent to all of this.

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Let us return to the prophecy of Isaiah that we started with. It begins with a description of the humiliation of the Servant of God, but it concludes with a description of his final exaltation. God is the one speaking:
He shall see the fruit of the travail of his soul and be satisfied. . . .
Therefore I will divide him a portion with the great,
and he shall divide the spoil with the strong;
because he poured out his soul to death,
and was numbered with the transgressors;
yet he bore the sin of many,
and made intercession for the transgressors. (Is 53:11-12)
In two days, with the announcement of Jesus’ resurrection, the liturgy will give a name and a face to this victor. Let us keep watch and meditate in expectation.
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[1] See Howard Thurman, Jesus and the Disinherited (1949; repr., Boston: Beacon Press, 1996).
[2] See Howard Thurman, Deep River and The Negro Spiritual Speaks of Life and Death (Richmond, IN: Friends United Press, 1975).
[3] Fyodor Dostoevsky, The Brothers Karamazov, trans. Richard Pevear and Larissa Volokhonsky (New York: Farrar, Straus and Giroux, 2002), p. 246.



Traduzione in lingua spagnola
P. Raniero Cantalamessa ofmcap
«DESPRECIADO Y RECHAZADO POR LOS HOMBRES»
Predicación del Viernes Santo 2019 en la Basílica de San Pedro

«Despreciado y evitado de los hombres,
como un hombre de dolores,
acostumbrado a sufrimientos,
ante el cual se ocultan los rostros,
despreciado y desestimado
» (Is 53,3).
Son las palabras proféticas de Isaías con las que se ha iniciado la liturgia la palabra de hoy. El relato de la pasión que ha seguido ha dado un nombre y un rostro a este misterioso hombre de dolores, despreciado y rechazado por los hombres: el nombre y el rostro de Jesús de Nazaret. Hoy queremos contemplar al Crucificado precisamente en esta apariencia: como el prototipo y el representante de todos los rechazados, los desheredados y los «descartados» de la tierra, aquellos ante los cuales se gira el rostro hacia otra parte para no ver.
Jesús no ha empezado ahora, en la pasión, a serlo. En toda su vida, él formó parte de ellos. Nació en un establo porque para los suyos «no había puesto en la posada» (Lc 2,7). Al presentarlo en el templo, los padres ofrecieron «un par de tórtolas o dos pichones», la ofrenda prescrita por la ley para los pobres que no podían permitirse el lujo de ofrecer un cordero (cf. Lev 12,8). Un auténtico certificado de pobreza en el Israel de entonces. Durante su vida pública, no tiene «dónde reclinar la cabeza» (Mt 8,20): un sintecho.
Y llegamos a la pasión. En el relato de ella hay un momento en el que no nos detenemos a menudo, pero que es muy significativo: Jesús en el pretorio de Pilato (cf. Mc 15,16-20). Los soldados han observado, en la explanada adyacente, un arbusto de espinos; han cogido un haz y se lo han presionado sobre la cabeza; sobre la espalda todavía sangrante por la flagelación, le han colocado un manto como burla; tiene las manos atadas con una tosca cuerda; en una le han puesto un haz de varas y en la otra una caña, símbolos jocosos de su realeza. Es el prototipo de las personas maniatadas, solas, en manos de soldados y bandidos que desfogan sobre los pobres desgraciados la rabia y la crueldad que han acumulado en la vida. ¡Torturado!
«¡Ecce homo!», ¡He aquí el hombre!, exclama Pilato, al presentarlo poco después al pueblo (Jn 19,5). Palabra que, después de Cristo, puede ser dicha del grupo sin fin de hombres y mujeres humillados, reducidos a objetos, privados de toda dignidad humana. «Si esto es un hombre»: el escritor Primo Levi tituló así el relato de su vida en el campo de exterminio de Auschwitz. En la cruz, Jesús de Nazaret se convierte en el emblema de toda esta humanidad «humillada y ofendida». Vendrían ganas de exclamar: «Despreciados, rechazados, parias de toda la tierra: ¡el hombre más grande de toda la historia ha sido uno de vosotros! A cualquier pueblo, raza o religión que pertenezcáis, tenéis el derecho de reclamarlo como vuestro.
