Rassegna stampa formazione e catechesi

19 aprile 2005. Il Papa teologo e i suoi dialoghi

benedetto xvi ebrei-Intervista a Elio Guerriero. Il Papa teologoe i suoi dialoghi (di Andrea Monda)
-Benedetto XVI in dialogo col rabbino di Vienna. Un incredibileviaggio (di Arie Folger)
-I messaggi di Papa Ratzinger alla Fao per la giornata mondiale dell’alimentazione. Dignità dell’uomo e diritto al cibo (di Fernando Chica Arellano)


Intervista a Elio Guerriero
Il Papa teologo e i suoi dialoghi
di ANDREA MONDA
In questi giorni, tra la data del novantaduesimo compleanno, 16 aprile, e l’anniversario dell’elezione, 19 aprile 2005 è uscito il libro di Benedetto XVI Ebrei e Cristiani (edizioni San Paolo) curato da Elio Guerriero. Amico personale e biografo di Joseph Ratzinger, lo stesso Guerriero spiega a «L’Osservatore Romano» la genesi e il senso di questo volume in cui il Papa emerito dialoga con il rabbino capo di Vienna, Arie Folger.
«Il libro si compone sostanzialmente di tre parti: la prima è un importante articolo del Papa Emerito dal titolo “Grazia e chiamata senza pentimento”; la seconda raccoglie la corrispondenza tra il Papa e il rabbino Folger generata appunto da questo articolo di Benedetto XVI; e infine la terza presenta i documenti più rilevanti sul dialogo tra ebrei e cristiani emanati da entrambe le parti a partire da Nostra aetate e quindi dal Vaticano II. Tra questi vi è il testo intitolato “Tra Gerusalemme e Roma” in cui c’è il primo riconoscimento ufficiale da parte ebraica di questo nuovo rapporto di fiducia e di amicizia tra le due religioni in dialogo. Ricevendo questo documento da parte dei rabbini Papa Francesco dichiarava: “Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli”. I rabbini accolgono questa sintesi e la fanno loro. Per cui si tratta veramente di un documento di grande fiducia che segna l’inizio di una fase nuova nella collaborazione con i nostri fratelli».


Qual è l’aspetto più significativo nella corrispondenza, immagino a distanza, tra il Papa emerito e il rabbino?
Il dialogo, rigorosamente a distanza, si è poi concluso con la visita, nel gennaio di quest’anno, di una piccola delegazione di rabbini a Papa Benedetto. Quello che emerge è che la franchezza e la lealtà valgono di più di un dialogo portato avanti a tutti i costi senza rispetto per gli elementi fondamentali dell’una e dell’altra religione. Dice il rabbino Folger, rispondendo alle critiche che erano state fatte a Papa Benedetto da alcuni teologi tedeschi: «Noi pure abbiamo dei precetti che ci vengono dalla Torah e che non mettiamo in discussione, che non possiamo mettere in discussione dialogando con dei partner di qualsiasi religione, e uguale atteggiamento dobbiamo riconoscere anche alla Chiesa cattolica. È chiaro che dialogando tra di noi io non posso chiedere al Papa di rinunciare alla sua fede in Gesù al dogma dell’Incarnazione o della Risurrezione, altrimenti cade la fede cattolica. Una volta accertato questo, noi possiamo collaborare in campo etico, possiamo collaborare nella salvaguardia del creato, perché ambedue crediamo nella creazione del mondo, a questa visione del mondo come un giardino da proteggere e da trasmettere con cura ai nostri posteri e poi nella ricerca della pace per il mondo stesso».


