Rassegna stampa etica

Presentazione dell’opera su Paolo VI e la FAO

moretti FAO"La carità, motore di tutto il progresso sociale. Paolo VI, la Populorum Progressio e la Fao", edito da Patrizia Moretti, Studium ed., Roma 2019

«Se la necessità, se l’interesse sono per gli uomini i moventi potenti dell’azione, spesso determinanti, la crisi attuale non potrà essere superata se non mediante l’amore. Questo perché se la giustizia sociale ci fa rispettare il bene comune, solo la carità sociale ce lo fa amare. La carità, che vuol dire amore fraterno, è il motore di tutto il progresso sociale» (Discorso di Paolo VI in occasione del 25° anniversario della FAO, 16 novembre 1970).


Mi pare opportuno iniziare, come si fa nel libro, con l’indice che qui riproduco, per onorare tutti coloro che hanno partecipato a questa joint venture intellettuale d’amore, alla base di tutto come risulta dal titolo.

Anzitutto la Presentazione del Cardinale Pietro Parolin; il Saluto di José Graziano Da Silva; la Prefazione di Angelo Maffeis e ancora un Saluto, quello di Xenio Toscani, e un altro di Simone Bocchetta. Poi l’Introduzione: La carità, motore del progresso sociale, di Gabriele Di Giovanni; La Populorum Progressio a 50 anni di distanza, di Mons. Silvano Maria Tomasi e La carità eccede la giustizia di Fernanda Guerrieri. Negli approfondimenti sono posti in evidenza L’azione internazionale della Santa Sede sotto il pontificato di Paolo VI di Philippe Chenaux; Paolo VI e la FAO: dalle relazioni con la Santa Sede agli indicatori per uno sviluppo socio-economico integrale di Vincenzo Buonomo e Verso un nuovo umanesimo: Paolo VI e la FAO. Spunti educativi presentati da Patrizia Moretti, nonché Educazione per uno sviluppo sostenibile con esperienze lasalliane, del Segretariato Lasalliano Solidarietà e Sviluppo. Conclude il tutto Mons. Fernando Chica Arellano.

Il lettore ne trae subito una bella visione profonda, che gli raccomando per l’amore che anch’io porto alla FAO, per averne fatto esperienza durante tre anni come Nunzio Apostolico, Rappresentante della Santa Sede presso gli Organismi delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura con sede a Roma, e altresì per il mio studio della dottrina sociale della Chiesa Cattolica, specialmente durante e dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, il Magno Sinodo, come l’ho sempre chiamato, di cui sono altresì cultore quale storico ed ermeneuta.

Per tali due ‘specializzazioni’, diciamo così, anche per mantenere in termini ragionevoli la lunghezza di questo intervento di giudizio “critico” che mi è stato richiesto, limiterò la mia attenzione agli aspetti che concernano il Vaticano II e la FAO in sé.

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Per il Concilio in parola inizierò col rilevare giustamente, con X. Toscani (p.15), l’ “acuto senso della storia, sempre vivo in G.B. Montini”. Aggiungo che il venire a Roma del futuro Paolo VI era motivato dal desiderio di studiare storia e ricordo altresì il suo insegnamento storico della Diplomazia Vaticana all’Istituto Utriusque Juris S. Apollinare dal 1931 (v. p. 653-670 del mio Chiesa e Papato nella Storia e nel Diritto). Ed è proprio quel vivo senso della storia a fargliene cogliere una ineludibile richiesta di universalità, del resto intrinsecamente cattolica.

Un’altra pennellata al Papa del Concilio Montini, la dà Simone Bocchetta indicandone l’attenzione ai giovani. Basta dire, da parte mia, che il Messaggio ad essi indirizzato alla fine del Magno Sinodo fu scritto dal Papa stesso.

