ecumenedi MICHEL FÉDOU

Oltre la questione della giustificazione, il dialogo tra cattolici e luterani ha consentito di progredire su altri temi rilevanti. Si può anzitutto menzionare la comprensione del rapporto con la Scrittura. Su questo punto esisteva tradizionalmente una divergenza di fondo: i protestanti insistevano sull’autorità sovrana della Scrittura ( sola Scriptura ); i cattolici, pur riconoscendone l’importanza, sottolineavano anche l’importanza della Tradizione (e lasciavano talora persino intendere la presenza di due fonti della rivelazione, la Scrittura e la Tradizione; tale posizione però non rifletteva la posizione più sfumata del concilio di Trento).
Il primo documento della Commissione internazionale luterana-cattolica, Il Vangelo e la Chiesa (1972), include un’intera sezione sul tema «Vangelo e tradizione»; esso sottolinea che il primato spetta al Vangelo, ma che a sua volta il Vangelo è stato, sin dall'origine, oggetto di tradizione, poiché ci è pervenuto mediante la trasmissione degli scritti del nuovo Testamento. Indubbiamente questo non basta per risolvere tutti i problemi. Una domanda soprattutto si pone: che cosa permette di distinguere, nel corso della storia, gli sviluppi legittimi della tradizione da quelli che non lo sono? I luterani ricorrono qui alla Parola vivente della predicazione; i cattolici, invece, ricorrono congiuntamente all’esercizio dell’autorità del magistero e all’esperienza dei cristiani. Tutti però riconoscono che «l’autorità della Chiesa può essere solo al servizio della Parola e che essa non può porsi al di sopra della Parola del Signore» ( Il Vangelo e la Chiesa , n. 21). Per riassumere, è possibile dire che sulla questione esiste un accordo essenziale, benché sussistano alcune differenze circa la determinazione dei “criteri secondari” che autorizzino ad affermare che questo o quel determinato sviluppo della tradizione sia legittimo o meno. Abbiamo un secondo testo molto importante elaborato dalla Commissione internazionale luterana-cattolica: L’eucaristia (1978), che testimonia un accordo su aspetti fondamentali: «molto di quel che prima ci divideva è stato oggi eliminato da entrambe le parti, e le differenze che ancora permangono si trovano in un ambito di comunanza» ( L’eucaristia , n. 47). È importante sottolineare, in particolare, un accordo di fondo su un punto essenziale: «I cristiani cattolici e luterani riconoscono insieme la vera e reale presenza del Signore nell’Eucaristia» ( ibidem , n. 48). Indubbiamente nelle dichiarazioni teologiche permangono delle differenze sul modo della presenza reale e sulla sua durata. Il linguaggio cattolico parla tradizionalmente di «transustanziazione»; mentre il linguaggio luterano parla piuttosto di una «presenza del Corpo e del Sangue di Cristo in, con e sotto il pane e il vino». Ma questa differenza non mette in causa, sostanzialmente, il riconoscimento della presenza di Cristo nell’eucaristia ( ibidem , n. 51). È pur vero che la divergenza sulla durata della presenza reale per ora non è stata sormontata: secondo i cattolici, il dono della presenza eucaristica rimane oltre il momento della celebrazione (da qui la pratica dell’adorazione), mentre tradizionalmente ciò non è ammesso dai luterani. Tuttavia il documento L’eucaristia indica alcune vie che permetterebbero di progredire: da parte cattolica, si dovrebbe ricordare che la prima intenzione della «riserva eucaristica» è la distribuzione agli ammalati e agli assenti; da parte luterana, si dovrebbe riconoscere che, da secoli, l’adorazione eucaristica ha occupato un ruolo rilevante nella devozione cristiana. Senza dubbio, il dialogo luterano-cattolico è molto meno avanzato sulla questione dei ministeri. Tuttavia il documento Il ministero pastorale nella Chiesa (1981) apporta queste precisioni: il defectus ordinis non significa che il ministero, così come esiste presso i luterani, non eserciti le funzioni essenziali del ministero istituito da Cristo; e i luterani, da parte loro, non negano che il ministero ecclesiale esista autenticamente nella Chiesa cattolica. Tra i futuri cantieri figura anche l’importante questione dei “modelli d'unità”. Oggi non condividiamo più la visione — dominante fino a qualche decennio fa — di un’unità intesa come il “ritorno” dei protestanti nella Chiesa cattolica; infatti siamo maggiormente consapevoli del fatto che la comunione futura dovrà riunire comunità aventi ciascuna la propria tradizione particolare. Tuttavia il dialogo ecumenico non deve preconizzare una semplice giustapposizione di gruppi diversi di cristiani: il suo scopo è quello di una sola Chiesa, anche se questa deve accogliere nel suo seno una reale diversità. La domanda quindi è la seguente: come concepire la comunione ecclesiale futura, in modo tale che l’unità della Chiesa sia reale e che, al tempo stesso, rispetti le legittime differenze? Questa domanda comporta tra l’altro una riflessione sul ministero di comunione nella Chiesa universale (che, dal punto di vista cattolico, passa attraverso il riconoscimento del ministero affidato al vescovo di Roma).

© Osservatore Romano - 13-14 novembre 2017

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