Rassegna stampa etica

Prostituzione, tolleranza e dottrina cattolica: la verità

prostituzione 2 2di Emiliano Fumaneri

© La Croce Quotidiano, 25-26 gennaio 2018

Come abbiamo anticipato ieri (*), alcuni circoli intellettuali vicini al partito di Salvini si stanno segnalando per le minimizzazioni sul tema della prostituzione. Lo scopo malcelato di queste prese di posizione è rendere digeribile all’elettorato cattolico un punto “sensibile” del programma leghista: il meretricio legalizzato. Una propaganda zoppicante, con un arsenale argomentativo che, come vedremo, riprende le ragioni a lungo predicate da una cattiva teologia.

 

L’atteggiamento della teologia cattolica appare sostanzialmente univoco sulla questione della illegittimità morale della prostituzione. Su questo tema si registra una uniformità pressoché assoluta tra i moralisti: la condanna della prostituzione è unanime; per la morale cattolica è scontato che la facoltà sessuale è lecita solo nel matrimonio, essendo ogni altro esercizio illegittimo.

Il consenso dei moralisti viene meno quando si passa invece a considerare l’atteggiamento della legge civile nei confronti della prostituzione. Quale atteggiamento deve assumere lo stato? Deve tollerare o meno la prostituzione?

Su questo punto le risposte divergono. Nella storia della teologia sono emerse due tendenze fondamentali: una corrente che propugna il regolamentarismo e un’altra che invoca invece il proibizionismo. Secondo la prima corrente lo stato può – o addirittura deve – tollerare la prostituzione; per la seconda deve proibirla.

La corrente regolamentarista, che ha avuto largo corso prima dell’età moderna, fonda la sua posizione soprattutto su due ordini di ragioni: l’autorità dei papi (che in passato tollerarono nei loro stati la prostituzione) e di dottori della Chiesa come s. Agostino e s. Tommaso d’Aquino.

Di Agostino si cita comunemente un passo del “De ordine” (lib. II, cap. 4, 12): «Aufer meretrices de rebus humanis, turbaveris omnia libidinibus» («Togli via le meretrici dalla vita umana e guasterai tutto col malcostume»). Tommaso viene menzionato soprattutto per un passo della “Summa Theologiae”, questo:

«Il governo dell'uomo deriva da quello di Dio, e deve imitarlo. Ora, Dio, sebbene sia onnipotente e buono al sommo; permette tuttavia che avvengano nell'universo alcuni mali che egli potrebbe impedire, per non eliminare con la loro soppressione beni maggiori, oppure per impedire mali peggiori. Parimenti, anche nel governo umano chi comanda tollera giustamente certi mali, per non impedire dei beni, o anche per non andare incontro a mali peggiori. S. Agostino, p. es., affermava: «Togliete le meretrici dal consorzio umano, e avrete turbato tutto con lo scatenamento delle passioni». Perciò, sebbene gli increduli pecchino coi loro riti, essi si possono tollerare, o per un bene che ne può derivare, o per un male che cosi è possibile evitare. Ora quando gli Ebrei osservano i loro riti, nei quali un tempo era prefigurata la verità della nostra fede, si acquista una testimonianza a favore della fede da parte dei suoi nemici, e in modo figurale ci viene così presentato ciò che noi crediamo. Ecco perché il loro culto è tollerato. Invece i culti degli altri miscredenti, che non presentano nessun aspetto di verità e di utilità, non meritano di essere tollerati, altro che per evitare qualche danno: cioè per evitare scandali o discordie che ne potrebbero derivare, oppure per togliere un ostacolo alla salvezza di coloro, che con questa tolleranza un po' per volta potranno convertirsi alla fede. Ecco perché talora la Chiesa ha tollerato i culti degli eretici e dei pagani, quando era grande la moltitudine degli increduli». (II-II, q. 10, a. 11)