Quali sono state le caratteristiche degli otto anni di pontificato di Benedetto XVI?
Papa Benedetto evidentemente ha portato la sua grande esperienza di teologo e di maestro di vita. Io ho sempre pensato che il rapporto tra ragione e fede sia stato uno dei cardini del pensiero di Joseph Ratzinger che è passato anche nella sua esperienza di governo della Chiesa. Pensiamo alle sue encicliche sulle tre virtù teologali, in cui ha voluto invertire l’ordine tradizionale cominciando dalla carità. La carità, l’amore, l’amore di Dio, ma inteso in senso molto esteso, addirittura partendo dalla visione platonica, e quindi l’anamnesi di Dio nel cuore dell’uomo, la ragione che genera l’amore per il Verbo e dunque per lo studio. A questo punto l’uomo che ricerca, che vuole approfondire il senso di se stesso e della sua vita, si accorge che prima di essere lui un cercatore è uno che è stato ricercato, ricercato da Dio. Da qui la fede. Tutti questi elementi si integrano fra loro e generano un rapporto di equilibrio perché la ragione stessa è stata donata da Dio, il Verbo ci è stato donato da Dio, per questo noi dobbiamo amarlo e da qui scaturisce la nascita della coscienza e l’amore alla verità.


«Cooperatori della verità» è il motto episcopale di Ratzinger: è questo il cuore del suo pensiero?
Sì, un rapporto d’amore. Noi uomini, dice Ratzinger, non possiamo rinunciare all’amore per la verità, questo è il cardine di tutto. Questo diceva Benedetto XVI rivolgendosi in modo particolare agli Stati Uniti e all’Inghilterra, portando come esempio innanzitutto Tommaso Moro, il quale, messo di fronte all’alternativa di restare fedele alla sua nazione oppure a quella che lui sentiva come verità oggettiva, si sacrifica per la verità. E poi c’è la figura di un altro grande inglese, il cardinale John Henry Newman, che Benedetto XVI ha voluto di persona beatificare. Per Newman è centrale il concetto della coscienza. Su questo c’è un importante distinguo del Papa emerito. Per lui, infatti, non si sta parlando di una coscienza soggettivistica ma di una coscienza che si lascia informare dalla fede, da un’oggettività che precede l’uomo stesso. Questa oggettività ha preso forma nei Dieci Comandamenti della legge ebraica, che è diventata legge anche per i cristiani, a cui noi non possiamo rinunciare. Gesù su questo punto, con il suo discorso della montagna, parte dal Decalogo, dalle leggi dell’antica alleanza; ma con l’amore, che è la caratteristica delle Beatitudini, vuole portare un di più, non un di meno: vuole intensificare la legge, vuole rendere queste leggi più ricche e vivide, ma non per questo meno impegnative per la coscienza dell’uomo.