Prosegue nell’attenzione ai giovani G. Di Giovanni richiamando il bellissimo testo classicamente montiniano, al Pio IX-Aventino, che potrebbe essere intitolato “tenere gli occhi aperti”. Esso così si concluse: “Ecco questa è la Vita vera! La vita cristiana!” L’Autore richiama poi le parole di Papa Francesco su Montini, che qualcuno definì “sovrano illuminato” (p. 38). Purtroppo tale espressione di Chenaux risulta equivoca per un Vescovo di Roma specialmente al tempo di Papa Francesco. Nel capitoletto “L’azione internazionale della Santa Sede sotto il pontificato di Paolo VI”, l’Autore parla di un “grande ritorno della Santa Sede nella scena internazionale”. Certo la citazione qui di M. Merle e Ch. De Montclos non è felice perché non si può parlare, guardando il passato, in generale, della fine, con il Vaticano II, di “una concezione dualista secondo la quale la Chiesa si situerebbe, come entità già perfetta, di fronte a un mondo inesorabilmente cattivo”. Riecheggia già qui un’ermeneutica conciliare della rottura, non corretta. Le linee seguenti vanno, mi pare, nella stessa linea (p. 66). È certo, invece, che la Enciclica “Ecclesiam suam” riuscì a sbloccare, “attraverso [la proposta] del dialogo il procedere inceppato di quella che sarà la Gaudium et spes”. Ancora certo è che Benedetto XV, già ben prima del Concilio, “aveva stabilito il fondamento dottrinale della restaurazione cristiana della pace, quando aveva ricordato che la legge della carità evangelica non si applica solo alle relazioni fra gli individui, ma anche a quelle fra le nazioni. I suoi successori, Pio XI e soprattutto Pio XII, fecero loro questo programma di pace basato sulla riconciliazione dei Popoli e sul superamento dei nazionalismi” (p. 66s). E questo prima del Vaticano II (v. p. 73). Il messaggio di Papa Paolo fu di mutuo rispetto, di fratellanza, di pace e di solidarietà, come appare nel suo bellissimo Discorso alle Nazioni Unite.

Per quanto riguarda poi la cosiddetta Ostpolitik, desidero riprendere un pensiero di Chenaux sul rischio che Montini si era assunto “di riconoscere, per es., la legittimità del governo ungherese attribuito al fatto che “la vita della Chiesa avrebbe continuato a essere condizionata ancora per molto tempo” dal sistema politico in vigore nei Paesi al di là della cortina di ferro. Si trattava di salvare l’essenziale, vale a dire l’esistenza della gerarchia cattolica” (il “modus non moriendi”). Posso dire che tale visione di lunga durata era quella di Mons. Casaroli, il quale vagheggiava la possibilità che i regimi comunisti, pur conservando la loro caratteristica concedessero invece una certa libertà di religione. Su questo giudizio di possibilità non ero d’accordo, naturalmente, perché il marxismo non era soltanto totalitario – gli dicevo – ma anche totalizzante nell’approccio.

Un riflesso della questione si ebbe anche in Concilio (v. p. 72), in cui Papa Montini “mise tutta la sua autorità sulla bilancia per evitare una condanna del comunismo”. Egli fu ben coadiuvato nella soluzione della questione dal Segretario Generale Mons. Felici con la soluzione di inserire in una nota le citazioni di documenti ecclesiali anteriori di condanna, con chiarezza e fermezza di posizione, ma evitandone una nuova.

Per la partecipazione infine della S. Sede alla Conferenza di Helsinki, basti dire che il suo Atto finale, con l’inclusione dei diritti fondamentali della persona, e in particolare del suo diritto alla libertà religiosa, era “un fattore di pace”, grazie pure all’opera della Rappresentanza colà della S. Sede. Si “mise in moto in effetti un processo che portò, dieci anni dopo, alla liberazione dei popoli dell’Est dal comunismo” (p. 75), dilatando – aggiungo –, necessariamente, lo sguardo a tutti i fattori che vi contribuirono.

Il sottotitolo “Israele e la questione palestinese” porta in sé un’affermazione che non posso condividere, e cioè, la seguente: “il Concilio per eliminare ogni traccia di antisemitismo nella catechesi e nelle devozioni popolari, [la Chiesa] intraprese, nel campo della dottrina, una vigorosa attività”. Dispiace a questo proposito che l’A. non faccia distinzione fra antisemitismo (questione razziale) e antigiudaismo (questione religiosa: v. il mio Il Concilio Vaticano II. Contrappunto per la sua storia, p. 138s.).

Anche quanto è retto dal sottotitolo “La guerra del Vietman”, ritengo dovrebbe essere limato e sfumato in alcune espressioni che sembrano attestare una non continuità, nel rinnovamento, della diplomazia pontificia prima e dopo il Concilio. Delicato è pure l’aggancio “in piena sintonia” con la diplomazia italiana (v. p. 80).

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E passo ora alla FAO in sé, per riprendere fondamentalmente qualche passo degli interventi sopra enunciati, quello del Prof. Buonomo (p. 81-101), di P. Moretti (p. 103-127) e di Mons. Fernando Chica Arellano, attuale Osservatore Permanente della S. Sede presso la FAO, l’IFAD e il PAM (p. 145-150).

