Rassegna stampa etica

Se manca il vocabolario dell’umanità

vincent lambertFrancesco M. Valiante

Si sono consumati tra le mura asettiche e ovattate di una stanza del policlinico universitario di Reims gli ultimi istanti di vita di Vincent Lambert, morto dopo dieci giorni di sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione. Eppure la risonanza mediatica della vicenda è andata ben al di là della pur drammatica storia personale del quarantaduenne tetraplegico francese, in stato di “coscienza minima” da quasi undici anni dopo un incidente automobilistico.

Nel suo caso si sono intrecciati interrogativi etici, giudizi clinici, valutazioni giuridiche e, purtroppo, conflitti familiari che hanno alimentato speculazioni e polemiche, esasperando le contrapposizioni ideologiche e spostando l’attenzione generale dal vero fulcro della questione: una persona affetta da grave disabilità motoria e neurologica — dunque non un malato in fase terminale — con funzionalità cardiocircolatoria e respiratoria autonome, è stato privato per decisione altrui (Vincent non ha mai manifestato alcuna volontà rispetto al trattamento di fine vita) delle sostanze alimentari e dei liquidi necessari alla sua esistenza. E per questo è morto.
Tra le mura del nosocomio francese, rivelatesi incapaci di fare da argine all’onda invadente dei riflettori mediatici, si è consumata la tragedia di un uomo, ma anche la sconfitta di un’umanità che oggi rimuove il dramma e il mistero della morte ricorrendo alla sua “ospedalizzazione”. I momenti finali della vita di una persona — che una volta avevano come teatro naturale la casa, con intere famiglie unite nella preghiera, nel conforto, nella compassione — finiscono per ridursi a semplici casi clinici legati a rigidi protocolli medico-sanitari (anche se questo non li mette al riparo dalla voracità della “spettacolarizzazione”, come dimostra il caso Lambert). Fragilità e sofferenza smarriscono la loro dimensione più profonda. E vengono derubricate a voci da incasellare sulle pagine di gelide cartelle ospedaliere, dove manca del tutto il vocabolario essenziale dell’umanità: la cura, l’amore, la tenerezza, il pudore.
Ma chi vive l’esperienza della disabilità e della malattia, tanto più nei casi estremi, ha bisogno proprio di un supplemento di umanità. Ha bisogno di attenzione, di accompagnamento, di condivisione. Negargli il cibo e l’acqua — come invece è avvenuto per Vincent — vuole dire abbandonarlo, in nome di un inaccettabile giudizio di valore sulla qualità della sua esistenza. La logica dello scarto, che impietosamente si accanisce sui deboli e sugli indifesi, non ha come misura solo la dignità della vita, ma anche la dignità della morte.

© Osservatore Romano - 12 luglio 2019 

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