Rassegna stampa etica

Una bomba a scoppio ritardato. Sui diversi sintomi legati al prepotente riproporsi del nazionalismo

kristevaPubblichiamo uno stralcio di uno degli articoli usciti sull’ultimo numero della rivista «Vita e Pensiero».
Julia Kristeva

Lo constatiamo tutti. Lo straniero ossessiona la globalizzazione: Italia, Ungheria, Venezuela... Niente a che vedere con uno spettro, come fu il caso dello spettro del comunismo che ossessionava la Santa Alleanza europea (secondo il Manifesto del Partito Comunista) più di un secolo e mezzo fa.

L’insostenibile presenza degli stranieri è ben più dirompente e reale, dall’esterno e dall’interno delle nostre frontiere, per quanto anch’essa pesantemente sovraccaricata di fantasmi immaginari. Come alzano gli occhi dai loro selfi e iperconnessi, i twittatori nativi si risvegliano stranieri nel loro stesso Paese. Gli uni, atterriti dall’ondata migratoria, la “grande sostituzione”; gli altri, sorpresi di ritrovarsi essi stessi stranieri, in quanto temporanei autoimprenditori dell’uberizzazione transfrontaliera; disoccupati, o agricoltori di territori desertificati; bambini che non fanno colazione prima di scuola, e altre “diversità” riscontrabili fra quanti vengono lasciati indietro dal “sistema”. Al di fuori della rete, i likers e i followers perdono l’illusione virtuale di “vivere insieme”, non vi credono più, sono stranieri in cerca di un Paese che non esiste. L’iperconnessione confina con lo spaesamento; la post-verità e le fake news provocano e acuiscono il sentimento — il risentimento — di estraneità.
Nel 1988, più di trent’anni or sono, scrissi Stranieri a noi stessi, che fu preso per un libro. Era un grido. E vorrei oggi farne udire qualche accento, nella convinzione che le nostre riflessioni potranno trovare il loro senso solo a condizione che restiamo in ascolto di questa condizione umana che mette in discussione lo Stato-nazione e stenta a credere anche nella ragione politica: «Straniero: rabbia strozzata in fondo alla gola, angelo nero che turba la trasparenza, traccia opaca, insondabile. Figura dell’odio e dell’altro, lo straniero non è né la vittima romantica della nostra pigrizia familiare né l’intruso responsabile di tutti i mali della città. Né la rivelazione attesa né l’avversario immediato da eliminare per pacificare il gruppo. Stranamente, lo straniero ci abita: è la faccia nascosta della nostra identità, lo spazio che rovina la nostra dimora, il tempo in cui sprofondano l’intesa e la simpatia. Riconoscendolo in noi, ci risparmiamo di detestarlo in lui. Sintomo che rende appunto il “noi” problematico, forse impossibile, lo straniero comincia quando sorge la coscienza della mia differenza e finisce quando ci riconosciamo tutti stranieri, ribelli ai legami e alle comunità. Lo “straniero”, che fu il “nemico” nelle società primitive, può scomparire nelle società moderne?».
Questa estraneità essenziale, che le diverse varianti della sedentarizzazione — alternando “radicamenti” ed esili — avevano più o meno cicatrizzato, viene risvegliata brutalmente dalla globalizzazione in mano al virtuale. Lo Stato-nazione è ancora il contenitore ottimale di questa nuova umanità cui aspira un “Paese che non esiste”? La mia risposta è “sì”; la nazione è un antidepressivo, a condizione che si colleghi — ma a quale prezzo? — agli insiemi superiori, regionali e culturali (l’Europa, per esempio). Un antidepressivo che non può più fare a meno del “genere umano”. Ma che deve, per questo, riprendere, interrogare e rifondare non solo le culture nazionali ma anche la memoria delle religioni costituite, le quali sostengono di possedere un “legame unificante”, un legame che trascende le comunità etniche e politiche storicamente costituite. E rifondare l’umanesimo universale stesso, che se ne è separato, che le interroga e che s’interroga.