Viene in mente il discorso che Benedetto XVI tenne a Parigi, una città ferita in questi giorni dall’incendio di Notre-Dame: un discorso di livello altissimo, riecheggiato poi anche a Londra e a Berlino. Si può dire che Ratzinger abbia voluto chinarsi sulle ferite dell’Europa per incoraggiare il suo cammino?
Ratzinger ha dedicato diversi discorsi e anche libri all’idea dell’Europa, riflettendo sulle recenti svolte di quel cammino: ad esempio il 1989, l’anno della caduta del muro, poi il passaggio al terzo millennio, infine la nuova costituzione europea, con la disputa intorno alle radici cristiane. In tutte queste occasioni, purtroppo, Benedetto XVI si è rivelato un facile profeta. L’Europa senza una base prepolitica si è trovata e si trova in gravi difficoltà e oggi più di ieri ha bisogno veramente di riscoprire le sue radici. Esattamente a Parigi, Papa Benedetto fece un discorso, prendendo spunto da un libro che soprattutto a cavallo degli anni ’70-’80 era molto famoso, il volume di Jean Leclercq L’amour des lettres et le désir de Dieu (“L’amore delle lettere e il desiderio di Dio”) nel quale c’era appunto una riflessione sull’Europa intesa come patria spirituale. Si chiedeva, quindi, il Papa: qual è la ricchezza che connota l’Europa e a cui l’Europa non può rinunciare? La risposta risiede nell’eredità ebraico-cristiana che è stata costruita ed è stata arricchita dal medioevo in avanti. Proprio a Parigi si forma la prima università l’universitas studiorum generata da questo amore per le lettere, per la cultura e insieme sostenuta dal desiderio e dall’amore di Dio. Per questo il rimando a Dio, concludeva, non può assolutamente mancare. Fu allora che il Papa fece quel riferimento, che poi è stato accolto, al Cortile dei gentili, dove si ritrovano credenti e non credenti per discutere cordialmente e amichevolmente, un luogo che ricorda il bisogno fondamentale di una base culturale e spirituale. Senza questa dimensione l’Europa si riduce a una unità commerciale, a un soggetto che esporta solamente merci; ma se questo accade, essa diventa semplicemente una piccolissima parte del mondo e perde la cosa più importante, il fondamento culturale e spirituale a cui non può rinunciare. In virtù di questo fondamento l’Europa può ancora svolgere un ruolo significativo nel mondo, altrimenti diventerà insignificante, progressivamente irrilevante. Questo era il grande messaggio di quel discorso. Posso immaginare oggi quanto Benedetto XVI, che è anche accademico di Francia per i suoi meriti culturali, sia rimasto addolorato e commosso per l’incendio di Notre-Dame, luogo di bellezza e spiritualità che sintetizza tutto quello che il Papa emerito ha voluto dire nel suo pontificato.