Ma soprattutto, per Tommaso, ci si appella al “De Regimine Principum” (IV, c. 14): «Aristotele […] introduce il racconto del poeta Esiodo nel quale Marte si congiunge con Venere: perciò conclude che, se [i soldati] si astengono dalle donne, cadono nell'omosessualità. Perciò Aristotele in questo punto disapprova l'opinione di Platone, perché è male minore congiungersi carnalmente con donne che cadere in basse turpitudini. Ecco perché S. Agostino dice che la meretrice nel mondo fa quello che la sentina fa nel mare, o la fogna nel palazzo: “Togli la fogna e riempirai di fetore il palazzo”, a analogamente si dice della sentina. “Togli le meretrici dal mondo, e lo riempirai di sodomia”. E per tale motivo lo stesso S. Agostino nel tredicesimo libro del De civitate Dei dice, che “la città terrena ha reso lecita turpitudine l'uso delle meretrici”».

Alcune osservazioni. Secondo la teologia scolastica “tollerare” non equivale affatto ad “approvare”. Ciò è vero, ma è altrettanto vero che i riflessi pratici del regolamentarismo – e più ancora quelli sociali – vanno incontro a una severa critica. Il regolamentarismo si è espresso storicamente nella forma della “casa di tolleranza”, la quale assolverebbe la funzione pedagogica di confinare il meretricio e mostrare che, dopo averlo combattuto con forza e respinto, ne rimarrebbe pur sempre un “residuo” difficilmente sopprimibile nella pratica e sconsigliabile in teoria. Secondo questa tesi la prostituzione è un “male minore”. In quanto tale possiede una funzione sociale ed è appunto per questo che si deve tollerare.

I moderni commentatori di Agostino e Tommaso, tuttavia, hanno fortemente ridimensionato i passi in cui i due grandi dottori sembrano avallare la posizione regolamentarista. Un esame rigoroso dei testi sembra destituire di ogni fondamento l’argomento che legittima la tolleranza della prostituzione con l’autorità di Agostino e di Tommaso.

Come è stato notato il passo agostiniano del “De ordine” non avalla affatto la tolleranza della prostituzione a meno di non ricorrere alla tecnica dell'estrapolazione per decontestualizzarlo. Innanzitutto il “De ordine” è uno scritto precedente al battesimo di Agostino, ed è noto che con la conversione al cristianesimo si consuma una svolta radicale anche nel pensiero del futuro Doctor Gratiae. Nel “De ordine” Agostino si interroga sull'universalità della divina provvidenza. Nella sua risposta afferma che Dio permette il male in vista del bene giustificando questa tesi con una similitudine tra decreti divini e leggi umane, immagine imperfetta delle leggi provvidenziali. È così che l’orribile mestiere del carnefice è tollerato perché utile alla società. Allo stesso modo, il commercio infame delle prostitute circoscrive e argina il vizio della lussuria, proteggendo le donne oneste. Si tratta di una semplice costatazione. Agostino non pronuncia alcun giudizio di valore su queste condotte umane.

Per altri invece s. Agostino avrebbe avuto di mira solo la prostituzione clandestina. Si abusa dunque della sua autorità trasferendo le sue parole all’organizzazione della prostituzione pubblica (secondo il sistema delle “case di tolleranza”).

Per quanto riguarda invece Tommaso, tra i suoi scritti autentici il passo più favorevole alla tolleranza della prostituzione è quello, citato in precedenza, contenuto nella “Summa theologiae” (II-II, q. 10, a. 11). S. Tommaso si serve proprio del passo agostiniano del “De ordine“ - che, come abbiamo visto, non fa scuola sul tema della prostituzione – per giustificare la provvidenza divina la quale, come accade anche nel governo umano, tollera alcuni mali dell'universo per non eliminare con la loro soppressione dei beni maggiori oppure per impedire mali maggiori. Ma Tommaso qui parla della tolleranza dei falsi culti per enunciare un principio generale: che talora è concesso tollerare un minor male per evitarne uno più grande. Ma il Doctor Angelicus non applica questo principio generico alla questione della tolleranza della prostituzione. Nei passi citati s. Tommaso enuncia il principio generale della tolleranza senza la minima applicazione alla prostituzione, servendosi dell'affermazione di Agostino per una argomentazione analogica.