Perché la non-appartenenza al gruppo (famiglia, clan, tribù, nazione, “sistema”) che contraddistingue lo straniero dall’interno e dall’esterno compromette la mia identità e persino mi minaccia di collasso identitario? Poiché l’identità è una componente incerta, con una solidità relativa e fragile, essa viene rassicurata dall’appartenenza a un gruppo, o forse è questa, in fin dei conti, a costituirla interamente. Ricordiamo l’osservazione di Marcel Proust: in Francia, la massima di Amleto, «essere o non essere», è diventata «essere o non essere dei loro» — celebre formula ripresa da Hannah Arendt e che replica al sarcasmo di Voltaire: «Si diventa devoti per paura di non essere niente»...
Per noi, esseri parlanti, il gruppo (famiglia o nazione) non garantisce unicamente una continuità biologica (naturale) ed economica (che consiste nel beneficiare dei beni essenziali): il gruppo costruisce e custodisce il senso, dimensione costitutiva dell’essere umano. Del mio linguaggio, dei miei valori, della mia cultura storica, il gruppo è l’habitat (la parola greca ethos significa inizialmente “habitat”). Il gruppo assolve all’etica! L’essere parlante che io sono abita i suoi progenitori, la loro tradizione e il loro linguaggio, che sono il mio ethos, la mia etica.
Si capisce, dunque, come essere dei loro (appartenere a un gruppo, a una famiglia, a una nazione) possa agire da antidepressivo. Cosa che ha degli effetti secondari tossici. La famiglia e la nazione che sono i miei antidepressivi degenerano ben presto — ahimè! — in passione maniacale di persecuzione, passiva e attiva, e autodistruttiva. Ma (nella tappa attuale dell’esistenza di Homo sapiens) la mia identità ne ha strutturalmente bisogno; ora, l’estraneità, gli stranieri, mettono a repentaglio questa identità e rischiano di distruggerla.
Stigmatizzando a giusto titolo le derive nazionaliste, certe ideologie progressiste hanno sottostimato, se non negato, il senso fondatore e il valore di consolidamento dell’identità nazionale.
Naturalmente la globalizzazione sfrenata deve essere regolata e ottimizzata. Questi processi sono in corso, ma essa impone e imporrà delle modificazioni accelerate delle identità nazionali. Ma quando, a giusto titolo, ci rivoltiamo contro il populismo, non dimentichiamo però gli accenti populisti dei fondatori della nazione repubblicana stessa, ai suoi inizi. Sieyès: «Il popolo sempre prostrato». Robespierre: «Gl’infelici mi applaudono». Guai, perciò, alla negazione che maltratta questo antidepressivo che è la nazione, e di cui Giraudoux diceva: «Le nazioni, come gli uomini, muoiono di impercettibili scortesie». Le nostre negazioni sono spesso ben più che semplici scortesie.
Noi siamo chiamati, in forza dell’economia, dei media, della storia, a coabitare con e fra stranieri in un Paese, la Francia, a sua volta in corso di integrazione in un’Europa minacciata dalla disintegrazione. C’incamminiamo verso una nazione-puzzle fatta di diverse particolarità, in cui la dominante demografica è per il momento francese — ma fi no a quando?
Per la prima volta nella storia, siamo condotti a vivere con delle “diversità” dovendo scommettere prioritariamente, se non unicamente, su codici morali personali, senza che ci sia un insieme che, abbracciando le nostre particolarità, possa contenerli, orientarli, trascenderli.
Io non sono ottimista, l’avrete capito, ma, da pessimista energica, io scopro con i miei analizzanti che solo l’analisi dei fallimenti ci consentirà di ancorare il legame unificante all’estraneità e al bisogno di credere, immanente in ognuno di noi. Per contribuire a far vivere questa attualità pratica della nazione che è la coesione repubblicana.

© Osservatore Romano - 21 maggio 2019



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