Rassegna stampa formazione e catechesi

Anno Sacerdotale: la storia di don Saju Perumayan, prete indiano da 10 anni in Italia

Una vita da ragioniere contabile e poi la consapevolezza che la vera gioia si trova solo rispondendo alla chiamata di Cristo: è questo il cammino percorso da don Saju Perumayan, sacerdote della Chiesa di San Romualdo Abate di Roma, la cui testimonianza vi proponiamo per la nostra rubrica dedicata all'Anno Sacerdotale. Originario dello Stato del Kerala, in India, don Saju è entrato in seminario a 28 anni, dopo aver compreso il progetto che Dio aveva in serbo per lui. Al microfono di Isabella Piro, don Saju racconta come è nata la sua vocazione:



R. - Sono entrato in seminario a 28 anni e prima di questa decisione, per circa quattro-cinque anni, ho lavorato come ragioniere, ma nel mio cuore avevo questo desiderio del sacerdozio. Il Signore ci fa capire, tante volte, se ci lasciamo guidare da Lui, qual è la vocazione, qual è la scelta che dobbiamo fare. Non trovando quella gioia nell'ambito del lavoro, piano piano si capisce che forse si sta sbagliando strada e che il Signore vuole per te un'altra strada. Così si prende una decisione, anche se sicuramente, per me, c'è stata molta difficoltà nel lasciare il mio lavoro, tutto, e intraprendere un'altra strada. Avevo comunque la fiducia che il Signore, se mi aveva chiamato, mi avrebbe dato la forza per andare avanti ed intraprendere questo cammino.
 
D. - Qual è l'insegnamento più grande che ha ricevuto dalla vita sacerdotale?
 
R. - L'amore verso il prossimo. Il Signore ci ha chiamato a manifestare il Dio invisibile e attraverso il nostro amore, gli altri possono vedere Dio. Dobbiamo vivere nella comunione e nell'amore di Dio. Perciò, la mia vita personale può costruire tante cose, ma, se non c'è la comunione tra noi, non si producono grandi frutti.
 
D. - Lei è arrivato in Italia più di 10 anni fa, nel 1998. E' stato facile integrarsi?
 
R. - Ho trovato molte difficoltà all'inizio e subito, dopo 3-4 giorni, volevo ritornare in India, perché ero solo, non parlavo italiano... Ma il Signore non mi ha lasciato e ho potuto trovarLo con l'aiuto dei miei compagni, dei miei superiori e di tutte le persone che mi erano intorno.
 
D. - Lei è originario dell'India, un Paese in cui spesso purtroppo si verificano violenze anticristiane. Come vive queste notizie?
 
R. - Non ho paura di questo perché ti accorgi che la Chiesa è cresciuta con il martirio: attraverso il martirio e la persecuzione, la Chiesa diventa ancora più forte. La Chiesa non deve temere questo, il Signore provvede.
 
D. - Come portare, secondo lei, l'annuncio del Vangelo nelle zone di crisi?
 
R. - Con l'amore. L'amore è la prima arma per annunciare anche la nostra fedeltà. Noi dobbiamo essere fedeli a Cristo, fedeli alla nostra chiamata. Dobbiamo annunciare il Vangelo con l'amore e con il perdono.
 
D. - Qual è il suo augurio per l'Anno Sacerdotale?
 
R. - Che tutti i sacerdoti possano rimanere sempre fedeli a Cristo, come Lui è stato fedele al Padre, anche per una rinnovata Pentecoste e tante chiamate al servizio sacerdotale.

© Radio Vaticana - 28 marzo 2010

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