Il fatto che l’Aquinate citi il testo di Agostino dopo aver enunciato il principio generale della tolleranza del male basta a legittimare la tolleranza della prostituzione? I commentatori di Tommaso (Salsmans, Guzzetti, Dugré, Scremin) ne dubitano.

Ma i regolamentaristi puntano soprattutto sul “De Regimine Principum” (IV, c. 14), dove Tommaso appare molto più esplicito. Il ragionamento è questo: in regime di astinenza dalle donne gli uomini cadono inesorabilmente nell'omosessualità, perciò il principio del male minore suggerisce che si uniscano alle meretrici. Il problema è che il “De Regimine Principum” solo in parte è opera di s. Tommaso; la paternità dell’opuscolo viene assegnata all’Aquinate soltanto fino al capitolo quarto del secondo libro mentre il resto sarebbe stato scritto dal suo discepolo e confessore Tolomeo da Lucca (1236- 1326 o 1327) . Il passaggio favorevole alla tolleranza del vizio si trova infatti nel quattordicesimo capitolo del quarto libro, quindi sarebbe ascrivibile a Tolomeo. A sfavore dell’attribuzione tomista del passo giocano anche due citazioni erronee di Agostino, fatto alquanto inusuale per Tommaso.

Resta l'argomento della tolleranza della prostituzione da parte dei papi. Un argomento irrilevante, come se bastasse appellarsi al comportamento di una fonte autorevole (“ad auctoritatem”) per giustificare una determinata prassi. Ma è del tutto irrilevante che i papi tollerassero il meretricio nell’esercizio del governo temporale. Sarebbe un guaio se l'ortodossia cattolica si misurasse col metro della prassi papalina o della legislazione pontificia dei secoli passati. Dovremmo forse argomentare a favore della pena di morte a causa delle esecuzioni capitali praticate nello Stato Pontificio? Per la cronaca: l'ultima condanna a morte fu eseguita nel 1870; la pena di morte nello Stato della Città del Vaticano rimase legale fino al 1969, venne rimossa completamente nel 2001 per volontà di Giovanni Paolo II. Allo stesso modo non vale a giustificare l'espansionismo militare o la teocrazia l'esempio di Giulio II, papa rinascimentale passato alla storia come il «papa guerriero» o il «papa terribile», che si comportò più spesso da militare che da uomo di Dio. Tra le altre cose ingaggiò guerre coi signori locali conquistando Perugia e Bologna.

Ma soprattutto, come vedremo, il regolamentarismo è stato smentito da una plurisecolare esperienza, della quale non si può non tenere conto.

La seconda corrente (abolizionista o proibizionista) ha i suoi maggiori rappresentanti nei teologi carmelitani conosciuti come Salmanticenses, cioè dell’antico collegio di Salamanca, e conta tra le sua fila quasi tutti i moralisti recenti. Il vero campione della corrente proibizionista però è un altro grande santo e dottore della Chiesa: s. Alfonso Maria de' Liguori (1696 - 1787).

Come da abitudine, s. Alfonso non si lascia impressionare dai grandi nomi (allora, come s'è detto, ci si appellava all'autorità di s. Agostino e di s. Tommaso per argomentare a favore della tolleranza civile della prostituzione). Il santo napoletano si inchina solo davanti agli argomenti. E in questo caso li respinge con decisione.

Nella sua “Theologia moralis” (lib. III, n. 434) nel chiedersi se il meretricio sia permissibile («an permitti possint meretrices?») s. Alfonso menziona dapprima come argomento «probabile» quello che giustifica la tolleranza della prostituzione col timore che, una volta levato di mezzo il meretricio, non si diffondano peccati ancora peggiori («pejora peccata evenirent», cioè sodomia, bestialità, lascivia, oltre alla corruzione delle donne di buoni costumi).