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El escritor y teólogo afro-americano, Howard Thurman —aquel al que Martin Luther King consideraba su maestro y el inspirador de la lucha no violenta por los derechos civiles— escribió un libro titulado «Jesus and the Disinherited»[1], Jesús y los desheredados. En él, hace ver lo que representó la figura de Jesús para los esclavos del Sur, de los que él mismo era un descendiente directo. En la privación de todo derecho y en la abyección más total, las palabras del Evangelio que repetía el ministro de culto negro, en la única reunión que se les consentía, daban nuevamente a los esclavos el sentido de su dignidad de hijos de Dios.
En este clima nacieron la mayoría de los cantos espirituales negros que todavía hoy conmueven al mundo[2]. En el momento de la subasta pública habían vivido el desgarro de ver a las esposas separadas de los maridos y a los padres respecto de los hijos, vendidos a dueños diferentes. Es fácil intuir con qué espíritu cantaban bajo el sol o en el interior de sus cabañas: «Nobody knows the trouble I have seen. Nobody knows, but Jesus»: Nadie sabe el dolor que he experimentado; nadie, excepto Jesús».
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Este no es el único significado de la pasión y muerte de Cristo y ni siquiera el más importante. El significado más profundo no es el social, sino el espiritual y místico. Aquella muerte redimió al mundo del pecado, llevó el amor de Dios al punto más lejano y más oscuro en el que la humanidad se había metido en su huida de él, es decir, en la muerte. No es, decía, el sentido más importante de la cruz, pero es el que todos, creyentes y no creyentes, pueden reconocer y acoger.
Todos, repito, no sólo los creyentes. Si por el hecho de su encarnación el Hijo de Dios se hizo hombre y se unió a toda la humanidad, por el modo en que se produjo su encarnación se ha hecho uno de los pobres y rechazados, ha abrazado su causa. Él mismo se ha encargado de asegurárnoslo cuando solemnemente afirmó que lo que hicimos por el hambriento, el desnudo, el preso, el exilado, se lo hicimos a él y lo que omitimos hacérselo a ellos no se lo hicimos a Él (cf. Mt 25, 31-46).
Pero no podemos detenernos aquí. Si Jesús solo tuviera esto que decir a los desheredados del mundo, no sería más que uno entre ellos, un ejemplo de dignidad en la desventura y nada más. Más aún, sería una prueba ulterior a cargo de Dios que permite todo esto. Es conocida la reacción indignada de Iván, el hermano rebelde de los hermanos Karamazov, de Dostoievski, cuando el hermano menor, Aliosha, le menciona a Jesús: «¡Ah, se trata del Único sin pecado y de su sangre! No, no me había olvidado de él: y más aún, me maravillaba, mientras se discutía, cómo era posible que tardaras tanto en sacarlo contigo, ya que comúnmente, en los debates, todos los de vuestra parte le ponen a Él ante que cualquier otra cosa»[3].
Efectivamente, el Evangelio no se detiene aquí; dice también otra cosa, ¡dice que el Crucificado ha resucitado! En él se produjo un vuelco total de las partes: el vencido se ha convertido en vencedor, el juzgado se ha convertido en el juez, «la piedra descartada por los arquitectos se ha convertido en piedra angular» (cf. Hch 4,11). La última palabra no ha sido y no será nunca la de la injusticia y la opresión. Jesús no ha devuelto sólo una dignidad a los desheredados del mundo; ¡les ha dado una esperanza!
En los tres primeros siglos de la Iglesia la celebración de la Pascua no estaba distribuida como ahora, en varios días: Viernes Santo, Sábado Santo y Domingo de Pascua. Todo estaba concentrado en un solo día. En la Vigilia pascual se conmemoraba tanto la muerte como la resurrección. Más concretamente, ni la muerte ni la resurrección se conmemoraban como hechos distintos y separados; se conmemoraba, más bien, el tránsito de Cristo de una a otra, de la muerte a la vida. La palabra «Pascua» (pasech) significa tránsito: paso del pueblo hebreo de la esclavitud a la libertad, tránsito de Cristo de este mundo al Padre (cf. Jn 13,1) y tránsito, del pecado a la gracia, de los creyentes en él.
Es la fiesta del vuelco obrado por Dios y realizado en Cristo; es el comienzo y la promesa del único cambio pleno totalmente justo e irreversible en la suerte de la humanidad. ¡Pobres, excluidos, pertenecientes a distintas formas de esclavitud todavía en curso en nuestra sociedad: la Pascua es vuestra fiesta!
