Rassegna stampa formazione e catechesi

Armida e le altre

L’istituto secolare delle missionarie della Regalità di Cristo compie cento anni 

Il 19 novembre 2019, l’istituto secolare delle missionarie della Regalità di Cristo celebra il centenario della sua fondazione. Un secolo fa, a San Damiano, dove Francesco d’Assisi aveva ascoltato la voce del Crocifisso, che lo invitava a riparare la Chiesa in rovina, un gruppo di donne consacra la propria vita a Dio, senza vacare la soglia di un convento. La scelta suona paradossale o, quantomeno, inedita alla stessa Armida Barelli, che l’ha desiderata, vagliata, voluta, assunta per sé e proposta ad altre sue compagne di viaggio: «Ciascuna tastava lo scapolare e il cordiglio ricordando le sue promesse; ciascuna ripeteva interiormente il nuovo nome, dicendosi con la soddisfazione di chi ha trovato finalmente la sua vita: “Dunque sono una consacrata, una francescana sotto le parvenze di una signorina qualunque”».

Il logo dell’anniversario dell’istituto secolare delle missionarie della Regalità di Cristo

Consacrata, ma senza un segno identificativo, che permettesse un riconoscimento e anche una riconoscenza; consacrata a Dio, eppure una donna qualunque. Consacrata, ma non separata dalla vita di tanti uomini e donne qualunque; consacrata, ma negli interstizi dell’ordinarietà famigliare, sociale, politica, della compagnia degli uomini.

Fondere realtà apparentemente antitetiche come fede e impegno politico, spiritualità e dedizione professionale, ricerca di Dio e passione per la cultura costituisce l’aspirazione massima di Armida, che nasce in una famiglia anticlericale, mazziniana, intrisa di valori risorgimentali, causa del dissidio tra liberalismo e cattolicesimo. Non a caso, in quello stesso anno, 1919, si celebra a Bologna il primo congresso del Partito Popolare, per vincere sia l’arroccamento di una Chiesa che ancora rivendica l’aggressione di Porta Pia, sia la mancanza di sensibilità sociale di un liberalismo anticlericale, impaurito per l’avanzare del proletariato.

Anche Agostino Gemelli, che accompagna e incoraggia Armida Barelli a intraprendere la sua inedita via di consacrazione, vive il passaggio dall’ateismo socialista al cattolicesimo, come una dolorosa ricerca della conciliazione tra Dio e scienza, fede e modernità. Egli si trova, per così dire, pressato tra una la censura di Chiesa sospettosa dell’ingegno intellettuale e il suo desiderio di indagare, di sperimentare e di capire: lui, già assistente di Camillo Golgi, il primo italiano a ricevere il premio Nobel per la medicina, nel 1906. Nel frattempo, Armida Barelli viene incaricata da Benedetto XV di fondare la Gioventù femminile di Azione cattolica (Gf).

Armida veniva dall’esperienza della prima guerra mondiale, durante la quale aveva scoperto il primo affiorare dei fenomeni di massa: gente sbandata, priva di una formazione che la renda protagonista delle proprie scelte familiari, sociali e politiche. Per lei, ideatrice con Gemelli dell’Università cattolica, era giunta l’ora di imprimere una svolta al mondo femminile: decide di istruire le sue collaboratrici e far loro studiare psicologia, per conoscere se stesse; sociologia, per organizzare incontri e accompagnare gruppi; logica e dialettica per potere parlare in pubblico. Le donne della Gf sono capaci di guidare le masse. Questo progresso, però, ancora non appaga Armida, che sogna una società non solo migliore, bensì nuova.