Ma a questa opinione s. Alfonso, forte della lunga esperienza pastorale vissuta a Napoli insieme al discepolo e amico Gennaro Sarnelli, ne oppone una giudicata «practice probabilior» («in pratica più probabile»), rifiutando l'ipotesi del male minore. La prostituzione non è tollerabile, afferma il santo dottore, nemmeno al fine di evitare un presunto male maggiore: «I mali più gravi temuti da Agostino, da Tommaso e dagli altri, non si evitano tollerando le prostitute, al contrario, le passioni dei lussuriosi sono esasperate dalla compagnia facile e frequente di queste donne. Così, poiché il vizio si sviluppa con l'esercizio, essi continuano a commettere masturbazione e alte infamie, in ogni caso con le prostitute stesse. E non per questo si astengono dal provocare le donne oneste. Contrariamente a quanto si dice, la tolleranza della prostituzione accumula una molteplicità di altri mali: prostituzione delle ragazzine, anche ad opera di genitori venali, spreco di denaro, negligenza nello studio, moltiplicazione delle liti, disprezzo dei matrimoni onesti».

Più in generale, la teoria della regolamentazione (o della tolleranza) della prostituzione si fonda su tre tesi alquanto discutibili:

1. la prostituzione è un male minore: la prostituzione non è altro che un caso particolare di fornicazione (l'unione sessuale tra un uomo e una donna non sposati), come tale è un peccato «secondo natura», il meno grave tra i peccati di lussuria. Assolve pertanto una funzione sociale giacché impedisce peccati di lussuria ben più gravi e violenti.

2. la doppia morale: la prostituzione disonora soltanto la donna, non incide invece sula moralità e sull'immagine sociale dell'uomo che fruisce della prostituta.

3. la prostituzione è un male necessario: la prostituzione rappresenta il «mestiere più antico del mondo», che in quanto tale è assimilabile a un fenomeno fisiologico, naturale, o per meglio dire a una malattia cronica dell'umanità.

Queste tesi non reggono però a un esame rigoroso e si rivelano totalmente infondate.

La tesi n. 1 in un primo momento può apparire ragionevole. Ma abbiamo già visto quanto sia zoppicante dal punto di vista teologico. In maniera analoga, è a dir poco discutibile assimilare la prostituzione alla fornicazione.

Certo: su piano materiale la fornicazione e la prostituzione appaiono quasi indistinguibili. Tra le due sembra anche essere attestata una certa parentela linguistica. Nell'antica Roma il commercio pubblico del proprio corpo si svolgeva in luoghi caratterizzati da archi, in latino “fornix”, da cui deriva il termine fornicare.

Ma se appena consideriamo i due fenomeni sotto il profilo formale la differenza appare subito netta. Basti solo questa osservazione: la fornicazione non si oppone, in linea di principio, al fine biologico dell'atto sessuale: la procreazione di nuove vite; la prostituzione invece sì.

Una donna può darsi a un uomo senza “vendersi” in nulla, e da questo incontro può anche nascere una nuova vita; così allo stesso modo la donna può eventualmente pensare di stabilizzare la relazione con quell'uomo.

Ma per una prostituta le condizioni sono radicalmente diverse: la prostituzione si regge su uno scambio contrattuale o commerciale: si tratta di un modello di relazione da cui viene espulsa ogni dimensione affettiva, non utilitaristica e slegata dal sesso. Anche le espressioni affettuose («amore», «tesoro», «piccolo/a mio/a») utilizzate nelle interazioni reciproche non sono altro che elementi di una recita della seduzione dove ciascuna delle due parti, cliente e prostituta, è perfettamente consapevole degli scopi dell'altra. Le finalità sono legate puramente al rapporto sessuale e ognuna delle parti coinvolte cerca di massimizzare l'utilità ricavabile dallo scambio: «Il cliente è alla ricerca di una prestazione sessuale più intima (dal punto di vista fisico) e impersonale possibile, da raggiungere nel modo più economico possibile. La prostituta ricerca la massima protezione possibile della propria intimità (affettiva) e il maggior guadagno economico possibile».(Charlie Barnao, “Le prostitute vi precederanno. Inchiesta sul sesso a pagamento”, Rubbettino, Soveria Mannelli, p. 68)