Benedetto XVI in dialogo col rabbino di Vienna
Un incredibile viaggio
Pubblichiamo un estratto della prefazione scritta dal rabbino capo di Vienna al libro «Ebrei e Cristiani» che raccoglie il suo dialogo con Benedetto XVI (Editrice San Paolo, Cinisello Balsamo, 2019, pagine 144, euro 15).
di ARIE FOLGER
Poco prima della riunione semestrale del Comitato permanente della Conferenza dei Rabbini d’Europa, il rabbino capo Pinchas Goldschmidt presidente della Conferenza mi chiese se ero disposto a guidare una Commissione che, in occasione del 50° anniversario del concilio Vaticano II, doveva preparare una risposta a Nostra aetate n. 4. Allora non avevo la minima idea che — a seguito del documento che allora non esisteva ancora, io avrei avuto un pubblico confronto scritto prima contro, quindi con il Papa emerito — avrei incontrato di persona il Papa in carica e avrei conosciuto di persona il Papa emerito. Inoltre era quanto meno inverosimile che sarebbe intercorsa tra di noi una corrispondenza che avrebbe suscitato un interesse internazionale e la mia umile persona sarebbe stata citata nelle riviste cattoliche di teologia.
Ed invece è successo proprio questo. L’interesse per questo confronto è grande e questo dimostra che nel XXI secolo gli uomini non solo mostrano interesse al dialogo interreligioso ma s’interessano anche di teologia.
Sulla base delle numerose conferenze stampa in diverse lingue possiamo dire che il documento dei rabbini Tra Gerusalemme e Roma è stato un pieno successo che entrerà negli annali della storia. È il primo documento di questo genere da parte degli ebrei ortodossi, sottoscritto non da singoli rabbini ad personam, bensì da organizzazioni internazionali di rilievo: la Conferenza dei Rabbini d’Europa (Cer), il Consiglio Rabbinico d’America (Rca) e il Gran Rabbinato dello Stato d’Israele.
Altrettanto grande è stato l’interesse alla nostra reciproca corrispondenza che ha avuto origine con la pubblicazione dello scritto di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, Grazia e chiamata senza pentimento. In quello scritto che viene ripresentato in questo volume il Papa emerito cerca di gettar luce su quello che, dal mio punto di vista di osservatore esterno, può essere definito il campo di tensione tra fedeltà alla propria tradizione, in particolare alla via cattolica alla salvezza da una parte e dall’altra l’apertura al significato dell’irrevocabile e duratura alleanza di Dio con il popolo d’Israele.
Quando lessi questo scritto mi accorsi subito che era una replica a un passo del testo della Commissione per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo. Nel testo dal titolo Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili la commissione sosteneva la tesi che gli ebrei hanno parte nella salvezza di Dio e definiva questa tesi «un mistero divino insondabile». La definizione di mistero permetteva alla commissione di evitare di spiegare come è possibile dal punto di vista cristiano che gli ebrei, nonostante restino tenacemente attaccati alla loro via di salvezza e non accettino la via cristiana, hanno parte alla salvezza di Dio. In Tra Gerusalemme e Roma noi parliamo di differenze inconciliabili e profonde, soprattutto per quel che riguarda l’identità del Messia e la dottrina trinitaria.
È ben comprensibile, d’altronde, che molti cattolici considerino insufficiente questa dichiarazione. Per questo nella mia critica a Benedetto ho mostrato comprensione per questo punto. Noi ebrei ortodossi siamo tenacemente attaccati alla legge della nostra religione e quando la legge lega le nostre mani nel dialogo interreligioso e ci proibisce qualche cosa ci sottomettiamo alla volontà di Dio e accettiamo i limiti con i quali dobbiamo condurre questo dialogo. In questo caso noi ci aspettiamo dai partner del nostro dialogo interreligioso che essi mostrino comprensione e rispettino al riguardo i nostri limiti. Noi vogliamo solo discutere guardandoci negli occhi. Per questo, a mia volta, non posso esimermi dal concedere la stessa libertà alla Chiesa cattolica.
Io comprendo che per la Chiesa non è una sfida da poco restare ortodossamente fedele alla propria tradizione e nello stesso tempo mostrare questa grande apertura nei confronti del popolo ebraico. In questo, però, dovrebbe essere a priori chiaro che il modo in cui Benedetto come teologo cattolico conservatore affronta questo campo di tensione è tipicamente cattolico e non sarà sempre kosher (accettabile da un punto di vista ebraico). Benedetto è il massimo rappresentante emerito della Chiesa e non un esponente ebreo.
Nel suo scritto Benedetto suggerisce molto chiaramente che, secondo la sua concezione, vi è una sola via di salvezza. Questo ha dato fastidio a molti teologi liberali sia ebrei che cattolici. Io però, come detto, non me la sento di prendermela con lui per questo. In fondo anche noi ebrei crediamo in un’unica via di salvezza, che è proprio in contraddizione con la via di salvezza cristiana. Che, nonostante questo però, troviamo delle strade per rafforzare e fondare teologicamente la nostra reciproca fraternità mostra quanto si siano sviluppate bene negli ultimi decenni le relazioni cristiano-ebraiche. Ognuna delle due confessioni trova ciascuna a suo modo l’argomentazione per consolidare questa fraternità e creare spazio per l’altra. L’ebraismo, come noto, è una religione non missionaria. Secondo la nostra concezione l’umanità non deve diventare necessariamente ebrea per giungere alla salvezza dell’anima. È sufficiente riconoscersi nell’alleanza con Noè e a essa attenersi. Solo gli ebrei sono obbligati ad attenersi puntualmente alla legge della Torah. In questo modo creiamo lo spazio per tanti che la pensano diversamente. E, al riguardo, in Tra Gerusalemme e Roma affermiamo: «I cristiani mantengono uno status speciale perché adorano il Creatore del cielo e della terra, che ha liberato il popolo di Israele dalla schiavitù d’Egitto e che esercita la provvidenza su tutta la creazione» (16).
Dal canto suo anche Benedetto trova una via per spiegare, nonostante si mantenga fermo a un’unica via cristiana di salvezza, come mai i cristiani debbano rinunciare a una missione diretta agli ebrei e come mai l’alleanza di Dio con il popolo ebreo non è stata revocata e non è revocabile. In questo modo egli offre un contributo importante al dialogo cattolico-ebraico.