Per essere costruttori di un mondo nuovo non è sufficiente il semplice volontariato di Azione cattolica, un impegno limitato al fine settimana, alle serate libere da occupazioni lavorative. Armida ne parla al nuovo Papa, che non conosce ancora l’iniziativa di San Damiano: «“Non veniamo né per l’Università Cattolica, né per la Gf, ma per un’altra cosa che ci sta ancor più a cuore”. E Pio XI: “Possibile più a cuore dell’Università Cattolica, per la quale ci avete fatto offrire la vostra vita?”. E noi: “Sì Santo Padre”. Sua santità si fece attento a noi e gli narrammo come era sorta la famiglia francescana dietro le direttive datemi da Benedetto XV, gli dicemmo l’idea nostra della consacrazione di laici a Dio nel mondo per l’apostolato, seguendo i consigli evangelici; gli parlammo della prima regola da noi fatta nel coretto di Santa Chiara. “Lasciateci pensare e pregare. Si tratta di una novità nella Chiesa, ma la Chiesa non teme le novità buone”».

In un clima di separazione tra la Chiesa e lo Stato, conflitto sanato solo in parte dai Patti lateranensi del 1929, non è pensabile una consacrazione per i laici che vivono immersi nella società civile, monopolizzata dell’autorità statale fascista. Tanto più che i laici vengono definiti dal Codice di diritto canonico dei “non chierici”, oppure dei “non religiosi” (can. 107 e 948). I laici non hanno una missione propria, appannaggio dei soli chierici, né possono aspirare a una qualsiasi forma di consacrazione, ritenuta elemento esclusivo dei religiosi.

Laicità e consacrazione risultano termini antitetici, così come antitetici sono quelli di laicità e apostolato. Alla congregazione del Concilio, che si occupa dei laici, e a quella dei religiosi, competente per la vita consacrata, che si rinviano a vicenda la responsabilità di assumere una decisione riguardo alla nuova forma di vita, Gemelli scrive: «Conosco le ragioni per le quali si afferma che vi è in questa figura giuridica del sodalizio, come da me presentato, un’intrinseca contraddizione; non sono i membri del sodalizio, Religiosi, si dice, mancando gli elementi necessari per essere tali; non sono semplici fedeli, perché, nel mentre si uniscono a far parte di una pia associazione, si obbligano con voto di castità. Dunque si conclude, nessun canone del vigente Diritto canonico contempla questa figura giuridica ibrida».

La Memoria storico-giuridica che Gemelli compila nel 1938 con l’aiuto di Giuseppe Dossetti, giovane assistente di diritto canonico dell’Università Cattolica, per dimostrare la necessità di una «nuova via di perfezione» che consenta una presenza cristiana nel mondo (in saeculo) e per, così dire, dall’interno di esso (veluti ex saeculo), viene fatta ritirare dalla Congregazione del Sant’Ufficio. Anche la Provida mater (1947), celebrata come magna carta degli istituiti secolari, non accontenta Gemelli e provoca una forte reazione da parte della Barelli: «Credemmo dunque che la nuova Costituzione non ci riguardasse (…) noi non c’entriamo! Noi rimaniamo Associazione laicale femminile».

Il documento parla, infatti, di una consacrazione “quasi religiosa” e di un apostolato laicale ridotto a supplenza di quello religioso e presbiterale. Soltanto il Primo feliciter (1948), recependo le istanze della stessa Barelli, mette l’accento sia sulla secolarità della consacrazione, sia sulla specificità professionale e sociale dell’apostolato secolare, riprendendo la formula gemelliana della «presenza non solo nel mondo, ma dentro il mondo» (veluti ex saeculo). È la vita secolare che deve plasmare la consacrazione e questa, nello stesso tempo, è definita «veramente religiosa quanto alla sostanza».

La secolarità come vita dentro il mondo diventa la forma della consacrazione, nuova perfezione. Anche la stessa spiritualità e la vita di preghiera devono intonarsi con le esigenze della secolarità. La vita interiore «non è una siepe, o un muro, che vi distacca dal mondo nel quale dovete vivere», ammonisce Gemelli.

