Rassegna stampa formazione e catechesi

AUTOGIUSTIFICAZIONE, MALATTIA E SCLEROCARDIA

"I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio"
(Mt. 21,31)

spoliazione FrancescoCosa significa questa parola?
Cosa è meglio... essere "pagani", peccatori pubblici, piuttosto che stare nel tempio di Dio?

Gesù non promuove una categoria e tanto più non promuove l’essere peccatori ma constata che è più facile per chi "non si sente buono e a posto" entrare nel Regno di Dio.

 

L'autogiustificazione, il fondare la nostra stima, l'autostima, su ciò che si fa per Dio e non su quello che Dio fa per noi è un principio sottile di perdizione.
Perché è un inganno.
Il nostro io, mendicante approvazione, avido di consensi, cerca di piacere agli altri e alla nostra idea proiettata di ciò che è uomo o donna, realizzata, più che cercare di piacere al cuore di Dio.
Il nostro io non fonda la propria stima e l'autostima su l'amore presente, provvidente e reale del Padre ma cerca i surrogati. Le cisterne screpolate (Ger. 2,13).
È una deriva latente, subliminale, che nasce dalla ferita di origine e che dobbiamo sempre tenere ben presente.
Ed è il problema dei problemi che filtra ogni sana lettura sulla storia.
Quella personale, quella ecclesiale e quella mondana.

Talvolta tali surrogati sono palesi e anche ridicoli, specie nel primo liminale livello.
Il bisogno di benessere, di ricchezza, di fama, di successo.
Certamente il clima narcisistico ed edonistico propinato da reti televisive private e pubbliche, dall'immaginario social-media, inquina costantemente e distrae l'uomo, magari solo per relax. Occorre rigore e disciplina anche nell'usare il mezzo televisivo e non dare spazio alla vacuità della gran parte dei programmi.

Poi si sale un po’ più su.
Si fonda la stima sulla salute. "Basta la salute” si dice; ma in fondo sappiamo che non è assolutamente vero, altro feticcio. Anche se, occorre dirlo, persone che sono considerate rette e degne di fede, davanti alla prova, quella vera, si accorgono, se oneste, che quello che loro pensavano fosse fede era solo "una sorta di catechetica nozione, buona salute e mancanza di autentiche difficoltà".
Oppure si fonda la stima sui rapporti sociali, sullo stare assieme, sui gruppi, sulla condivisione, sulla progettualità, e perché no, sulle grandi opere di beneficenza. Le assemblee, i gruppi, il “democratico” incontrarsi. Ci si sente cristiani perché facenti parte socialmente di un gruppo di appartenenza. Solo che quel gruppo non diventa la manifestazione pneumatica dell’agire di Dio ma delle isterie concordate di un gruppo.
È talvolta un gruppo pagano che si riveste di cristianità. Dio viene cosificato in nome dell’autostima che il gruppo garantisce. Una truffa sociale e democratica.

Il capolavoro dell'inganno, salendo ancora più su nella menzogna, sta proprio nel fondare la stima su ciò che facciamo per Dio, per la parrocchia, per il gruppo o il movimento.
Anzi più viene oggettivato questo "fare", più diviene "politico", più investe il "bene comune", più è ampio l'inganno.
Ci riempie e ci gratifica.
E già!
Qui l'inganno è sopraffino perché maschera "l'uso di Dio" con il lavoro per la vigna o la ricerca di Dio.
Ma il nostro cuore ancora non è nudo.
Ce ne accorgiamo quando siamo costretti dalle situazioni a perdere un ruolo nella comunità, una poltrona, un ruolo di pubblica stima.
Se crolla questo andiamo in depressione; ci mancano gli appigli. Urliamo e scalpitiamo come infanti capricciosi nel pieno dell’isteria.

"Quando si agitava il mio cuore
e nell'intimo mi tormentavo,
io ero stolto e non capivo,
davanti a te stavo come una bestia." (Sl. 73, 21-22)

Diciamo infatti: "Non è retto il modo di agire del Signore" (Ez. 33,17)

Questo scalpitare rivela che eravamo fuori centro; avevamo fondato la nostra autostima sulle cose di Dio e non su di Lui.
Ancora, in fondo, non ci fidiamo.
E, magari, pur essendo poveri di beni, siamo ricchi e avidi. Avari.
Poveri di tutto e attaccati a piccolezze.

Ora, tutte queste fonti di stima, sono pur buone ma anzitutto hanno bisogno di ordine e di una gerarchia di importanza.
Necessitano di un "ordine nello sguardo".
La ricchezza non è una cosa cattiva, così come non lo è il successo sociale, né la salute, né la progettualità caritativa, né il lavoro a piene mani in ordine alla Polis ed al Bene Comune, ecc.
Ma tutto questo senza essere ordinato e relativizzato, magari con un velo di umorismo (vero toccasana di ridimensionamento dell'ego) prende, disgraziatamente, il centro del cuore e dei nostri pensieri.
Poi è dannoso, distraente, ed è la "porta della perdizione" fondare la nostra autostima sulle cose che facciamo per Dio, persino sui doni di Dio che ci sono stati dati.