I messaggi di Papa Ratzinger alla Fao per la giornata mondiale dell’alimentazione
Dignità dell’uomo e diritto al cibo
di FERNANDO CHICA ARELLANO*
«Qui sibi nomen imposuit Benedictum XVI». Con queste parole, il 19 aprile di quattordici anni fa, il cardinale Medina Estévez annunciava all’orbe l’ascesa al soglio petrino dell’allora cardinale Ratzinger il quale, nella sua prima udienza generale da Pontefice, intese spiegare le ragioni del nome additandone il reale riferimento a Benedetto XV e al grande santo di Norcia, patriarca del monachesimo occidentale. Ciò fece, per indicare il ministero a servizio della riconciliazione e dell’armonia tra gli uomini e i popoli che egli intese e fu in grado di svolgere, costituendo a sua volta un autentico e fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà.
L’instancabile magistero ordinario di Benedetto XVI, pertanto, non poté ignorare il tema nevralgico dell’emergenza alimentare, tanto nelle sue prominenze caritativa e solidale (Deus Caritas est, 30), quanto nelle articolate accezioni del diritto al cibo e dello sviluppo globale sostenibile (Caritas in veritate, 17.21.27). Queste ultime egli seppe declinare con acribia negli otto messaggi indirizzati al direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione (Gma).
Infatti, con lucida lungimiranza, Benedetto XVI seppe da subito collocare il problema dell’accesso al cibo e la tensione allo sviluppo mondiale, organizzato e integrale all’interno dello sviluppo che ebbe a definire armonioso, capace cioè di tener conto della prospettiva più vasta entro la quale è inevitabilmente inserito: una prospettiva che vede l’uomo al centro, con tutto l’insieme dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni, del suo patrimonio di valori spirituali e materiali. Tale richiamo all’antropocentrismo integrale, assieme alla necessità di assumere la tutela della dignità umana — origine e fine dei diritti fondamentali — quale criterio ispiratore della Fao, è la parenesi che il Pontefice volle muovere nel 2005, allorquando l’Organizzazione invitava a riflettere sul rapporto tra agricoltura e dialogo tra le culture.
La stessa tensione personalista costituisce il fulcro del messaggio del 2006, quando il tema della Gma fu l’assioma: «Investire nell’agricoltura per la sicurezza alimentare» e il Papa non esitò nel denunciare come non venga offerta attenzione sufficiente alle necessità dell’agricoltura e questo, oltre a sovvertire l’ordine naturale della creazione, compromette il rispetto per la dignità umana. Benedetto XVI continuava poi segnalando come per attuare una saggia inversione del trend d’inadeguatezza che caratterizza l’attenzione rivolta al settore agricolo, sia necessario ridimensionare la priorità troppo spesso conferita agli aspetti tecnici e socioeconomici, giungendo a riconsiderare in maniera adeguata il fattore umano; solo nel momento in cui la persona umana verrà trattata come protagonista, sarà finalmente chiaro che i guadagni economici a breve termine debbano essere posti nel contesto di una migliore pianificazione a lungo termine per la sicurezza alimentare, scongiurando qualsivoglia attività in grado di arrecare danni irreversibili alla natura, anzi acquisendo nel contempo un giusto equilibrio fra consumo e sostenibilità delle risorse.
Realismo e consapevolezza dell’inadempimento del diritto all’alimentazione innervano anche il messaggio per la Gma 2007, proteso a riflettere sulle cause di tipo naturale e sulle situazioni provocate dal comportamento degli uomini che continuano a flagellare l’umanità, affamandola. Sradicare la fame, per il Pontefice, è una priorità che comporta non solo il beneficiare dei risultati della scienza, ma anche il tenere conto dei cicli e del ritmo della natura: priorità da assolvere in seno al multilateralismo internazionale, il quale iniziava a mostrare premura circa la minaccia del cambiamento