Rassegna stampa etica

Quei bambini seviziati e uccisi dal regime nazista

adolfIl libro di Steve Sem-Sandberg sulla clinica viennese di Spiegelgrund che applicò il T4

di SILVIA GUSMANO

Nel marzo del 1997, in uno scantinato fino ad allora rimasto chiuso sotto la vecchia sala delle autopsie dell’ospedale viennese di Steinhof, vengono ritrovati centinaia di barattoli di vetro, alti una trentina di centimetri, accuratamente etichettati e numerati.
Contengono le parti anatomiche di quasi 800 bambini, torturati, seviziati e uccisi tra il 1940 e il 1945 nella clinica di Spiegelgrund perché «degenerati razziali» o «asociali». Cioè perché malati, disabili, iperattivi, orfani, rom o ebrei. Medici e infermiere dell’istituto eseguivano le direttive e gli ordini nazisti in applicazione del programma T 4 (che deve il nome alla Tiergarten Straße, la via berlinese sede dell’ufficio responsabile, villa nel verde al civico 4, confiscata a una famiglia ebrea). Lo scopo era quello di eliminare le vite «indegne di essere vissute» per mantenere la purezza della razza ariana. Varato nel 1936, ufficialmente sospeso nel 1941 (per le proteste della popolazione e i coraggiosi sermoni del vescovo Clemens von Galen) ma di fatto condotto fino al 1945, lo sterminio delle «vite indegne di essere vissute» ebbe ufficialmente inizio nell’ottobre 1939: in una lettera Hitler autorizzava la «concessione di una morte pietosa ai pazienti considerati incurabili». Sottratte alle famiglie con la scusa di curarle o da queste consegnate spontaneamente in buona fede, le vittime scomparivano: a casa veniva recapitato un certificato che attestava la morte per “cause naturali” e, contemporaneamente, comunicava l’avvenuta cremazione onde impedire il propagarsi di epidemie. Il bilancio finale fu di circa 250.000 persone uccise, tra cui 5000 bambini, il più delle volte dopo essere state sottoposte a terribili sofferenze e a esperimenti criminali. Ai bambini ricoverati e agli adulti — medici, infermieri, genitori — di Spiegelgrund, ospedale capace da un giorno all’altro senza apparente resistenza di trasformarsi in un campo di internamento e torture per minori colpevoli di attentare alla purezza della razza ariana — dà ora voce I prescelti (Venezia, Marsilio, 2018, pagine 576, euro 20), romanzo dello svedese Steve Sem-Sandberg, autore di altri libri importanti sull’Olocausto, a cominciare da Gli spodestati, ambientato nel ghetto di Łodz. I prescelti si articola su un doppio binario: il racconto di Adrian Ziegler, uno dei bimbi “ricoverati”, riuscito per miracolo a scampare all’eutanasia, e quello dell’infermiera Anna Katschenka, che nel 1948 verrà processata per quei crimini, avendo confessato di aver «accelerato la morte» di un numero non precisato di bambini, venendo condannata a otto anni di carcere; dopo averne scontati quattro, tornerà alla sua professione di infermiera pediatrica. Da un lato, dunque, i bambini misurati, catalogati, picchiati, torturati e uccisi, tra sevizie e mostruosità di ogni tipo, cartelle cliniche falsificate e genitori calunniati. A tratti la lettura del romanzo di Sem-Sandberg si fa davvero difficile, ci sono pagine in cui l’o r ro re è tale che occorre chiudere — per un attimo almeno — il libro e respirare, prima di proseguire. Dall’altro, gli addetti ai lavori, tra le quali persone in apparenza normali capaci di trasformarsi senza opporre resistenza in mostri complici e anestetizzati. Il male è il risultato di un tetro grumo fatto di opportunismo e banalità. Cosa poteva significare per un bambino crescere a Spiegelgrund lo capiamo dunque attraverso le parole di Adrian, nato in un ambiente poverissimo e ricoverato nella clinica degli orrori perché ha «sangue di zingaro nelle vene». Resterà nell’istituto-lager dal gennaio 1941 al maggio 1944, «tre anni e mezzo: quasi una vita intera, per un ragazzo così giovane». Una vita intera da cui Adrian non riuscirà, di fatto, mai più a liberarsi. A tratti la famiglia di origine si riaffaccerà tra le mura dell’orrore, ma il conforto sarà nullo. Il bimbo ne è consapevole: un giorno la madre va a trovarlo a Spiegelgrund e lo sgomento di Adrian sarà assoluto: è lei ad aver bisogno di lui. «Come può raccontarle che in quell’istituto si uccidono i bambini, che i medici scelgono quali devono morire infilandogli una caramella in bocca? E che poi i prescelti vengono portati al padiglione 15, dove gli fanno un’iniezione o gli mettono del veleno nel cibo, e quando sono morti li sistemano su carretti con grosse ruote e un coperchio verde? (...) è la madre che cerca conforto in lui , non il contrario». La guerra finirà, Vienna verrà liberata, ma per Adrian — che pure ce la metterà tutta — sarà solo l’inizio di una lunga peregrinazione di carcere in carcere. Piccoli reati, spesso dovuti a ignoranza e fraintendimenti, che