Rassegna stampa formazione e catechesi

A divenire santo fu Pietro non Celestino

croce celestino chiostrodi PAOLO VIAN

Il 12 marzo 1303, in una sala del Louvre, Guillaume de Nogaret, alla presenza del re di Francia Filippo il Bello e dei suoi consiglieri, lanciò un’accusa che rimbombò per quasi nove anni fra curie, cancellerie e università di tutta Europa: «Propono quod dictus Bonifacius est hereticus manifestus». L’assalto a Bonifacio VIII , che a due riprese si era scontrato con la monarchia francese, proseguì anche dopo la morte del papa. Prima con Benedetto XI , poi con Clemente V , il re di Francia insistette senza tregua per ottenere l’ap ertura di un processo alla memoria di Bonifacio.
Assecondandolo dopo anni di rinvii e traccheggiamenti, il papa il 16 marzo 1310 inaugurò il procedimento che, fra udienze e deposizioni, proseguì sino al 6 maggio 1312. Se in quel giorno non si chiuse formalmente un’azione giuridica «lasciata invece esplicitamente aperta», si consumò effettivamente l’ultimo atto della vicenda che rappresenta il «prologo in cielo» da tener presente per comprendere gli eventi che condurranno alla canonizzazione di Pietro del Morrone. Nel corso di quel processo, il 6 aprile 1310, nel convento domenicano di Avignone, un personaggio tutto sommato secondario, Nicola Pagano, di Sulmona, primicerio della chiesa napoletana di San Giovanni Maggiore, rilasciò una drammatica testimonianza. Nell’ottobre del 1294, mentre Celestino V si trovava a Sulmona in procinto di trasferirsi a Napoli, su incarico del papa il padre del testimone, Berardo, si era recato dal cardinale Benedetto Caetani invitandolo ad accompagnare il pontefice nella città partenopea. Nel trasferimento si intuiva la china filo-angioina del pontificato. Il testimone ascoltò e riferì l’irata risposta del porporato: «Andate voi col vostro santo, perché io non voglio venire, né lo spirito [diabolico] mi ingannerà nuovamente a proposito di quel tale». Stupito, Berardo rispose: «Se qualcuno dovesse essere canonizzato dopo la morte, questo dovrebbe essere proprio Celestino». E Caetani replicò: «Tenetevi pure la vostra santità, Dio invece mi renda felice in questo mondo perché dell’altro non me ne curo, come di una fiaba: i bruti hanno la stessa anima degli uomini e l’anima umana non sopravvive più di quella degli animali». Sbalordito, Berardo fece notare che quanto affermato era impossibile e il cardinale, sempre più infuriato, gli chiese beffardo: «Quante volte hai visto qualcuno risorgere dai morti, hai mai visto tuo padre o tuo fratello r i s o rg e re ? » . Interrompiamo qui il resoconto del breve dialogo. Inventato o reale che fosse, esso presenta la santità di Celestino contrapposta all’empietà del suo immediato successore. Fatto singolare: è lo stesso Benedetto Caetani a riconoscere e al tempo stesso a sbeffeggiare la santità del predecessore («Eatis vos cum sancto vestro», «Sit vestra ipsa sanctitas»), in un confronto tra fede e miscredenza. L’intreccio speculare fra la santità di Celestino e l’empietà di Bonifacio, nel quadro di un procedimento voluto da Filippo il Bello contro papa Caetani, diviene essenziale per comprendere quanto allora accadde. Tre anni dopo la testimonianza di Nicola Pagano, il 3 aprile 1313, Angelo Clareno annunciava compiaciuto da Avignone ad alcuni confratelli: «Ora, come speriamo, sarà canonizzato Celestino e saranno pubblicate le costituzioni fatte a Vienne, nelle quali si trovano molte cose utili ai servi di Dio e atte a frenare gli uomini perversi». Clareno fondeva l’imminente canonizzazione di Celestino V e la conclusione dei lavori conciliari in un’unica prospettiva di riforma della Chiesa, nella quale in quel momento ancora sperava. Le attese del frate marchigiano sarebbero state presto deluse. Poco più di un mese dopo la circolare del Clareno, il 