Rassegna stampa formazione e catechesi

Apertura alla grazia

gesu e samaritanadi PHILIPPE BORDEYNE

Fra le critiche rivolte all’ Instrumentum laboris dell’assemblea sinodale del 2015, c’era quella secondo cui la parte di esso dedicata alla descrizione delle sfide che incontrano le famiglie nel mondo di oggi rifletteva alla fine un approccio troppo pessimista e sociologico. Lo sguardo della fede cristiana sulla situazione attuale appariva assente. Molti padri chiesero che si facesse piuttosto un discernimento dei segni dei tempi alla luce del Vangelo, come lo aveva fatto il concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Gaudium et spes .Nel documento finale si è tenuto conto di questa osservazione e la stessa cosa ha fatto anche il Papa nel testo della sua esortazione apostolica. Da una parte, infatti, egli consacra il primo capitolo dell’ Amoris laetitia alla visione biblica.
Dall’altra, introduce nettamente la prospettiva della fede cristiana nel capitolo 2, che ha per titolo «La realtà e le sfide delle famiglie». Scrive esattamente: «Come cristiani non possiamo rinunciare a proporre il matrimonio allo scopo di non contraddire la sensibilità attuale, per essere alla moda, o per sentimenti di inferiorità di fronte al degrado morale e umano. Staremmo privando il mondo dei valori che possiamo e dobbiamo offrire» ( Amoris laetitia , 35). Nello stesso tempo, egli promuove «uno sforzo più responsabile e generoso, che consiste nel presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia, così che le persone siano più disposte a rispondere alla grazia che Dio offre loro» ( ibidem ). Aiutare le persone a rispondere meglio all’offerta della grazia: questa è la visione che Francesco ha della pastorale della Chiesa, e tale è anche il progetto che anima Amoris laetitia in tutte le sue parti. In effetti questo testo è allo stesso tempo un insegnamento magisteriale, un messaggio rivolto ai battezzati e un documento pedagogico, che mira a far scoprire a ogni persona che Dio la chiama a crescere nell’amore. In modo programmatico, i paragrafi 36 e 37 tracciano il progetto. Si può afferrare l’itinerario attorno a sette parole-chiave che, a mio parere, danno accesso al cuore del pensiero teologico di Papa Francesco. Queste sette parole si strutturano intorno a tre coppie di polarità che sfociano su un settimo termine, centrale in Am o ris laetitia : il discernimento. La prima polarità esprime la tensione tra ideale e concreto. Il Papa sostiene una «salutare reazione di autocritica», perché la proposta della Chiesa dell’«ideale teologico del matrimonio» è stata rivolta in modo «troppo astratto», troppo centrato sulla procreazione e non abbastanza sulla coppia dei coniugi, «lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono» (36). Così, un’«idealizzazione eccessiva» del matrimonio tende a scoraggiare le coppie che vogliono sposarsi, mentre allontana i pastori dalla vita reale dei giovani sposi che fanno fatica di fronte al peso dei loro obblighi professionali e genitoriali: «Né abbiamo fatto un buon accompagnamento dei nuovi sposi nei loro primi anni, con proposte adatte ai loro orari, ai loro linguaggi, alle loro preoccupazioni più concrete» (36). La seconda polarità è quella che unisce la grazia divina e la crescita umana. «L’idealizzazione eccessiva» del matrimonio o l’insistenza esclusiva sulle «questioni dottrinali, bioetiche e morali» scoraggia le persone che si impegnano nel matrimonio mentre bisognerebbe puntare «sull’apertura alla grazia» senza la quale la vita insieme rischia di apparire come un «peso da sopportare per tutta la vita» (37). Il matrimonio fa paura se non è accompagnato dalla «fiducia nella grazia», i cui frutti sono la «crescita» nell’amore. La grazia di Dio sostiene il «percorso dinamico di crescita e realizzazione» nella vita della famiglia alla quale aspirano le coppie e della quale conviene parlare loro con semplicità. La terza polarità mette in relazione la coscienza dei fedeli e la conoscenza concreta che essi hanno dei loro limiti. Il Papa nota che i pastori fanno fatica a volte a «dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti» (37). Francesco ricorda anche con forza la dignità della coscienza dei fedeli, dal momento che la tradizione teologica è unanime nell’indicarla come la norma prossima della moralità, cioè come la guida più sicura per chiunque cerchi di comportarsi in modo morale, benché essa non sia infallibile. «Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (37). Il suo richiamo vale evidentemente per gli operatori pastorali a tutti i livelli di responsabilità, «dai vescovi fino al più umile e nascosto dei servizi ecclesiali» ( Evangelii gaudium , 76). Questo è tanto più vero dal momento che nessuno meglio di colui che le vive può conoscere le proprie inibizioni, incapacità, costrizioni, nonché gli obblighi contraddittorii, tutto ciò che Francesco indica in modo generico con il termine «limiti». Ecco perché una coscienza non può mai sostituirsi a un’altra. Come affermato dal concilio Vaticano II , «la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» ( Gaudium et spes , 16). Per formare le coscienze, conviene sensibilizzare le persone alla dolce presenza in loro della grazia che avvolge i loro limiti sotto una luce di misericordia, in tal modo che le decisioni da prendere diventano contemporaneamente più audaci e più realiste. La settima parola è discernimento. Il lavoro interiore che Francesco chiama discernimento risulta dal cammino paziente e rigoroso attraverso le tre polarità precedenti. Discernere significa cercare l’ideale senza dimenticare che esso si deve incarnare passo dopo passo nel concreto delle nostre esistenze. Significa anche fidarsi della grazia di Dio stando attenti alla crescita che essa suscita nella vita delle persone che accettano di aprirsi a essa. Discernere, infine, significa esporre la coscienza morale al riconoscimento lucido dei limiti, i propri, quelli degli altri e quelli tipici della nostra epoca, in modo da formare un giudizio retto della realtà così com’è, cioè almeno così come essa si presenta oggi, e non come si vorrebbe che fosse. Insomma, più i punti di riferimento sono scossi dai cambiamenti culturali e sociali, più conviene affidarsi alla coscienza morale lavorata dalla grazia divina. Non dimentichiamo — dice Francesco — che i fedeli sono capaci di «portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi» ( Amoris laetitia , 37). Per «scrutare» in modo valido «i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo» ( Gaudium et spes, 4), la Chiesa deve dunque stimolare questa facoltà razionale e spirituale che si chiama discernimento. Ogni membro del popolo di Dio ne ha ricevuto il dono, dall’umile battezzato fino al vescovo di una diocesi che ha ricevuto la responsabilità di una parte di questo popolo di Dio. Vediamo così quanto le nozioni di coscienza e di discernimento nel pensiero del Papa siano strettamente legate. L’una e l’a l t ro sono considerati in modo dinamico, alla luce della salvezza che Dio fa sorgere nella storia delle persone e delle società.

© Osservatore Romano - 7 agosto 2018


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