Affittare il proprio corpo “professionalmente”, a tempo determinato o indeterminato, è un proposito definito dal guadagno. Un vincolo ancora più rigidamente determinato nel caso della prostituzione gestita da organizzazioni criminali. Le condizioni “lavorative” congiurano contro la natalità: una eventuale gravidanza ostacolerebbe l’esercizio della “professione”, facendo perdere profitti al racket criminale. Senza contare che all'attività prostitutiva sono connesse, per quantità e qualità dei rapporti sessuali (con sconosciuti), malattie e condizioni igieniche incompatibili con la gravidanza. La prostituzione perciò pone e vive di condizioni contraddittorie rispetto al fine biologico dell'atto sessuale. L'infertilità rappresenta la sua condizione naturale, voluta e programmata, sicché ci si può spingere a dire, in analogia con lo schiavismo, che l'essenza della prostituzione si regge sull'antiparentela.

Nella fornicazione per contro questa condizione antivitale costante e regolare non c'è: per quanto inizialmente possa mancare la volontà reciproca di impegnarsi, sussiste sempre la possibilità che l'eventuale figlio generato nella carne possa essere riconosciuto. E le condizioni generalmente non impediscono che i due genitori possano stabilizzare la loro relazione.

Se torniamo a concentrarci sulla prostituzione, questo riconoscimento simbolico appare come una evenienza remota, praticamente assente; impensabile il meretricio senza la contraccezione e il pronto soccorso all'aborto in caso di insuccesso contraccettivo. Anche nel XVI secolo c'era consapevolezza che la prostituzione spingesse a evitare positivamente e direttamente la gravidanza o ad abortire.

Questo legame si salda ancora di più se pensiamo in che misura oggi la prostituzione si lega a nuove forme di schiavismo in cui lo schiavo non è più, come un tempo, considerato una “merce” redditizia e di lunga durata, da conservare il più a lungo possibile. La nuova schiavitù è usa e getta, il rapporto tra schiavista e schiavo è di breve durata: dallo schiavo-merce lo schiavista mira a realizzare il massimo profitto nel più breve tempo possibile. Per questo nemmeno c'è motivo di proteggere lo schiavo-merce da malattie e incidenti (le medicine costano): conviene di più lasciarlo morire.

In paesi come la Thailandia una percentuale altissima di prostitute schiave contrae infezioni multiple (le malattie a trasmissione sessuale sono numerose) che vengono curate solo se compromettono la capacità di avere rapporti sessuali. Altrimenti le malattie croniche vengono trascurate.

A maggior ragione, non c'è schiavista disposto a spendere denaro per il mantenimento di bimbi considerati inutilizzabili: alle schiave costrette a prostituirsi è impedito il concepimento. La contraccezione stessa è spesso dannosa per la loro salute: «In alcuni casi sono gli stessi schiavisti a somministrare anticoncezionali, obbligando le ragazze ad assumerli ininterrottamente e negando loro l'alternanza delle mensili pillole placebo. In questo modo le mestruazioni cessano e le ragazze lavorano più notti alla settimana. Alcune ricevono tre o quattro pillole anticoncezionali al giorno; ad altre il protettore o il contabile somministrano iniezioni di Depo-Provera. Lo stesso ago può essere usato per tutte le ragazze, trasmettendo il virus Hiv dall'una all'altra. Per quelle che restano incinte l'aborto è la regola». (Kevin Bales, “I nuovi schiavi. Le merce umana nell'economia globale”, Feltrinelli, Milano 2000, p. 61)

Per queste donne non c'è alcuna possibilità di vita all'infuori del bordello, dove sono destinate comunque ad avere vita breve. Bollate come appestate dalla società, talvolta bandite dai loro stessi villaggi, di fatto non escono dai bordelli se non per andare a morire di Aids nei pochi centri di riabilitazione gestiti da organismi benefici e dal governo (peraltro sufficienti solo ad accoglierne una minima percentuale).