La crescita, insieme, della Rappresentanza Pontificia in parola, direi, e dell’esperienza in essa del Prof. Buonomo si rivela nel suo bel contributo in cui emerge l’analisi dei discorsi di Papa Paolo VI alla FAO. Già il numero (nove) è indicativo del ruolo e dell’interesse condiviso delle due “istituzioni internazionali, S. Sede (e non Vaticano come si suol dire) e Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura. Vi si rivela la visione cristiana di una famiglia nuova unita intorno alla condivisione di valori comuni, frutto della concezione ad un tempo umana e trascendente della persona, del rispetto della sua dignità e della tutela dei suoi diritti. Tratti che caratterizzano la dimensione sociale della persona, la sua appartenenza a diversi popoli, ma che sono anche il fondamento dell’attività che della cooperazione internazionale è propria”. In ogni caso “nulla che interessi il destino dell’uomo è estraneo alla Chiesa”.

“Ma, ancora di più, non va dimenticato che di questo approccio Montini era stato cosciente fautore già prima dell’ascesa al ministero petrino, attraverso l’impulso dato alla collaborazione tra la Chiesa e le Istituzioni intergovernative nate dopo la Seconda guerra mondiale. Un merito che troverà conferma anche dopo la sua elezione al Pontificato e che avrà nelle visite alle sedi delle Organizzazioni Internazionali alcuni dei suoi momenti più significativi. Si tratta di un lavoro intenso, di cui ancora oggi si riscontrano le ragioni e gli effetti, e che ebbe un primo concreto risultato proprio con l’attenzione rivolta da Paolo VI alla FAO sin dalle origini dell’Istituzione”.

Fu comunque Giovanni B. Montini, Sostituto della Segreteria di Stato, a guidare la formalizzazione di relazioni dirette e strutturali.

“Quanto avvenuto per la FAO presenta una duplice originalità: anzitutto perché è il primo caso di relazioni ufficiali instaurate dalla Santa Sede con un’Organizzazione del Sistema della Nazioni Unite; e poi per il fatto che nella FAO la Santa Sede si inserisce in una posizione realmente congeniale alla sua specifica natura. Questo secondo aspetto ha avuto indubbia conferma dalle decisioni e dalla prassi di altre Organizzazioni intergovernative, per essere poi legittimato dalla posizione assunta dalla Santa Sede nel concorrere alla redazione della Convenzione di Vienna sulla rappresentanza degli Stati nelle loro relazioni con le Organizzazioni Internazionali di carattere universale, del 14 marzo 1975”.

In tale contesto, d’inizio, non voglio dimenticare, con Mons. Ligutti, tanto ricordato ancora nel Comune di Varmo (Udine), dove qualche volta ho presieduto la Veglia Pasquale, e Padre William Gibbson, S.J., la categoria degli “Special Observers” alla FAO, poi Osservatore Permanente per i Rappresentanti, diciamo, della S. Sede, bella impresa di apertura di un cammino che poi sarà di molti.

E qui vale ricordare che per la FAO il trattamento della S. Sede “had no relation to the territorial extent of Vatican City, over which it exercised its sovereignity” (p. 91).

In ogni caso i discorsi pontifici alla FAO, il Prof. Buonomo li raccoglie col sottotitolo “Tra insegnamento e profezia” e li suddivide temporalmente in due periodi: 1965-1970 e 1971-1977, con due interventi in occasione di Conferenze ad hoc: quella della riforma agraria del 1965 e quella sull’alimentazione del 1974. Da essi rileviamo che la fame è una questione che appartiene all’ordine internazionale “ed è forse la più grave minaccia alla pace mondiale” (p. 93) (…” qui si gioca il destino di tutta l’umanità” ed essa, la Chiesa, non suggerisce una concreta soluzione a un determinato problema, ma professa una dottrina che le permette di giudicare quale siano, tra le soluzioni proposte, quelle che sono conformi alla dignità umana e in grado di garantire un progresso autentico per l’uomo e per la società”. “Sono passaggi – nota l’Autore – che anticipano quelli che saranno alcuni dei contenuti della Populorum Progressio” (p. 94).