La secolarità come stile di consacrazione trova piena conferma nel concilio Vaticano II, che evidenzia la bontà del creato e quindi anche della storia, cioè della città terrena, scena dell’itinerario della famiglia umana verso l’assemblea di tutte le genti.

Lo aveva ben compreso Giancarlo Brasca, già responsabile dell’Istituto maschile della Regalità: «Con il concilio Vaticano II la Chiesa si è riproposta nei confronti del mondo con un atteggiamento nuovo, di fiducioso e umile servizio. La Chiesa ha preso più viva coscienza di essere la porzione di mondo salvata per salvare gli altri. La Chiesa ha meglio compreso di essere tutta l’umanità salvata, l’insieme degli uomini in comunione con Dio e, perciò, tra loro. Ha più fortemente realizzato cosa comporti essere nel mondo, per il mondo, legata dunque ai suoi problemi, alle sue speranze, alle sue sofferenze».

La consacrazione che abbraccia la dimensione secolare nella sua totalità, con le sue contraddizioni, con le sue gioie e speranze, con le sue angosce e tristezze, mira a una vera consacrazione del mondo, consecratio mundi. Come chiarisce, infatti, Paolo VI: «Voi camminate sul fianco di un piano inclinato, che tenta il passo alla facilità della discesa e che lo stimola alla fatica della ascesa». E aggiunge che «è un camminare difficile, da alpinisti dello spirito».

La consacrazione nella dimensione secolare consiste, infatti, nel difficile esercizio della responsabilità, all’interno dei più disparati contesti: quell’essere «ala avanzata della Chiesa nel mondo», che fa della condizione sociologica propria della vocazione secolare una «realtà teologica» che realizza la salvezza con la sola presenza: presenza nascosta come quella del lievito dentro la pasta.

È proprio tale nascondimento generativo che presso l’istituto Secolare della Regalità di Armida Barelli trova la traduzione nel “principio del riserbo”: una presenza discreta, operante attraverso la nuda testimonianza, senza etichetta; riserbo quale distintivo stesso della secolarità, intesa come un abitare le pieghe della storia: ospiti e pellegrini alla maniera di Francesco di Assisi.

Secondo Gemelli, questa modalità di vivere la secolarità risale allo stesso santo umbro, per il quale i frati «non dovevano avere convento; egli voleva che andassero pellegrini per il mondo», per concludere con ambizione: «Ci sono voluti secoli perché si realizzassero le condizioni affinché l’ideale di san Francesco potesse attuarsi. Voi siete le anime fortunate chiamate dalla divina Provvidenza ad attuare questo programma». Successivamente è ancora Brasca a intervenire sul tema del riserbo, come elemento essenziale della secolarità: «Oggi, nel nostro mondo travagliato dai dubbi, dalla disistima per il passato e dalla sfiducia per l’avvenire, bisogna che il cristiano non si proclami tale da sé ma venga piuttosto riconosciuto tale dagli altri, sulla base dell’esperienza che egli riesce a realizzare. Solo così la sua testimonianza ha l’efficacia delle realtà autentiche».

Sulla consacrazione senza etichetta, senza logo, senza brand, cioè secolare, si dimostra infine assai chiarificante un passaggio dello stesso Paolo VI: «Consacrazione indica invece l’intima e segreta struttura portante del vostro essere e del vostro agire. Qui è la vostra ricchezza profonda e nascosta, che gli uomini in mezzo ai quali vivete non si sanno spiegare e spesso non possono neppure sospettare».

Alla luce delle ultime considerazioni sulla Costituzione pastorale Gaudium et spes — ritenuta compendio dell’intero processo di rinnovamento conciliare e quasi messaggio finale del concilio, come l’invio missionario per una Chiesa rinfrancata alle fonti della vita cristiana — torna assai significativo quanto affermato ancora da Paolo VI, che assegna agli istituti secolari l’applicazione di questa straordinaria Costituzione conciliare: «Siete una manifestazione particolarmente concreta ed efficace di quello che la Chiesa vuol fare per costruire il mondo descritto e auspicato dalla Gaudium et spes».

