Rassegna stampa etica

Papa Francesco e i migranti: non solo accoglienza...

Integrazione migrantiP. Pietro Messa, ofm

Certamente il fenomeno migratorio in atto è una realtà complessa, ma purtroppo spesso si riduce il dibattito in accoglienza sì, accoglienza no. E anche il magistero pontificio al riguardo viene ricondotto in tale polarizzazione accentuando alcune parole a scapito di altre, sia da chi gli si oppone ma anche da chi dice di essere in sintonia con papa Francesco. 
Entrambe le posizioni sono caratterizzate da una faciloneria che invece dovrebbe lasciare il passo a una riflessione e azione contemporaneamente lucida e semplice. 
Nella intervista pubblicata da La Stampa il 9 agosto 2019 papa Francesco riguardo ai migranti afferma: «Vanno seguiti dei criteri. Primo: ricevere, che è anche un compito cristiano, evangelico. Le porte vanno aperte, non chiuse. Secondo: accompagnare. Terzo: promuovere. Quarto integrare. Allo stesso tempo, i governi devono pensare e agire con prudenza, che è una virtù di governo. Chi amministra è chiamato a ragionare su quanti migranti si possono accogliere».

Tale riflessione la espresse già durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dal viaggio in Irlanda il 27 agosto 2018: «Accogliere i migranti è una cosa antica come la Bibbia. […] È un principio morale. Su questo ho parlato, e poi ho visto che dovevo esplicitare un po’ di più, perché non si tratta di accogliere “alla belle étoile”, no, ma un accogliere ragionevole. E questo vale in tutta l’Europa.Quando mi sono accorto di come dev’essere questo atteggiamento ragionevole? Quando c’è stato l’attentato a Zaventem [Belgio]: i ragazzi, i guerriglieri che hanno fatto l’attentato a Zaventem erano belgi, ma figli di immigrati non integrati, ghettizzati. Cioè, erano stati accolti dal Paese ma lasciati lì, e hanno fatto un ghetto: non sono stati integrati. Per questo ho sottolineato questo, è importante. Poi […] quando sono andato in Svezia ho parlato dell’integrazione, e lo sapevo perché durante la dittatura, in Argentina, dal 1976 al 1983, tanti, tanti argentini e anche uruguayani sono fuggiti in Svezia. E lì, subito il governo li prendeva, faceva loro studiare la lingua e dava loro lavoro, li integrava. […] La Svezia è stata un modello. Ma, in quel momento, la Svezia incominciava ad avere difficoltà: non perché non avesse buona volontà, ma perché non aveva le possibilità di integrazione. Questo è stato il motivo per cui la Svezia si è fermata un po’, ha fatto questo passo. Integrazione. E poi, ho parlato qui, in una conferenza stampa fra voi, della virtù della prudenza che è la virtù del governante, e ho parlato della prudenza dei popoli sul numero o sulle possibilità: un popolo che può accogliere ma non ha possibilità di integrare, meglio non accolga. Lì c’è il problema della prudenza. E credo che proprio questa sia la nota dolente del dialogo oggi nell’Unione Europea».

Ma ancora prima, nel novembre 2016 di ritorno dal viaggio in Svezia, sempre durante la conferenza stampa, disse: «Poi, cosa penso dei Paesi che chiudono le frontiere: credo che in teoria non si può chiudere il cuore a un rifugiato, ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di venti, diciamo così, di integrazione, faccia fino a questo. Un altro di più, faccia di più. Ma sempre il cuore aperto: non è umano chiudere le porte, non è umano chiudere il cuore, e alla lunga questo si paga. Qui, si paga politicamente; come anche si può pagare politicamente una imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di quelli che si possono integrare. Perché, qual è il pericolo quando un rifugiato o un migrante – questo vale per tutti e due – non viene integrato, non è integrato? Mi permetto la parola – forse è un neologismo – sighettizza, ossia entra in un ghetto. E una cultura che non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura, questo è pericoloso. Io credo che il più cattivo consigliere per i Paesi che tendono a chiudere le frontiere sia la paura, e il miglior consigliere sia la prudenza.

Ho parlato con un funzionario del governo svedese, in questi giorni, e mi diceva di qualche difficoltà in questo momento – questo vale per l’ultima domanda tua –, qualche difficoltà perché ne vengono tanti che non si fa a tempo a sistemarli, trovare scuola, casa, lavoro, imparare la lingua. La prudenza deve fare questo calcolo. Ma la Svezia… io non credo che se la Svezia diminuisce la sua capacità di accoglienza lo faccia per egoismo o perché ha perso quella capacità; se c’è qualcosa del genere è per quest’ultima cosa che ho detto: oggi tanti guardano alla Svezia perché ne conoscono l’accoglienza, ma per sistemarli non c’è il tempo necessario per tutti».

Tale indicazione a coniugare accoglienza e prudenza sembra proprio - almeno in Italia - cadere nel vuoto lasciando invece spazio a polarizzazioni che ricordano l'epilettico evangelico che cadeva spesso ora nell'acqua e ora nel fuoco (Mt 17,14).

-> VD anche

Alcune frasi dell'intervista di Papa Francesco rilasciata a La Stampa-Vatican Insider

La propria identità non si negozia, si integra

Sea Watch. Noi non stiamo con Carola, né con il Governo, noi stiamo con la vita e la cura di essa



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