Rassegna stampa etica

Piccoli passi in Africa verso le persone disabili. Per sfidare i tabù

disabili africaFrancesco Ricupero

In Africa la mentalità nei confronti dei disabili sta cambiando. Da alcuni anni si assiste con soddisfazione a una trasformazione della società che fa ben sperare. «Nel continente ci sono ancora forti ritardi dovuti a mancanza di fondi e a scarsa attenzione delle autorità, ma l’atteggiamento della popolazione — afferma padre Franco Lain, religioso dell’Opera don Guanella (Servi della carità), congregazione presente anche in Nigeria e impegnata da trent’anni nel servizio ai disabili — si sta lentamente trasformando.
È difficile parlare di un atteggiamento “africano” nei riguardi della disabilità. Ogni paese, ogni regione ha un suo modo di affrontare il tema». Per esempio, di recente, in Costa d’Avorio è stato organizzato un concorso di bellezza dedicato alle portatrici di handicap. L’obiettivo degli organizzatori è stato quello di generare un cambio di prospettiva della società ivoriana rispetto ai concittadini con disabilità.
«Da sempre — ha dichiarato Lain all’agenzia Fides — gli africani hanno visto nella persona disabile “qualcosa di strano” che deve essere per forza frutto di un intervento esterno, attribuendo spesso a quella specifica disabilità un significato spirituale». Alcuni credono davvero che i bambini portatori di handicap o di malformazioni congenite, come la labiopalatoschisi (o labbro leporino), siano “cose”, non esseri umani. Vengono infamati, isolati, derisi, maltrattati. Fino a qualche anno fa la gente non si rendeva conto che si trattava di qualcosa di naturale e non procurato da loro. Secondo il religioso, il rischio è che, molto spesso, questo “intervento esterno” venisse interpretato in senso negativo, come frutto del “malocchio”, di colpe dei genitori, di magie fatte da amici o parenti. In passato si arrivava perfino alla soppressione dei bambini disabili. Tendenza, quest’ultima, che si sta fortunatamente riducendo molto.
A ciò si aggiungeva la difficoltà nel comprendere la differenza tra “disabilità mentale” e “malattia mentale”. Il bambino con sindrome di Down o con un disturbo dell’apprendimento, per esempio, veniva assimilato al malato psichico. «Tutti questi atteggiamenti — osserva il religioso guanelliano — sono ancora presenti nella società africana e complicano molto il modo di approcciare la malattia e la disabilità. Va inoltre precisato che nella maggior parte delle nazioni africane non esistono provvedimenti istituzionali di assistenza sociale e manca una visione politica che porti a un’autentica integrazione nella società. Così i disabili — prosegue — sono ancora visti come un peso economico e sociale. Molte famiglie, pur non maltrattando i disabili, li chiudono in casa senza alcuna assistenza». In passato si sono registrati diversi casi di padri che hanno abbandonato il tetto coniugale, accortisi che il bambino appena nato aveva una disabilità, accusando la moglie di essere una strega perché aveva dato alla luce una creatura “non umana”. Per fortuna, negli ultimi anni, si stanno registrando piccoli ma incoraggianti segni di cambiamento. «Inizia a esserci una nuova sensibilità tra la gente comune», continua padre Lain: «Nelle nostre comunità arrivano persone che donano aiuti materiali: un sacco di riso, un animale, un po’ di farina. Sono piccoli gesti che ci aiutano molto. Ci sono anche donazioni da parte di imprenditori locali e stranieri che lavorano in loco. Gli indiani, per esempio, anche se non cattolici, ci offrono grandi aiuti. Anche gli imprenditori italiani sono altrettanto sensibili».
Al di là degli aiuti, inizia a vedersi, praticamente, una nuova sensibilità, una nuova percezione della disabilità. «In Nigeria — racconta ancora Lain — la mamma di una ragazza down ha dato vita a un’associazione che ha realizzato centri per i ragazzi disabili e fa un attento lavoro di sensibilizzazione. L’associazione è formata dai genitori stessi dei ragazzi portatori di handicap. Sempre in Nigeria stiamo lavorando in alcune scuole per favorire l’integrazione sui banchi. Sono piccole gocce che mostrano un atteggiamento diverso. C’è ancora moltissimo da fare, ma qualche passo avanti è stato compiuto».

© Osservatore Romano - 21 giugno 2019


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