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La cruz contiene también un mensaje para aquellos que están en la otra orilla: para los poderosos, los fuertes, los que se sienten tranquilos en su papel de «vencedores». Y es un mensaje, como siempre, de amor y de salvación, no de odio o venganza. Les recuerda que al final están vinculados al mismo destino de todos; que débiles y poderosos, inermes y tiranos, todos están sometidos a la misma ley y a los mismos límites humanos. La muerte, como la espada de Damocles, pende sobre la cabeza de cada uno, colgada de un hilo. Pone en guardia contra el peor mal para el hombre que es la ilusión de la omnipotencia. No hay que ir demasiado para atrás en el tiempo, basta repensar la historia reciente para darnos cuenta de lo frecuente que es este peligro y a cuántas personas y pueblos lleva a la catástrofe.
La Escritura tiene palabras de sabiduría eterna dirigidas a los dominadores de la escena de este mundo:
«Aprended, gobernantes de toda la tierra...
los poderosos serán examinados con rigor» (Sab 6,1.6).
«En la prosperidad el hombre no comprende,
es parecido a las bestias que mueren» (Sal 49,21).
«¿Para qué le sirve al hombre ganar el mundo entero si luego pierde su alma o se destruye a sí mismo?» (Lc 9,25)
La Iglesia ha recibido el mandato de su fundador de ponerse de la parte de los pobres y los débiles, de ser la voz de quien no tiene voz y, gracias a Dios, es lo que hace, sobre todo en su pastor supremo.
La segunda tarea histórica que las religiones deben, juntas, asumir hoy, además de promover la paz, es no permanecer en silencio ante el espectáculo que está ante la mirada de todos. Pocos privilegiados poseen bienes que no podrían consumir, aunque viviesen incluso siglos enteros y masas aniquiladas de pobres que no tienen un trozo de pan y un sorbo de agua por dar a sus hijos. Ninguna religión puede permanecer indiferente, porque el Dios de todas las religiones no es indiferente ante todo esto.
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Volvamos a la profecía de Isaías de la que hemos partido. Comienza con la descripción de la humillación del Siervo de Dios, pero se concluye con la descripción de su exaltación final. Es Dios que habla:
«Por los trabajos de su alma verá la luz […]
Le daré una multitud como parte,
y tendrá como despojo una muchedumbre.
Porque expuso su vida a la muerte
y fue contado entre los pecadores,
él tomó el pecado de muchos
e intercedió por los pecadores».
Dentro de dos días, con el anuncio de la resurrección de Cristo, la liturgia dará un nombre y un rostro también en este triunfador. Velemos y meditamos en espera.
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[1] Howard Thurman, Jesus and the Disinherited (Beacon Press, Boston: MA 1949; reimp. 2012).
[2] Howard Thurman, Deep River and the Negro Spiritual Speaks of Life and Death (Richmond, Indiana 1975).
[3] F. Dostoievski, Los hermanos Karamazov, Libro V, cap. 4 (Alianza Editorial, Madrid 2019).


Traduzione in lingua portoghese
Pe. Raniero Cantalamessa, ofmcap
“DESPREZADO E REJEITADO PELOS HOMENS”
Pregação da Sexta-feira Santa 2019 na Basílica de São Pedro

Era desprezado, era o refugo da humanidade,
homem das dores e habituado à enfermidade;
era como pessoa de quem se desvia o rosto,
tão desprezível que não fizemos caso dele
”.
Estas são as palavras proféticas de Isaías, com as quais começa a liturgia da palavra de hoje. A história da paixão que se seguiu deu um nome e um rosto a este misterioso homem das dores, desprezado e rejeitado pelos homens: o nome e o rosto de Jesus de Nazaré. Hoje queremos contemplar o Crucificado sob este mesmo aspecto: como protótipo e representante de todos os rejeitados, deserdados e os "descartados" da terra, aqueles diante dos quais se vira o rosto para outro lugar para não os ver.
Jesus não começou a sê-lo só agora, na paixão. Durante toda a sua vida ele tem sido um deles. Nasceu em um estábulo porque “não havia lugar para eles na hospedaria” (Lc 2,7). Ao apresentá-lo ao templo, os pais ofereceram "duas rolas ou dois pombinhos", a oferta prescrita pela lei para os pobres que não podiam dar-se ao luxo de oferecer um cordeiro (cf. Lv 12, 8). Um verdadeiro certificado de pobreza no Israel da época. Durante a sua vida pública, não tinha lugar para descansar a cabeça (Mt 8, 20): é um sem-teto.