L'argomento del “male minore” portò un tempo a innalzare la regolamentazione della prostituzione a componente del sistema di etica sociale delle città cristiana. Si credeva così di contenere a un tempo la prostituzione e l'incontinenza maschile, aprendo vie meno peccaminose e meno pericolose per la società. Alla prostituzione si assegnava una funzione sociale analoga a quella assolta in campo medico dall'ascesso di fissazione: tollerandola si sarebbero evitati l'adulterio (solo quello delle donne, beninteso) e insieme deviazioni come l'incesto, la sodomia, la violenza e la seduzione.

La teoria “diminutiva” alla base della “tolleranza” era fondata su una conoscenza sommaria della psicologia sessuale che la pratica smentì ovunque con brutalità: l'anonimato delle case di tolleranza rese possibile la proliferazione di quei mali che la regolamentazione avrebbe in teoria dovuto impedire: rapporti adulterini, tra consanguinei, deviazioni sessuali, stupri e violenze di ogni genere. Basti solo ricordare la distinzione, completamente ignorata, tra la ricerca insaziabile del piacere fisico come elemento puramente sensuale – un processo che cronicizza e fomenta le espressioni patologiche della sessualità – e l’attrattiva propriamente sessuale, l’attrattiva psicologica tra un “io” alla ricerca di un “tu”, con tutto il suo contenuto relazionale, affettivo e sentimentale.

Anche dal punto di vista numerico il fenomeno della prostituzione si poteva considerare tutt'altro che circoscritto: si stima che nel 1500 a Venezia esercitassero come prostitute oltre 11.000 donne (circa l'11% della popolazione), a Roma se ne contavano invece 4.900 su 55.000 abitanti – poco meno del 9%.

Una tragica e secolare esperienza ha smentito la tesi n. 1. Non solo la prostituzione è un fenomeno inassimilabile alla fornicazione ma per giunta, ben lontano dal costituire un “male minore”, si accompagna a peccati assai più gravi con pesanti ricadute sociali. Non si tratta tanto di mettere in questione il principio secondo cui i peccati meno gravi sono da tollerare (non c’è univocità tra reato e peccato), quanto il fatto che la prostituzione si possa davvero considerare un peccato minore.

La casa di tolleranza non ha mai impedito l’adulterio, l’omosessualità, l’incesto, è stata luogo di elezione della perversione sessuale, ha corrotto la morale familiare e non ha affatto ridotto il numero delle case clandestine, proliferate come un fungo velenoso che fa ceppo intorno a sé... Ammettendo la “casa” e disciplinandola lo stato ha sempre procurato mali maggiori di quelli evitati, quando addirittura non è diventato complice di «un’organizzazione che assume l’aspetto di un servizio pubblico al quale la gioventù maschile avrebbe diritto per soddisfare un appetito irresistibile senza pericolo di contaminazione venerea». (Joseph Salsmans, “L’abolitionnisme”, in Nouvelle Revue Théologique, 52 (1925), p. 553 sgg.)

Come possono quei “cattolici dei valori” impegnati nel contrasto all’imperialismo contraccettivo e all’ideologia dei diritti – per la quale ogni desiderio deve trasformarsi in un diritto esigibile e garantito dallo stato – appoggiare forze politiche intenzionate a garantire un simile “servizio pubblico”? Come possono considerarle un argine ai disvalori della cultura libertaria quando è sempre più evidente che si alimentano di questa stessa cultura? La sensazione – invero quasi una certezza - è che a forza di voler giustificare le proprie preferenze politiche si finisca per arrampicarsi sugli specchi… Un simile endorsement mina la loro credibilità.

