Rassegna stampa etica

Sturzo, politica atto d’amore

sturzoStefania Falasca

Parla l’arcivescovo Michele Pennisi studioso del prete di Caltagirone, a cento anni dalla nascita del Ppi: «Bisogna tornare a essere “popolari” in un’azione di testimonianza cristiana» Ha anticipato il magistero di papa Francesco per il quale «la politica è vocazione altissima, una tra le forme più preziose della carità, perché ricerca il bene comune»


«Don Luigi Sturzo ha rappresentato un punto di riferimento per tutti i cristiani impegnati in politica. Il prete di Caltagirone, nato all’indomani del Vaticano I e morto prima che fosse annunciato il Vaticano II, è un personaggio scomodo. In occasione dell’inizio del processo di canonizzazione qualcuno si è chiesto come si potesse ardire di proporre agli onori degli altari un prete che si è occupato di politica, ritenuta cosa certamente ambigua. Ma il paradosso di don Sturzo è proprio quello di essere un sacerdote testimone della carità pastorale nella politica». Il tentativo sturziano di realizzare, attraverso il Partito popolare italiano «partito laico o aconfessionale ispirato ai valori cristiani», un impegno sociale e politico, «rispettoso sia di una ben intesa integralità del cristianesimo che di una sana laicità della politica», riveste ancora una sua attualità. In occasione del centenario della nascita del partito da lui fondato, 'Avvenire' ha chiesto di illustrarne l’eredità all’arcivescovo di Monreale Michele Pennisi, attento studioso del pensiero e dell’opera di don Luigi Sturzo e il cui contributo, nel panorama degli studi sturziani, costituisce il primo approfondimento del substrato religioso a fondamento delle intuizioni politiche del sacerdote siciliano.
Eccellenza, cento anni fa con l’appello a «tutti gli uomini liberi e forti» don Sturzo dava vita al Partito popolare italiano. Qual è stata la sua novità?
La novità, a differenza della Democrazia cristiana di Romolo Murri, stava nella piena autonomia dall’autorità ecclesiastica e nella rinuncia a fregiare il partito del titolo di cattolico, per porsi con gli altri partiti sul comune terreno della vita civile. Per Sturzo si trattava di un partito laico di chiara ispirazione cristiana, indipendente e autonomo dalla gerarchia ecclesiastica senza alcuna connotazione confessionale. Il Ppi nasce dal basso come un partito programmatico non cattolico ma aconfessionale, a forte contenuto democratico ispirato alle idealità cristiane, ma che non prende la religione come elemento di differenziazione politica.
Ma proprio sulla sua aconfessionalità furono combattute battaglie interne. Cosa significava per Sturzo?
L’aconfessionalità del partito dei cattolici democratici – che fu criticata soprattutto da padre Agostino Gemelli e da monsignor Olgiati e che suscitò riserve in vari esponenti della gerarchia ecclesiastica, i quali non gradivano il fatto che il Ppi si presentasse come partito di cattolici, ma allo stesso tempo rivendicasse la propria aconfessionalità – volle essere un tentativo non di trovare una zona intermedia tra la fede e la storia in cui si potesse mettere fra parentesi l’identità cristiana, ma di far lievitare dal basso alcuni valori fondamentalmente cristiani presenti nella realtà popolare, rivendicando una responsabilità diretta ai cattolici impegnati in politica e un’autonomia nei confronti della gerarchia ecclesiastica, di cui tuttavia non intendeva mettere in dubbio la missione di illuminare le coscienze alla luce del Vangelo.
Come considerava il perseguimento del bene pubblico?
Per Sturzo il perseguimento del bene pubblico non può essere separato dalle virtù individuali. C’è un rapporto fra la morale sociale e quella individuale. Per stigmatizzare i vizi dei politici fa riferimento all’immagine dantesca delle 'tre male bestie' della politica: lo statalismo, la partitocrazia, l’abuso del denaro pubblico e in varie occasioni ha denunciato la mafia, la corruzione, il preferire il tornaconto personale al bene comune. Il bene comune – del quale sono elementi integranti la cultura, la moralità e la religiosità oltre che l’economia – è nella concezione di Sturzo un bene che deve puntare a uno sviluppo integrale delle persone.
Vedeva però dei rischi nell’impegno dei cattolici nei partiti politici?
Riguardo ai rischi che i cattolici possono correre nei partiti, come in quelli impegnati nei partiti di ispirazione cristiana, con molto realismo ha scritto: «I partiti di ispirazione cristiana, come gli altri anche se sono costituiti con un nobile programma e con la volontà di servire il loro Paese, corrono il rischio di diventare una camarilla e di ispirarsi a poco a poco a uno spirito partigiano né più né meno di qualunque altro gruppo umano». E aggiunge: «Bisogna uscirne appena ci si accorge di esserne prigionieri, bisogna che i cattolici mettano gli interessi della nazione al di sopra di quelli del partito».
Cosa ha rappresentato questa novità nella Sicilia del suo tempo?
