abrahadi JOSEPH LEVI

In una delle sue ultime pubblicazioni Lévi-Strauss, il profeta della struttura universale delle rivelazioni e delle strutture culturali e antropologiche particolari, confessa di essere diventato ancora più scettico sul suo universalismo strutturale dopo aver visto l’uso fatto delle sue teorie per legittimare i particolarismi più estranei alla sua visione comunque universalista.
Come poteva Abramo e come possiamo noi far combaciare morale universale e morale particolare? E quali misure e mezzi filosofici religiosi e scientifici abbiamo a disposizione per poter far convivere e legittimare l’una e l’altra visione? A nome di una morale e rivelazione universali, l’occidente ha eliminato popolazioni particolari intere, e in varie parti del mondo, oggi, delle rivelazioni religiose giustificano crimini contro l’occidente e contro l’umanità, incluse testimonianze archeologiche di antiche civiltà. Quale deve essere il ruolo della ragione e come possiamo farla diventare convincente? Una voce reale e rivelatrice capace di guidare le scelte di applicazione concreta delle più forti rivelazioni religiose. Siamo in grado, in incontri interreligiosi come il nostro, di sviluppare una guida condivisa attraverso la quale mediare o addirittura conversare e trattare il nostro rapporto col divino? Auerbach ci spiega che tutta la tensione creata dal testo che noi sentiamo come lettori che accompagnano Abramo e Isacco nel loro disperato viaggio diviso tra fiducia in un Dio vicino all’uomo, con il quale strinse un’alleanza, e l’episodio tremendo della prova, fu costruita per enunciare con maggior forza retorica il carattere misericordioso del Dio di Abramo e della Bibbia, Dio che critica e dinega i sacrifici umani attuati in quell’epoca e in quelle zone come accettabile pratica cultuale. Il Dio della Bibbia chiede l’assoluta fiducia e devozione ma risponde a una tale fiducia con un reciproco patto di fiducia nell’uomo, Abramo, rappresentante dell’umanità intera. Sarà la fiducia di Dio nell’uomo a farlo crescere e a sviluppare in lui una moralità universale di rispetto per ogni vita umana creata da Dio. Applicando l’emotività della ragione universale, il carattere divino dello stesso uomo splende ancora di più. Questo messaggio biblico e questa antropologia biblica vengono interpretati dal Midrash in un rapporto complicato di rispetto e invidia fra Adamo e gli angeli che non possono fare a meno di portare rispetto all’uomo che contiene in sé l’immagine divina. E che, quando lo vedono camminare, ci racconta il Midrash, si inchinano davanti a lui come se fosse la divinità stessa a presentarsi. Tale consapevolezza della dimensione divina dell’uomo sarà poi alla base dell’umanesimo ebraico sviluppato dal pensiero ebraico post kantiano. L’uomo, la sua mente e struttura potenziale contengono in sé questa dimensione divina universale capace di ragionare e trovare una morale e un modo di ragionare universale. Lo stesso mito dell’immagine divina contenuta nell’uomo creato sarà poi alla base di sviluppi successivi della teologia e dell’a n t ro pologia cristologica. Alla base dell’umanesimo ottocentesco si trova la fiducia nella dimensione divina della mente umana e del suo substrato teologico, che secondo l’ebraismo è presente in ogni mente umana e non solo in quella unica e simbolica di Cristo. Questa profonda fiducia fra il Dio creatore dell’uomo della Bibbia ebraica e l’umanità viene esemplificato ed enunciato anche attraverso un altro episodio della vita di Abramo, la conversazione inaspettata con Dio a proposito della futura distruzione di Sodoma come punizione per la disumanità dei suoi abitanti, soprattutto nei loro rapporti sociali e per il loro atteggiamento ostile e crudele verso gli stranieri. Abramo e Dio discutono in una lunga conversazione sui termini della giustizia e della saggezza, divina e umana, sul far morire i giusti assieme ai malvagi. In questo dibattito voglio vedere l’apertura di una nuova dimensione, una nuova epistemologia e teologia sul rapporto fra morale divina e morale umana, enorme e fondamentale capitolo sulla reciprocità della fede e del patto fra il Dio dell’universo e l’uomo. Abramo, come rappresentante dell’umanità, diventa l’interlocutore del divino anche in materia di giustizia e moralità, portando la divinità stessa a confrontarsi con la percezione della giustizia dalla parte dell’uomo non solo come forma e immagine ma anche e soprattutto nei contenuti. L’uomo alleato del divino ha diritto anche alla parola e alla riflessione sulla moralità, se non su quella religiosa, su quella civica. Dall’altra parte è il divino stesso che invita l’uomo a entrare in dialogo sulla giustizia. L’uomo giusto, fedele a Dio come Abramo, gode della fiducia divina a tal punto che anche il suo ragionamento e le sue facoltà mentali sono riconosciuti in grado di confrontarsi con la ragione divina sulla giustizia sociale, civica e forse, con la dovuta umiltà e sottomissione, divina, problema che la Bibbia ci presente tramite un’altra figura umile e fedele, Giobb e. Non solo obbedienza, fedeltà e sottomissione, dunque, ma anche fiducia nella stessa mente umana creata a immagine divina di poter ragionare autonomamente e offrire le proprie argomentazioni in un dialogo col divino. Un episodio che deve impegnarci ad andare oltre i dettagli, con un invito a riscrivere e descrivere l’epistemologia e l’ontologia della conversazione fra l’uomo e il divino, anche rispetto a tante tragedie dell’umanità. Da questa lettura neo midrashica potrebbero nascere gli elementi per un neo umanesimo biblico, basato sull’enorme fiducia della divinità nel ragionamento di una persona fedele e devota che, grazie alla sua consapevolezza della presenza dell’immagine divina nella propria mente, viene riconosciuta come un possibile interlocutore col Dio creatore, giudice dell’universo. Tale reciproca riconoscenza e legittimazione fa accrescere il patto e la fiducia fra Dio e l’uomo e può diventare un modello di giudizio sulle stesse rivelazioni divine che ci possono e debbono guidare nel difficile sforzo continuo di intuire e interpretare le volontà e la giustizia divine. Far accrescere la propria conoscenza significa accrescere la propria sofferenza. Sofferenza umana positiva dalla quale nascono la moralità e la ragione.

© Osservatore Romano - 11 agosto 2017

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