climatico. Fu proprio a questo tema che Papa Ratzinger dedicò il messaggio per la Gma 2008, rilevando come le repentine alterazioni climatiche costituissero un pericolo per la sopravvivenza di milioni di uomini: pericolo che già allora lasciava intravedere la necessità di provvedimenti coraggiosi, scongiurando la tentazione di considerare la fame e la malnutrizione semplicemente fenomeni endemici e irrisolvibili. Tali provvedimenti potranno trovare genesi nella misura in cui le relazioni internazionali tornino ad ancorarsi su di una giustizia sociale effettivamente consapevole della destinazione universale dei beni creati, una giustizia in grado di innescare una necessaria modificazione degli stili di vita e dei modi di pensare (Messaggio per la Gma 2009).
Dare e ricevere in proporzione ai bisogni effettivi, corrispondendo all’urgente bisogno morale di solidarietà, è lo stimolo che nel 2010 Benedetto XVI affidava a quegli Stati che, uniti nell’urgente consapevolezza di una cooperazione internazionale autentica e fraterna, intendessero sovvenzionare progetti sussidiari per sostenere un autentico sviluppo umano, abbattendo il divario alimentare e contribuendo a far emergere l’unità della famiglia umana. In alternativa, ebbe a ricordare in occasione della Gma 2011, la crisi, la sfrenata globalizzazione dettata da interessi particolari e la conseguente intensificazione dei flussi migratori contribuiranno a far sentire i popoli più vicini, ma non fratelli. I valori della fratellanza e della compassione, richiamati e raccomandati nel messaggio, sono gli unici in grado di garantire imparzialità ed efficienza nel servizio delle istituzioni internazionali che hanno l’obiettivo di garantire la nutrizione.
Eppure l’operato di quei poteri pubblici che tendono a favorire forme di condivisione e di gratuità non possono trovare campo d’azione e giustificazione esclusivamente nel campo valoriale; dovrebbero bensì disporre adeguati strumenti legislativi e finanziari affinché ogni corpo intermedio preposto all’incremento della produzione agricola e della sicurezza alimentare, a tutela del mutamento sociale e della tensione per un più ampio miglioramento di vita, possa giovare di un sostegno concreto e perdurante per il proprio operato. È infatti la sussidiarietà — scriveva nel 2012 Benedetto XVI in merito ai diversi soggetti antagonisti della fame — a garantire la capacità e l’apporto originale della persona preservando le sue aspirazioni nella dimensione spirituale e materiale, tenendo nella giusta considerazione la promozione del bene comune e la tutela dei diritti della persona.
Se, dopo questa breve disamina, facilmente si è potuto evincere come la radicale consapevolezza biblica «Non in solo pane vivit homo» abbia costantemente plasmato le dichiarazioni del Pontefice emerito sul tema di alimentazione e diritto al cibo, in maniera ancor più lampante potrà comprendersi la lungimiranza che guida la Chiesa in questa direzione. In virtù della trascendenza della persona umana: pasce fame morientem; a motivo del significato e della dignità dell’uomo: pasce fame morientem; in ossequio del mandatum novum: pasce fame morientem; per onorare il Creatore, servendo la creatura: pasce fame morientem.
Benedetto XVI, nell’ottemperare al monito di Giovanni 21, 17 «Pasce oves meas», ha saputo ribadire come l’uomo possa conoscere l’autenticità della propria vocazione solo al cospetto di Dio; in questa direzione egli è stato in grado di tracciare un sentiero di equità e giustizia sociale: sullo stesso, l’umanità può camminare verso la riscoperta della dignità di ogni persona, specialmente se affamata, perché è in modo particolare per quest’ultima che risuona l’invito ad cœnam Agni.


*Osservatore permanente della Santa Sede presso la Fao, l’Ifad e il Pam


© Osservatore Romano - 19 aprile 2019

 

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