E chegamos à paixão. No relato, há um momento em que não nos detemos com frequência, mas que é cheio de significado: Jesus no pretório de Pilatos (cf. Mc 15, 16-20). Os soldados notaram um arbusto de silvas na praça adjacente; pegaram um feixe e o colocaram em sua cabeça; sobre seus ombros, ainda sangrando da flagelação, colocaram um manto de escárnio sobre ele; suas mãos estão atadas com uma corda áspera; em uma mão colocaram uma cana, símbolo irrisório de sua realeza. É o protótipo das pessoas algemadas, sozinhas, à mercê de soldados e bandidos que descarregam sobre os pobres infelizes a raiva e a crueldade que acumularam na vida. Torturado!
“Eis o homem!”, Eis o homem!, exclama Pilatos, ao apresentá-lo pouco depois ao povo (Jo 19,5). Palavra que, depois de Cristo, se pode dizer das intermináveis fileiras de homens e mulheres humilhados, reduzidos a objetos, privados de toda dignidade humana. "Se isto é um homem": o escritor Primo Levi intitulou assim o relato da sua vida no campo de extermínio de Auschwitz. Na cruz, Jesus de Nazaré torna-se o emblema de toda esta humanidade "humilhada e ofendida". Deveria se exclamar: "Rejeitados, desprezados, párias de toda a terra: o maior homem de toda a história foi um de vocês! Independente do povo, raça ou religião a que pertençais, tendes o direito de reivindica-lo como seu.
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Um escritor e teólogo afro-americano que Martin Luther King considerava seu mestre e inspirador da luta não-violenta pelos direitos civis escreveu um livro intitulado "Jesus and the Disinherited”[1], Jesus e os Deserdados. Neste, ele mostra o que a figura de Jesus havia representado para os escravos do Sul, dos quais ele próprio era um descendente direto. Na privação de todo direito e na mais total abjeção, as palavras do Evangelho que o ministro do culto negro repetia, na única reunião que lhes era permitida, devolvia aos escravos o sentido da sua dignidade de filhos de Deus.
Neste clima, nasceu a maioria dos cantos negro-espirituais que ainda hoje comovem o mundo[2]. No momento do leilão público, estes tinham experimentado o tormento de ver as suas esposas muitas vezes separadas dos seus maridos e os pais dos filhos, vendidos a diferentes proprietários. É fácil ver com que espírito eles cantavam sob o sol ou em suas cabanas: “Nobody knows the trouble I have seen. Nobody knows, but Jesus”: Ninguém sabe a dor que experimentei; ninguém, senão Jesus".
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Este não é o único significado da paixão e morte de Cristo, nem é o mais importante. O significado mais profundo não é o social, mas o espiritual. Aquela morte redimiu o mundo do pecado, levou o amor de Deus ao ponto mais distante e mais obscuro para o qual a humanidade se havia colocado na sua fuga d'Ele, isto é, na morte. Não é, como eu disse, o significado mais importante da cruz, mas é o que todos, crentes e não crentes, podem reconhecer e aceitar.
Todos, repito, não apenas os crentes. Se, pelo fato da sua encarnação, o Filho de Deus se fez homem e se uniu a toda a humanidade, pelo modo como se realizou a sua encarnação, ele tornou-se um dos pobres e rejeitados, casou-se com a causa deles. Tomou a seu cargo assegurar-nos, quando afirmou solenemente: "O que fizeste aos famintos, aos nus, aos prisioneiros, aos exilados, a mim o fizeste; o que não fizeste a eles, a mim não me fizeste". (cf. Mt 25,31-46).
Mas não podemos parar por aí. Se Jesus tivesse apenas isso a dizer aos desprivilegiados do mundo, seria apenas mais um entre eles, um exemplo de dignidade na desgraça e nada mais. De fato, seria mais uma prova a favor de que Deus permite tudo isso. É conhecida a reação indignada de Ivan, o irmão rebelde dos Irmãos Karamazov de Dostoievski, quando o piedoso irmão mais novo Aliocha nomeia Jesus: "Ah, trata-se do ‘Único sem Pecado’ e do Seu sangue, não é? Não, não me tinha esquecido d'Ele: e fiquei admirado, de fato, enquanto se discutia isso, por que demoraste tanto em sair com Ele, dado que comumente, nas discussões, todos os que estão do teu lado o colocam antes de qualquer outra coisa"[3].