Ha significato liberare il clero dal servilismo nei confronti dei partiti clientelari retti da notabili locali e al contempo di evitare che i cattolici fossero servili a personaggi e partiti che nulla avevano da spartire con il messaggio cristiano. Sturzo auspicava che i sacerdoti vivessero una spiritualità incarnata nella quale l’evangelizzazione fosse coniugata con la promozione umana e avessero una cultura capace di giudicare i problemi del proprio tempo a partire dal Vangelo.
Auspicava quindi che i preti si impegnassero in politica?
Pur rilevando la necessità che il prete prendesse sul serio le indicazioni del magistero della Chiesa in campo sociale, non concluse, per questo, sull’opportunità generalizzata che il clero s’impegnasse direttamente nell’attività politica e sociale. Seppure non escluse che in eccezionali circostanze il sacerdote, che ne avesse le attitudini e che sentisse questa vocazione, potesse impegnarsi in quel campo. Ma nella sua concezione dell’impegno politico niente è più lontano dall’idea di un prete politicante, intrigante e maneggione.
In sostanza come viene concepita la politica nella visione sturziana?
Penso che la “carità politica” sia il nocciolo della sua visione, non solo teorizzata ma praticata. Fin dai primi anni della sua attività sociale e politica egli sentì come una missione introdurre la carità nella vita pubblica, nella convinzione che la carità cristiana non può ridursi solo alla beneficenza, ma deve essere l’anima della riforma della società democratica nella quale le persone sono chiamate a partecipare responsabilmente alla vita sociale per realizzare il bene comune. La carità cristiana per Sturzo non può essere dissociata dalla ricerca della giustizia che è determinata dall’amore verso il prossimo. Da queste premesse concepirà la politica come dovere morale e atto d’amore, come apostolato sociale da cui deriva il senso della responsabilità morale e della solidarietà sociale. Da senatore a vita chiese di inserire fra i brani da far imparare a memoria l’inno alla carità di san Paolo. In questo senso Sturzo ha anticipato il magistero dei papi fino a papa Francesco per il quale «la politica è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché ricerca il bene comune».
Perché il suo progetto politico non ebbe seguito?
Le ragioni furono molteplici: il Partito popolare, diviso al suo interno da varie correnti e osteggiato dalla destra cattolica, fu obbligato a confrontarsi con le altre formazioni che si rifacevano alle ideologie socialista, liberale e fascista, con le quali trovò difficoltà a collaborare. Fu inoltre ostacolato da alcuni esponenti della gerarchia ecclesiastica e infine soppresso da Mussolini nel 1926. Mussolini cercò in tutti i modi di far fuori la creatura di Sturzo ritenendola un ostacolo a un rapporto diretto col Vaticano, con il quale giudicava indispensabile raggiungere l’accordo per acquisire un consenso di massa.
Il contesto per un impegno politico dei cattolici in Italia è però oggi diverso da quello descritto allora da Sturzo…
All’impegno politico come luogo di apostolato sociale oggi sembra prevalere un’impostazione pragmatica e utilitaristica che spesso censura i valori fondamentali derivanti dall’esperienza cristiana in campo culturale, sociale e civile. Oppure declina in uno sterile moralismo, che considerando la politica “cosa sporca” si rifugia in una malintesa “scelta religiosa”, al massimo in un impegno sociale di corto respiro in quanto staccato da un progetto politico e culturale di alto profilo.
Per uscire dall’irrilevanza secondo lei è oggi proponibile la riedizione di un nuovo partito di cattolici?
Nelle attuali condizioni storiche mi sembra improponibile. Se già ai tempi di Sturzo il mondo cattolico era diviso, disperso in quelle che chiamava “chiesuole” e minoritario, oggi lo è ancora di più e soprattutto non si può non prendere atto che tra le giovani generazioni il 23 per cento dichiara di non credere a nessuna religione.
Come può realizzarsi l’attualizzazione dei valori del popolarismo sturziano?
Nonostante il carattere anticipatore di alcune sue intuizioni piuttosto che fornire delle ricette Sturzo rimanda a un impegno dei cristiani interpretando i “segni dei tempi” alla luce del Vangelo, a un impegno sociale e politico vissuto come atto di amore a servizio del bene comune e in dialogo con gli uomini del nostro tempo. Credo che oggi sia necessario ricostruire una relazione naturale con la società civile, con il popolo. Tornare a essere “popolari” dentro un’azione di testimonianza cristiana, potenziando una rete di relazioni stabili tra le varie associazioni e realtà di ispirazione cristiana sensibili al sociale per realizzare un “pluralismo ordinato”. In questo senso un’attualizzazione dei valori del popolarismo sturziano potrebbe dare fiducia nella buona politica e aiutare a superare la grave crisi culturale e politica attuale rappresentando un antidoto all’antipolitica e alla deriva populista.

© Avvenire - 13 gennaio 2019