francesca cabriniEsce il 9 novembre la vita di Francesca Cabrini scritta da Lucetta Scaraffia

Cento anni fa moriva, nell’ospedale per i migranti che aveva costruito a Chicago, Francesca Cabrini. Era in viaggio, come sempre, per visitare le opere di assistenza ai migranti che aveva fondato nei lunghi anni del suo apostolato, e per costruirne di nuove dove c’era necessità.
Senza fermarsi mai in un posto, senza tornare mai definitivamente in Italia, ma sempre pronta e sollecita a risolvere problemi, a venire in aiuto dei più bisognosi e dei più soli. Lo faceva con immensa carità, trasmettendo loro l’amore di Dio, ma anche con grande intelligenza. Quando Leone XIII le aveva detto di rinunciare al suo sogno missionario per occuparsi degli emigrati italiani in america, Francesca aveva obbedito e un mondo le si era spalancato davanti: quello delle centinaia di migliaia di esseri umani che cercavano lavoro e pane lontano dalla propria terra, rischiando in lunghi viaggi spesso pericolosi, in terre sconosciute e ostili. Aveva capito che non si trattava di un fenomeno temporaneo, ma dell’emergere di una nuova epoca storica nella quale la facilità dei moderni mezzi di trasporto permetteva spostamenti di masse ingenti di popolazione, rimodellando così intere parti del globo. Francesca aveva capito che la modernità sarebbe stata contrassegnata da queste immani migrazioni e da esseri umani sradicati, in crisi di identità, spesso disperati e privi di risorse per affrontare la società in cui si dovevano inserire. La costruzione di opere di accoglienza e di assistenza grandi, belle e durature era stata la sua risposta al nuovo corso della storia: le sue suore hanno continuato infatti l’opera anche quando è cambiata la provenienza dei migranti, anche quando altri volti, altri colori e altri popoli si sono susseguiti nei loro istituti. Francesca Cabrini aveva capito che non bastava aiutarli materialmente, insegnare loro la lingua del paese di arrivo, curarli se malati: il rispetto di sé, l’identità profonda era legata alla loro radice religiosa, al loro legame con Dio. E lei stessa e le sue suore si sono messe in viaggio per riallacciare questo legame negli uomini che scendevano nelle miniere, nei carcerati, nei ragazzi abbandonati che vivevano nell’illegalità delle periferie urbane. Inserimento nel nuovo paese voleva dire accettazione delle regole e delle leggi, e dignità: questi erano gli obiettivi che voleva far raggiungere a tutti i migranti. Obiettivi che sono validi ancora oggi, e che passano per il riconoscimento e il rispetto della radice religiosa propria e altrui. Un progetto concreto e al tempo stesso di vasto respiro, che si allarga a tutto il mondo — «il mondo è troppo piccolo» era la sua frase — ma anche si apre al tempo futuro. Tutto questo fa capire perché proprio una donna è diventata patrona dei migranti, una donna che ha saputo realizzare le qualità proprie femminili — calore, accoglienza, concretezza nel cogliere i bisogni degli altri, sollecitudine gratuita verso i deboli — accanto con una visione d’insieme sui cambiamenti che stavano sconvolgendo il mondo. Una donna che ha saputo unire una grande carità con uno spirito profetico che le ha fatto comprendere la modernità nei suoi aspetti meno positivi, quegli aspetti che coinvolgevano i miserabili della terra e che intellettuali e politici non volevano vedere. Francesca Cabrini, proprio per questo, è oggi molto attuale e ci insegna ancora la via da percorrere per affrontare il fenomeno epocale delle migrazioni coniugando la carità e la giustizia.

© Osservatore Romano - 9 novembre 2017

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