Dalla tesi n. 2 deriva invece quella “doppia morale” caratterizzata da una schiacciante asimmetria tra uomo e donna. Sotto questo punto vista risulta difficile contestare il duro giudizio del medico e universitario cattolico Luigi Scremin: la prostituzione, considerata simultaneamente utile e infame, marchiava la donna a fuoco, per sempre, in maniera definitiva, lasciandole sguarnita contro le insidie e le violenze maschili, il più delle volte impunite – di fatto bastava che una donna fosse vestita da meretrice perché lo stupro non fosse punibile, anche se la vittima risultava essere vergine. Quanti innominabili abusi si sono consumati nel nome di una simile tolleranza?

Come spiegare che l’atteggiamento dei cristiani verso la prostituzione sia stato così simile a quello della Roma pagana? La connivenza delle leggi con la lussuria e la violenza maschili portava a una tale disparità di trattamento tra cliente (maschio) e prostituta da far pensare che una tale iniquità avesse in realtà radici più profonde, da ricercare in un “katéchon” maligno, più precisamente «in qualche cosa che resisteva al cristianesimo: essa era una protesta contro l'unità della morale sessuale, un'affermazione della preminenza maschile», sicché «non ci si sottrae alla conclusione che la “regolamentazione” del passato, con le sue torture morali e fisiche, con quel suo perpetuo patteggiamento (è il meno che si possa dire) con il male sessuale, questa sopravvivenza di forma e di costume pagani nella società cristiana, questa perpetua e gigantesca antitesi fra morale e diritto, fosse [...] una perversione essenzialmente sadica». (Luigi Scremin, La questione delle case chiuse, Studium, Roma 1952, p. 23)

La tesi n. 3 dal canto suo è semplicemente una fake news. La prostituzione non è affatto un'attività che, ancorché detestabile, va considerata fisiologica perché “antica quanto il mondo”. Lasciamo la parola a uno storico che ha a lungo indagato su questo soggetto: «Assieme a tanti altri i cristiani hanno detto e lasciato dire che la prostituzione era un mestiere antico quanto il mondo. Ma come possiamo sostenere che il più vecchio mestiere del mondo sia, nel senso stretto del termine, quello della prostituta. Per dire questo bisogna non essersi mai presi il tempo di misurare la portata di simili affermazioni. I mestieri più antichi del mondo sono stati quelli dell'allevatore e del pescatore, del cacciatore e del pastore. La prostituta, come troppo spesso diciamo irrispettosamente, appare solamente quando viene realizzata l'urbanizzazione della Grecia e le prime misure che la riguardano risalgono a Solone l'Ateniese nel V secolo avanti Cristo». (Charles Chauvin, “Les chrétiens et la prostitution”, Cerf, Paris 1983, p. 3)

Davanti a questo problema, continuamente dibattuto dagli stati e dalle chiese, i moralisti cattolici si sono spesso trincerati in una tolleranza dalle corte vedute che alimentava, anziché arginare, il male morale e sociale da combattere.

Ciò non vuol dire sottovalutare o semplificare la portata del fenomeno prostituzione, la cui complessità deriva dalla varietà delle forme di prostituzione. È particolarmente insidiosa la prostituzione privata (o clandestina) che richiederebbe, per essere debellata, investimenti imponenti nell’attività investigativa. Senza contare il rischio, pregiudizievole per il bene comune di una società democratica, di promuovere un sistema poliziesco di spionaggio.

Così come sarebbe sbagliato puntare solamente sulla repressione e non, anche, sulla cultura e sull’educazione. Detto questo, alla prova della storia il regime regolamentarista si è dimostrato nefasto, prima ancora che fallimentare. E come poteva essere altrimenti, visti i suoi presupposti materialisti?

Resta la via tracciata da don Oreste Benzi e dalla Comunità Papa Giovanni XXIII: colpire la domanda – vale a dire la “clientela” - sull’esempio della Svezia. «Il male va tolto, non regolato». Parole di un sant’uomo.

Un tema, questo, sul quale bisognerà ritornare.

(*) «I sofismi pindarici dell'elettore cattoleghista», La Croce Quotidiano, 24 gennaio 2018.


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