5 maggio 1313, nella cattedrale di Avignone, Clemente V non canonizzò Celestino ma l’e re m i ta Pietro del Morrone e la differenza non era di poco conto. La bolla di canonizzazione non ricorda mai col nome pontificale di Celestino il nuovo santo, ascritto tra i confessori, e la breve parentesi del papato è citata solo per mostrare, alla luce della rinuncia, il suo estremo disprezzo del mondo e la nobile volontà di evitare possibili pericoli per la Chiesa a causa della sua inesperienza. Tanta circospetta cura risponde a una logica precisa: la sede romana intendeva mostrare che il nuovo santo era Pietro del Morrone, non Celestino, la cui personalità e il cui nome erano stati riassorbiti, dal momento della legittima rinuncia alla morte, dall’identità precedente e finale. Il 19 maggio 1296, nel castello di Fumone, era dunque morto Pietro, non Celestino, e Pietro, solo Pietro poteva essere canonizzato. Soltanto il 21 luglio 1668, sotto Clemente IX Rospigliosi, il santo fu inserito nel calendario romano universale con l’aggiunta del suo nome da pontefice, in una stagione in cui la questione della rinuncia di Celestino e dell’elezione di Bonifacio aveva ormai perduto ogni aspetto di problematicità polemica: dunque, san Pietro Celestino, denominazione che conserva ancora oggi e rappresenta un curioso e goffo pastiche che si spiega solo con la tormentata storia della canonizzazione. Per quanto sia stato canonizzato l’eremita e non il papa, si trattò di un fatto per molti versi unico: nei secoli medievali Pietro rappresenta l’unico caso di pontefice o, meglio, di già pontefice canonizzato, per giunta poco più di quindici anni dopo la morte. Il papa forse meno “p olitico” del medioevo, che proprio dalla consapevolezza della sua estraneità a quelVanni di Baldolo, Antifonario santorale ( XIV secolo) la dimensione giunse alla determinazione della re n u n c i a t i o , fu dunque dichiarato santo per motivazioni squisitamente politiche. Ma l’op erazione originariamente concepita riuscì solo in parte perché a essere canonizzato non fu il papa ma l’eremita, il monaco, il taumaturgo, di cui avevano parlato i testimoni dell’inchiesta dell’arcivescovo di Napoli e del vescovo di Valva. Fu uno straordinario successo della politica di Clemente V , un papa che andrebbe riscattato dalla pessima fama di «pastor senza legge» ( Inferno , XIX , 83) che gli grava addosso dal giudizio dantesco. Nella «più politica delle canonizzazioni di quel secolo» Clemente fu infatti abilissimo: mentre apparentemente accontentava Filippo, nella sostanza lo deludeva, non proclamando santo il martire della malvagità di Bonifacio ma un confessore, un esempio di santità monastica e taumaturgica sul quale pochi potevano esprimere dubbi. Fu santo Pietro, non Celestino: la sua decisione di lasciare la tiara non era stata dunque il frutto di inganno ma atto razionalmente ponderato e coraggiosamente compiuto. Se la rinuncia era legittima, la continuità del papato, anche nel brusco e inusuale passaggio, era garantita. Come, del resto, avvertì il cronista domenicano Tolomeo da Lucca osservando che «il detto signore Clemente appare avere ratificato la rinuncia, dal momento che non volle fosse chiamato Celestino». Così facendo, il papa schivò il colpo e salvò il pontificato dalla totale subordinazione alla monarchia francese che avrebbe voluto raccontare la storia del papato al volgere fra Duecento e Trecento come una tragedia shakespeariana ante litteram , in cui Celestino avrebbe assunto le vesti di re Duncan e Bonifacio quelle di Macbeth. Oppure come una ripetizione della fosca e archetipica vicenda del sacerdote di Diana Nemorensis, ispiratrice de Il ramo d’o ro di Frazer, ove il successore uccide il predecessore.

© Osservatore Romano - 24 ottobre 2018


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