La secolarità consacrata, paradossalmente, non trova posto nella Lumen gentium, ancora ingessata sulla triplice ripartizione del Codex Iuris Canonici del 1917: chierici, religiosi e laici, neppure gli viene riservato spazio nella Ad gentes e nella Apostolica actuositatem, sulla missione dei laici. L’ibridità, il meticciato, di cui parlava Gemelli in tempi non sospetti, rientra solo nei parametri della Gaudium et spes, che prevede la convergenza tra Chiesa e mondo.

In attesa di una ricomprensione della dimensioni missionaria, laicale ed ecclesiale, pare dunque più che opportuna la collocazione della secolarità consacrata nel panorama della costituzione pastorale, prospetta da Paolo VI.

Anche secondo Brasca, la secolarità consacrata costituisce l’elemento ponte tra Chiesa e mondo e come la cinghia di trasmissione tra queste due realtà, considerate fino ad allora antitetiche. Brasca, anzi, vede proprio nell’apporto della Gaudium et spes la migliore conferma della secolarità consacrata, intesa dall’Istituto secolare della Regalità, ideato da Armida Barelli in accordo con Agostino Gemelli: «Dice la Gaudium et spes: “Il popolo di Dio (…) cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme agli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti (…) svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo”. Queste sono, a mio parere, tra le frasi più importanti del concilio, perché ci dicono in poche parole l’essenziale della nostra missione: scandagliare i segreti della realtà in cui viviamo senza superficialità, senza improvvisazioni, sempre più attenti a cercare con onestà e serietà. Nella realtà sta infatti, misteriosamente, Dio stesso!».

Brasca ritrova nella medesima Costituzione anche la conferma della storia del carisma dell’istituto delle missionarie della Regalità, del quale privilegia la vicenda di Gemelli solo perché orientato dalla sua appartenenza alla componente maschile, ma senza il proposito di escludere l’apporto fondamentale di Armida Barelli, che lo ha incarnato nella sua esistenza, coltre ad averlo ideato: «Padre Gemelli si era formato nel periodo a cavallo tra due secoli. Aveva sperimentato le profonde distanze tra la cultura moderna e gli insegnamenti della Chiesa. Aveva sofferto la lacerazione tra principi opposti, aveva provato il vuoto che conseguiva alla scelta di uno dei due mondi: quello materialista; aveva sperimentato quanto fosse ardua la risalita verso una sintesi che precedeva di sessant’anni la Gaudium et spes. Era giunto alla convinzione che solo una unità vitale tra i principi cristiani e i valori moderni poteva dar vita a una nuova epoca storica finalmente costruttiva».

Alla Barelli però va lasciata la parola conclusiva. Quando l’iniziatrice di una istituzione, dopo averne stabilito i percorsi formativi e concepito l’ideale e averlo vissuto, scrive non solo gli statuti della stessa istituzione, ma perfino la sua storia, può essere considerata fondatrice a tutto tondo. Se però è la stessa autorità pontificia a proporre la stesura della vicenda della propria creatura, ciò può essere valutato come riconoscimento sommo dal suo ruolo di fondatrice. «Nell’ultima udienza che ebbi dal Santo padre, prima del nostro trentennio, Pio XII mi disse di scrivere e dargli una breve storia della nostra spirituale famiglia, dalla nascita a San Damiano fino all’inserimento negli istituti secolari da lui creati, per prepararci un discorso aderente alla realtà. A questo proposito vi dirò che anche in quell’udienza il Santo Padre mi disse, che aveva presenti noi, missionarie della Regalità, nel creare gli Istituti Secolari. Io dissi al Santo Padre che gli avrei mandato la breve storia e gliela inviai».

di Giuseppe Buffon

© Osservatore Romano - 20 novembre 2019


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