O Evangelho não para por aí; diz também outra coisa, diz que o crucificado ressuscitou! Nele houve uma inversão total das partes: o conquistado tornou-se o vencedor, o julgado tornou-se o juiz, “a pedra descartada pelos construtores tornou-se a pedra angular” (cf. At 4, 11). A última palavra não foi, e nunca será, da injustiça e da opressão. Jesus não só restituiu uma dignidade aos desfavorecidos do mundo; deu-lhes uma esperança!
Nos primeiros três séculos da Igreja, a celebração da Páscoa não era distribuída como agora em vários dias: Sexta-feira Santa, Sábado Santo e Domingo de Páscoa. Tudo estava concentrado num só dia. Na Vigília Pascal se comemorava tanto a morte quanto a ressurreição. Mais precisamente: não se comemorava nem a morte nem a ressurreição como fatos distintos e separados; se comemorava, pelo contrário, a passagem de Cristo de uma para a outra, da morte para a vida. A palavra "pasqua" (pesach) significa passagem: passagem do povo judeu da escravidão à liberdade, passagem de Cristo deste mundo para o Pai (cf. Jo 13, 1) e passagem dos que creem n'Ele do pecado para a graça.
É a festa da reviravolta feita por Deus e realizada em Cristo; é o início e a promessa da única reviravolta totalmente justa e irreversível no destino da humanidade. Pobres, excluídos, pertencentes às diversas formas de escravidão que ainda se verificam na nossa sociedade: a Páscoa é a vossa festa!
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A cruz também contém uma mensagem para aqueles que estão do outro lado: para os poderosos, os fortes, aqueles que se sentem tranquilos no seu papel de "vencedores". E é uma mensagem, como sempre, de amor e de salvação, não de ódio ou de vingança. Lembra-lhes que, no final, eles estão ligados ao mesmo destino que todos; que fracos e poderosos, indefesos e tiranos, todos estão sujeitos à mesma lei e aos mesmos limites humanos. A morte, como a espada de Dâmocles, paira sobre a cabeça de todos, pendurada por uma crina de cavalo. Adverte contra o pior mal para o homem, que é a ilusão da onipotência. Não é necessário recuar muito no tempo, basta repensar a história recente para perceber o quanto este perigo é frequente e leva pessoas e povos à catástrofe.
A Escritura tem palavras de sabedoria eterna dirigidas aos dominadores da cena deste mundo:
“Aprendei, vós, que governais o universo...
os poderosos serão examinados sem piedade” (Sb 6,1.6)
“O homem que vive na opulência e não reflete
é semelhante ao gado que se abate”. (Sl 48,21)
“Que aproveita ao homem ganhar o mundo inteiro, se ele se perder ou arruinar a si mesmo?” (Lc 9,25).
A Igreja recebeu o mandato do seu fundador para estar ao lado dos pobres e dos fracos, para ser a voz dos que não têm voz e, graças a Deus, é isso que ela faz, especialmente no seu pastor supremo.
A segunda tarefa histórica que as religiões devem, em conjunto, assumir hoje, para além da de promover a paz, é a de não ficar em silêncio perante o espetáculo que está diante dos olhos de todos. Poucos privilegiados possuem bens que não poderiam consumir, ainda que vivessem por séculos, e massas intermináveis de pobres que não têm um pedaço de pão e um gole de água para dar a seus filhos. Nenhuma religião pode ficar indiferente, porque o Deus de todas as religiões não é indiferente a tudo isso.
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Voltemos à profecia de Isaías, da qual começamos. Começa com a descrição da humilhação do Servo de Deus, mas termina com a descrição da sua exaltação final. É Deus quem fala:
“Depois dos profundos sofrimentos, ele verá a luz [...]
Por isso lhe darei uma parte entre os grandes,
e com os poderosos ele partilhará os despojos;
é que entregou sua vida à morte e se deixou contar entre os rebeldes,
quando na realidade carregava o pecado de muitos
e intercedia em favor dos rebeldes”.
Dentro de dois dias, com o anúncio da Ressurreição de Cristo, a liturgia dará também um nome e um rosto a este homem triunfante. Vigiemos e meditemos esperando.
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[1] Howard Thurman, Jesus and the Disinherited , Beacon Press, 1949, rist. 2012.
[2] Howard Thurman, Deep River and The Negro Spiritual Speaks of Life and Death, Richmond, Indiana 1975.
[3] F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov, Libro V, cap. 4.