Dalla lettura dei testi tradotti in linguaggio internazionalistico, risulta che (p. 95)

(a) solo l’azione concertata di tutte le buone volontà sarà in grado di risolvere il problema più doloroso del nostro tempo [la fame]… superando l’egoismo delle persone e degli Stati… per realizzare soluzioni che rispettino la dignità di ogni persona e la sovranità di ogni nazione” (ibidem).

(b) “Vanno messi in opera tutti gli sforzi per ridurre le spese militari come fattore essenziale per poter con efficacia combattere la fame”.

(c) “l’azione intergovernativa deve prevedere e definire anche qualche sostenibilità  che oggi sembra essere il grande traguardo se non della prassi, almeno del linguaggio internazionale”. (p. 96)

E qui entra una dichiarazione profetica circa il rischio per l’ecosistema per effetto di contraccolpi della civiltà industriale, di condurre a una vera catastrofe ecologica, sino a far temere una vera ‘morte biologica’ in un avvenire non lontano. Il Papa Paolo così parla nel 1970!

Il Prof. Buonomo, a questo punto, osserva che a partire dall’anno successivo dagli interventi si nota un cambiamento del modo con cui il Pontefice si rapporta con l’Organizzazione in parola, non più facendo riferimento alla storia e agli obiettivi immediati, ma procedendo ad un ‘analisi delle tematiche poste in agenda e dalla relativa documentazione predisposta degli organi della FAO.

Ecco così il tema dei giovani rurali appare, mentre poi si sottolinea il diverso modo di declinare il termine agricoltura nei suoi aspetti operativi, in lavoro dei campi, allevamento, foreste e pesca, superando la sola azione di emergenza e quindi le attività di aiuto pensate in tale logica” (p. 98). Ciò portava il Papa a guardare “Il Programma Alimentare Mondiale, istituito nel 1963 nell’ambito della FAO per gestire le carestie con gli aiuti di emergenza. Il Programma – nota Buonomo – iniziava ormai a configurarsi in una sua autonomia gestionale quale organismo interistituzionale congiunto tra ONU e FAO” (p. 98).

Ricordiamo qui che dal 1996 vi è, per il P.A.M., un autonomo Consiglio di Amministrazione rilevando noi quanto segue: “Questo significava che la FAO dalle operazioni per le emergenze si sarebbe sempre più configurata come Istituzione di studio, progettazione e implementazione di strategie in stretta collaborazione con i governi nazionali” (p. 99).

È questo, della FAO come “Istituzione di studio”, un punto da me spesso richiamato, durante la mia rappresentanza, per aiutare i grandi suoi critici a capirla meglio, dicevo: è come una Università e in tale categoria di istituzioni bisogna capirla, considerarla e giudicarla.

Assieme a questo intervento di calibro del Buonomo ricordo pure quello di Patrizia Moretti dal fascinoso titolo “Verso un nuovo umanesimo” con specificazione “spunti educativi”.

Vi si illustra una sicura connessione con la Populorum Progressio, il tutto correlato da una rapida affermazione dell’età presente, per tentare di individuare alcune chiavi di volta del fenomeno della globalizzazione, in un approccio centrato sull’umanesimo plenario. Il lettore vi troverà buona e utile lettura ed anche ispirazione per promuovere una più equa ripartizione della ricchezza e conciliare le esigenze dello sviluppo con la tutela dei beni naturali.

La Moretti – segnalo – si dedica specialmente in questo studio ad illustrare l’appello di Paolo VI alla “promozione di un umanesimo plenario per uno sviluppo autentico nei discorsi per la FAO (p. 109-119) e si sofferma poi sul dialogo, via di una fraternità solidale”. “L’umanità [infatti] costituisce una sola e grande famiglia, nella quale la sofferenza degli uni sia la sofferenza degli altri” (p. 110-122).

La trattazione “si conclude in gloria”, (“un progresso veramente umano”) “per la costituzione della civiltà dell’amore”. “La crisi attuale non potrà essere superata, [cioè] se non mediante l’amore” (p. 123).

E concludiamo pure noi, con le parole dell’attuale Rappresentante della S. Sede presso gli Organismi delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura con sede a Roma, Mons. Fernando  Chica Arellano, le seguenti, tratte dal discorso  del Santo Padre Paolo VI, che esprimeva così il sostegno della Sede Apostolica all’opera compiuta dalla FAO “per alleviare le più grandi miserie, impegnandosi in una lotta senza quartiere per dare a ciascun uomo di che mangiare per vivere”.

                                                                                                          + Agostino Marchetto

 

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