Rassegna stampa formazione e catechesi

A novant’anni dalla scomparsa di Paul Sabatier

san Francesco cura il lebbroso Santiago del Chile Museo de Arte Colonial de San FranciscoIl ricordo di Paolo Sabatier è per me quello di un uomo che amava san Francesco e che san Francesco amava. Ora specialmente, che è in luogo di Verità, non vedo di lui né il critico, né lo storico: vedo il trovatore che, errando per il mondo, è: «come colui che trovasi in foresta / e che veggia venir la notte presta / e senta fiere cose onde téma àve», e non ha speranza di luce e di pace che nel ritorno del Poverello di Dio, il quale con la guerra del sole ricacci nell’inferno la lupa omicida; sento il trovèro che canta i suoi canti dell’Araldo del Gran Re, come gli antichi francesi di Carlo Imperatore, di Rolando e d’Oliviero «che sono santi Martiri», sicché ora a lui per non piccola parte si deve se la lode del Poverello risuona nelle lingue di tutte le genti.

Ho qui davanti le bozze d’una ristampa delle Laudi e delle Orazioni di san Francesco secondo il testo della preziosa Raccolta che è il codice 338 della Biblioteca Comunale di Assisi, che furono già stampate la prima volta a Santa Maria degli Angeli nella Tipografia della Porziuncola, l’anno 1897. 

Quella raccoltina stampata alla Porziuncola, che non porta il nome di alcuno dei raccoglitori, fu condotta sulla copia di quel codice (che nella parte più antica può essere stato sotto gli occhi di santa Chiara) fatta accuratamente e a me cortesemente prestata due o tre anni dopo la pubblicazione della sua Vita.
Pochi studiosi, nel fervore delle loro ricerche, sarebbero stati così cortesi; ma l’Autore di quella Vita ricordava con i fatti la parola di san Francesco, che la cortesia è una delle proprietà di Dio.
Apro la finestra, oggi che siamo a una settimana dal plenilunio di marzo, ché è la Pasqua, e vedo nel cielo nuvolo e piovoso volare sui tetti di Milano la prima rondine. Anche quel libriccino era una rondine nunzia di primavera, e veniva dalla Porziuncola. Portava in fronte poche parole «ai lettori» scritte da Paolo Sabatier a nome di «alcuni uomini venuti da parti differentissime, ma riuniti da una stessa ammirazione e da uno stesso amore per il Poverello».
E le ultime di quelle parole dicevano: «Quasi sempre confondiamo l’amore del bene con l’odio dei cattivi. Diamo la parola a san Francesco! Ed Egli ci dirà come ha fatto a vincere i duri cuori umani, rifiutando ogni mezzo che non fosse carità. I moderni ladroni di Monte Casale si ridono delle leggi, mettono in burla le prediche: andiamo per monti e per valli a portar loro il pane e il vino della misericordia, a inginocchiarci davanti a loro con umile e vera semplicità».
Queste parole, che non sono né di critico senza cuore né di storico artista che faccia l’arte per l’arte, dicono molto del Sabatier: dicono che egli conosceva e avvicinava questi ladroni, non solo delle ricchezze che servono al corpo, ma anche dei beni, anche del Pane dell’anima; e ne aveva pietà.
Dicono che sperava nelle ricchezze iniscandagliabili della Misericordia infinita, non solo per gli spogliati e i derubati, ma anche per i rubatori, e si aspettava che le onde di una nuova effusione di misericordia giungessero per vie, ignote ad altri, ma aperte e corse dall’amore-carità, fino a questi banditi della Società cristiana, che si ridono delle leggi, ma forse non hanno spenta nel cuore ogni scintilla d’amore della giustizia e del bene, che mettono in burla le prediche, ma forse hanno ancora sete di verità e di vera libertà, e aspettano da chi abbia sulla fronte la stella della fede clemente, che non spenga negli altri la speranza, e nel cuore l’amore spirato dalla sublime verità, che è il Verbo di Dio, Dio e Uomo, «dove», come ci ha insegnato un’umile donna, «dove i dotti si perdono, ed è concessa agli umili».

di Giulio Salvadori

© Osservatore Romano -  1 febbraio 2018

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