si inanelleranno senza scampo. A un certo punto, gli verrà contestato di aver incassato ventimila scellini per il suo coinvolgimento in un furto aggravato per cui, ignaro, ha fatto da palo: verrà condannato a sei anni di carcere, seguiti da dieci anni di internamento in una colonia penale per criminali recidivi. Tutto a causa della durissima perizia psichiatrica rilasciata dal dottor Gross. «Quel» dottor Gross. È una mattina del novembre 1975 quando lo psichiatra forense incontra Adrian: si conoscono benissimo già perché uno è l’ex responsabile sanitario di Spiegelgrund e capo del programma di eutanasia infantile nell’Austria nazista, destinato — a guerra finita — a una lunga e brillante carriera come chirurgo e psichiatra forense, l’altro uno dei suoi vecchi pazienti dell’istituto-lager. Una vicenda raccapricciante che ha dell’i n c re d i b i le: non solo Heinrich Gross, processato per ben tre volte, verrà ogni volta assolto (riuscirà sempre a far apparire che i bambini siano morti per cause naturali), ma quei barattoli alti trenta centimetri faranno la sua fortuna professionale. Essi fanno infatti parte di quella che lui stesso in numerosi articoli scientifici definirà la sua personale collezione anatomica: «una ricca collezione di materiali anatomici perfettamente utilizzabili... probabilmente la più ampia e ricca nel suo genere». Detto altrimenti, mentre Heinrich Gross continua a fare ricerche sui bambini che lui stesso aveva contribuito a uccidere, la fama di scienziato e di psichiatra si consolida sempre più. L’altra prospettiva narrante è quella di Anna Katschenka, infermiera a Spiegelgrund per quasi quattro anni e mezzo. Anna non è una nazista, viene da una famiglia socialista viennese della classe operaia perseguitata dal regime (il padre perde il lavoro, il fratello viene mandato al fronte e la madre è discriminata a causa dei suoi disturbi mentali). Anna sente che c’è qualcosa di sbagliato in quello che fa, capisce che si tratta di azioni incompatibili con i suoi principi etici, ma sulla base di queste considerazioni nessun passo ulteriore viene preso. La donna, semplicemente, continua a fare il suo lavoro, sentendosi in fondo lei la vera vittima. Lei, come tutte le altre infermiere di Spiegelgrund, convinte che il vero dramma sia il loro, costrette ad affrontare quotidianamente un lavoro terribile. «Siamo noi a soffrire, siamo noi le vittime». Enorme è stato il lavoro di ricerca e di studio compiuto da Sem-Sandberg per scrivere questo libro. «Quando sono arrivato a Vienna da Stoccolma — ha detto in un’intervista — una delle prime cose che mi è capitata fra le mani è stata il cosiddetto “Libro dei morti” (Totenbuch), ossia una raccolta dei diari dei medici che si occupavano dei bambini di Spiegelgrund. In quel libro sono raccolte le anagrafiche dei piccoli pazienti dalla A alla Z , con nomi e cognomi, descrizioni dei difetti fisici e psicologici, diagnosi, date di arrivo nell’istituto e date di morte (di solito circa due settimane dopo il loro ricovero). Ma la cosa che più mi ha colpito è che queste annotazioni erano corredate da fotografie, e l’80 per cento circa dei bambini ritratti in queste immagini sorrideva. Del resto è questo che un bambino fa quando si trova davanti un uomo con una giacca bianca e una buffa macchinetta fotografica fra le mani. La cosa più naturale per un bambino è avere fiducia e sorridere. Tutti quei bambini avevano fiducia in queste persone, che in realtà erano lì per ucciderli. Vedere questo libro, con i volti di oltre 800 bambini, è stato come essere colpiti da un’onda d’urto. Perché se leggi solamente i nomi, senza immagini, può risultare solo un’informazione astratta; ma vedere questi sorrisi ha una forza travolgente. Ed ecco che cosa me lo ha fatto fare. Ho voluto che quei nomi e volti potessero tornare a essere degli individui». Oggi Spiegelgrund non esiste più. Nel 2002 nel cimitero monumentale di Vienna sono state sepolte le urne con i resti di quei bimbi ridotti a preparati anatomici («I morti non muoiono una volta sola. Muoiono in eterno»). Il giardino di fronte all’ospedale di Steinhof ospita un memoriale con centinaia di steli illuminati che ricordano le vittime. La memoria non sana, ma è un dovere.

© Osservatore Romano - 5 maggio 2018


Share this post

Submit to FacebookSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn

Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla mailing list di cristiano cattolico. Conforme al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196, per la tutela delle persone e e il rispetto del trattamento di dati personali, in ogni momento è possibile modificare o cancellare i dati presenti nel nostro archivio. Vedi pagina per la privacy per i dettagli.
Per cancellarsi usare la stessa mail usata al momento dell'iscrizione.