Rassegna stampa etica

Troppi diritti violati

BERLINO, 19. L’impossibilità di frequentare le celebrazioni in una chiesa o di leggere la Bibbia con altri fedeli; controlli e limitazioni delle attività religiose, addirittura repressioni compiute in nome di una supposta “eredità religioso-culturale”; segni e confessioni sempre più banditi dalla sfera pubblica; ostacoli al diritto di cambiare il proprio credo. Sono alcune delle preoccupanti realtà che emergono dal secondo «Rapporto ecumenico sulla libertà di religione dei cristiani nel mondo» presentato venerdì scorso in una conferenza stampa a Berlino dall’arcivescovo di Bamberg, Ludwig Schick, presidente della Commissione per la Chiesa universale della Conferenza episcopale tedesca, e dal vescovo Petra Bosse-Huber, incaricato per le questioni internazionali della Chiesa evangelica tedesca.
Il documento — riferisce il Sir — offre una panoramica sullo stato globale del diritto alla libertà religiosa. Lo studio guarda in primo luogo ai cristiani, che vivono, un’«amara routine quotidiana», molte difficoltà e subiscono discriminazioni, ma «non è esclusivo». Questa seconda edizione approfondisce il tema della libertà di conversione, aspetto controverso anche dal punto di vista giuridico. Il diritto di cambiare credo viene definito la “prova del nove” della libertà religiosa: infatti, «solo se è legalmente riconosciuta la possibilità di cambiare, anche il rimanere in una comunità religiosa può essere compreso come espressione della libertà personale». Ci sono paesi (nel Vicino oriente come in Africa) in cui il cambio di religione è punito anche con la morte, altri — non solo islamici — che prevedono leggi sulla blasfemia, altri ancora che vietano il proselitismo. La fluidità interpretativa in questo ambito, segnala il rapporto, «dà agli stati un ampio campo di manovra per sanzionare forme indesiderate di propaganda religiosa». Ci sono poi nazioni, è il caso dell’Egitto o della Giordania, in cui i musulmani convertiti continuano a essere considerati come “musulmani” e i loro figli cresciuti come musulmani; in altri la conversione dà origine a “incertezze legali”, a volte fino allo scioglimento del vincolo matrimoniale o alla perdita del diritto di istruzione per i figli. L’elenco dei pregiudizi e delle stigmatizzazioni sociali è altrettanto articolato e giunge fino alla situazione di mettere in dubbio l’autenticità di un “cambiamento di religione”, ipotizzando all’origine una strategia per poter ottenere più facilmente il permesso di asilo. Altro fenomeno diffuso sono «le violazioni alla libertà religiosa attraverso l’imposizione di un’identità nazionale religiosamente fondata». Il dossier mette in luce tutti quei contesti in cui la linea di demarcazione non è tra chi crede e chi non crede, ma tra l’appartenenza nazionale e un’altra appartenenza. Per esempio, in Sri Lanka, «identità nazionale e buddismo sono strettamente legati a danno della minoranza non cingalese», e in India è dominante un gruppo fondamentalista indù. In alcuni paesi dell’Estremo oriente si assiste a una contemporanea restrizione delle libertà di opinione, riunione e associazione, con un «forte controllo sulle comunità religiose». In certe nazioni dell’area ex sovietica le moschee sono poste sotto controllo video ma a volte anche le chiese cattoliche non sfuggono a particolari c o n t ro l l i . Dal 2013 a oggi è «significativamente cresciuta la violenza in nome della religione» in alcuni stati dell’Africa subsahariana: Kenya, Mali, Repubblica Centrafricana, Gibuti, Camerun. Se, infatti, la situazione continua a essere drammatica nel nord della Nigeria, anche nella Repubblica Centrafricana ci sono stati nuovi scontri tra i ribelli seleka e le milizie anti-balaka, i primi di matrice musulmana, i secondi cristiana, responsabili — sottolinea il rapporto — di aver fatto fuggire dal paese l’80 per cento dei musulmani. Come detto, nella regione settentrionale della Nigeria la violenza dell’o rg a n i z z a z i o ne terroristica jihadista sunnita Boko Haram ha ucciso oltre ventottomila persone dal 2011 a oggi. In America latina crescono invece i conflitti tra le diverse confessioni e i «tentativi di missione in regioni abitate da comunità indigene sono motivi di contrasto». Accade in Guatemala, Colombia, Brasile, Argentina e Paraguay, al punto che i convertiti riceverebbero minacce dagli appartenenti alle comunità indigene.

© Osservatore Romano - 20 dicembre 2017

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