A questo serve un autentico cammino di Direzione Spirituale, a mantenerci onesti, resi e sempre discepoli.
Virilmente discepoli, non femminei agli sfoghi e alle compiacenze.
I social, talvolta, aumentano la malattia.
E tale malattia attraversa i generi.

E dov'è dunque la soluzione?
La soluzione è quella dell’empatia totale con Cristo, il Magistero dei Santi ce lo ricorda.

"Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù."
Hoc sentite in vobis, quod et in Christo Iesu.
τοῦτο ⸀φρονεῖτε ἐν ὑμῖν ὃ καὶ ἐν Χριστῷ Ἰησοῦ. (Fil. 2,5)

Dal testo latino e greco della lettera alla comunità di Filippi è chiaro che Paolo non si basa su capacità “rivestite” di intelletto ma della Scienza stessa dello Spirito: vedere con Cristo, come Cristo, percepire come Cristo, avere il Suo sguardo, i Suoi pensieri, la Sua Passione.
È opera e dimensione pneumatica.
È dono da chiedere costantemente perché ci è stato donato con il Battesimo e rafforzato con la Santa Cresima.

Occorre che ci sforziamo di scoprire, nella Grazia e per Grazia, quella che già ci è stata data (la grazia di Stato Battesimale), con disciplina, come il fondamento, di tutto e del nostro essere, è nelle mani del Padre e che Lui, amorevole e misericordioso, non ci fa mai mancare il necessario.

Ci ha donato Suo Figlio e in Lui e nello Spirito Santo, ci dona ogni cosa che realmente serve alla nostra salvezza.
Anche se talvolta (ed è un bene) non è facilmente comprensibile.
Comporta l'uscire da sé, fatica e dolore. Occorre partorire sé stessi alla “vita nuova nello Spirito Santo”.

Questo non deve creare musi lunghi, tristi, "mosci", ma anzi muovere alla "gioia ineffabile, indicibile e gloriosa – ἀγαλλιᾶσθε χαρᾷ ἀνεκλαλήτῳ καὶ δεδοξασμένῃ" (1Pt. 1,8), che anima instancabilmente ogni nostro passo e che si fonda sul Suo sguardo su di noi e non sullo sguardo che noi abbiamo su di Lui.

Essere profondamente coscienti di essere, immeritatamente e liberamente, nudi e poveri figli del Re.

Il canto allora sgorga naturale nella coscienza in questa provvidente misericordia.
Un canto che diventa intonato anche su chi è stonato ed ha in sé delle distonie perché è il canto della lode che ordina, ritma e condisce di sale sapiente ogni istante della nostra vita.
Ogni istante, difficile, crocifisso, normale, bello, gioioso che sia.
Un canto che lo Spirito mette nel cuore dei suoi figli perché iniziano ad avere "gli stessi sentimenti di Cristo Gesù".

Pertanto cerchiamo di smettere di vivere in una continua autogiustificazione ed agitazione ma restiamo fieri di come Dio ci ama, assieme e personalmente.
Qui c'è la fonte e questa fonte va cercata.
L'ingiustizia non è soltanto compiere il peccato,
non è solo la via dell'accidia e dell'omissione del bene,
ma è anche sentirsi giustificati e saldi su ciò che facciamo di bene piuttosto che comprendere che è il Bene che ci anima, ci possiede e ci dona costantemente di compierlo.

Allora si scopre che una grande fonte di ingiustizia, ed è tipicamente nostra che abbiamo ricevuto il dono della fede, è che non coltiviamo con ogni mezzo l'intimità con Colui che tutto si dona e tutto si è donato in Cristo.

Questa è anzitutto la volontà del Padre da compiere:
guardare a colui che ci ha donato, Cristo Gesù, spegnendo e relativizzando tutto ciò che, magari pur buono, non ci fa fondare la stima sul Suo sguardo. Questa è l'opera dello Spirito.
L'adorazione in "Spirito e Verità" ἐν πνεύματι καὶ ἀληθείᾳ δεῖ προσκυνεῖν (Gv. 4,42).

"Tanto quanto vale l'uomo davanti a Dio, tanto vale e non di più", ci ricorda Francesco, il povero di Assisi, nelle sue parole proprie all'ammonizione XIX.
Probabilmente il santo più nudo e più rivestito di Cristo che ha posto i suoi sentimenti nei sentimenti di Cristo.
E tali si sono svelati nella carne.

PS: “Beato il servo, il quale non si ritiene migliore, quando viene magnificato ed esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più” (Ammonizione XIX).

PiEffe


Lunedì della XXX settimana delle ferie del Tempo Ordinario

SS. Luciano e Marciano, martiri a Nicomedia, in Turchia

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