Rassegna stampa etica

«Oeconomicae et pecuniariae quaestiones». Rivoluzione copernicana

etica 1Luigi Zingales*

Il documento ‘Oeconomicae et pecuniariae quaestiones’, elaborato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, e commentato da autorevoli esperti nel nuovo volume a cura di Riccardo Bollati, Il potere del denaro per il bene comune. Riflessioni etico-economiche a partire da Oeconomicae et pecuniariae quaestiones della Libreria Editrice Vaticana (Città del Vaticano, 2019, pagine 131, euro 8), è assai ricco di spunti. Io vorrei sottolinearne uno che, seppure apparentemente banale, ha non solo un significato profondo, ma anche conseguenze altrettanto profonde per il mondo del risparmio gestito.

Il documento ci ricorda che «la nostra epoca ha rivelato il fiato corto di una visione dell’uomo individualisticamente inteso, prevalentemente consumatore, il cui profitto consisterebbe anzitutto in una ottimizzazione dei suoi guadagni pecuniari. La persona umana possiede infatti peculiarmente un’indole relazionale ed una razionalità alla perenne ricerca di un guadagno e di un benessere che siano interi, non riducibili ad una logica di consumo o agli aspetti economici della vita» (n. 9). Tradotto in termini economici: gli individui devono massimizzare l’utilità, non il loro reddito.
Dal punto di vista teorico, non è nulla di nuovo. Ma dal punto di vista pratico, si tratta di una rivoluzione copernicana. I capitani d’industria di una volta investivano per massimizzare la propria utilità, non solo il rendimento finanziario. Nel mondo d’oggi questo legame tra investimento e benefici non-monetari si è spezzato. Non solo perché molte imprese sono quotate e rispondono a una miriade di azionisti con obiettivi discordanti, ma soprattutto per come la teoria della finanza ha interpretato il ruolo del manager.
Come scrisse il premio Nobel Milton Friedman nel 1970, la sola responsabilità sociale di un’impresa è quella di massimizzare i profitti. Anche se tutti gli azionisti perseguono degli obiettivi sociali, l’impresa da loro posseduta deve perseguire solo la massimizzazione dei profitti e poi distribuire gli utili, lasciando agli azionisti stessi il compito di scegliere a quali iniziative benefiche i propri profitti debbano essere devoluti.
È qui che Oeconomicae et pecuniariae quaestiones ci aiuta a ribaltare il risultato. Le conclusioni di Friedman seguono logicamente quando «il denaro da mezzo diviene “fine”» (n. 15). Ma il denaro non è fine, almeno non è l’unico fine. Quanti di noi non sarebbero disposti a un rendimento leggermente minore dei nostri investimenti azionari in cambio di una riduzione delle emissioni di Co2, della quantità di rifiuti tossici scaricati nei nostri fiumi o della povertà nell’area in cui viviamo?
Come il premio Nobel Oliver Hart e chi scrive dimostrano in un recente lavoro (cfr. Oliver Hart, Luigi Zingales, Companies Should Maximize Shareholder Welfare Not Market Value?, in «Journal of Law, Finance, and Accounting», 2 [2017]: 247–274), quando gli investitori hanno obiettivi sociali, le conclusioni di Friedman valgono solo laddove gli obiettivi sociali e quelli economici siano perfettamente separabili senza alcun costo, come nel caso delle donazioni fatte dalle imprese.
Per la maggior parte degli obiettivi sociali, però, questa perfetta separabilità non esiste. Costa meno introdurre delle misure precauzionali per evitare le perdite di petrolio che bonificare l’ambiente dalla contaminazione prodotta dalle fuoriuscite. Un azionista che ha a cuore l’ambiente, quindi, preferisce che l’impresa non spinga la massimizzazione dei profitti fino al punto da risparmiare sulle misure precauzionali, anche se questo significa minori dividendi, perché con i maggiori dividendi, ottenuti massimizzando i profitti, non potrebbe riparare in maniera adeguata il danno inferto all’ambiente. L’utilità di questo azionista non viene massimizzata massimizzando i profitti, ma seguendo una politica che tenga conto — almeno in parte — dei danni ambientali.
Come fanno investitori diversi ad accordarsi su un obiettivo comune per l’impresa? Basta interpellare gli azionisti nelle assemblee societarie, mettendo ai voti alcuni trade-off fondamentali: per esempio, quanto sono a disposti a sacrificare in termini di dividendi per una determinata riduzione delle emissioni di Co2. Per gli investitori istituzionali sarebbe ancora più semplice. Basterebbe che scegliessero di differenziarsi sulla base di come intendono votare nelle assemblee. Questo cambiamento risponderebbe direttamente all’auspicio del documento che «spetta in primo luogo agli operatori competenti e responsabili elaborare nuove forme di economia e finanza, le cui prassi e regole siano rivolte al progresso del bene comune e rispettose della dignità umana» (n. 6).
L’enfasi di Oeconomicae sugli obiettivi sociali arriva in un importante momento di cambiamento dell’industria del risparmio gestito. Negli ultimi anni, un numero crescente di investitori ha integrato i propri obiettivi finanziari con obiettivi riguardanti l’ambiente, la sfera sociale, e la governance. Esiste, però, grande confusione su come questi principi si traducano in pratica.
Oeconomicae et pecuniariae quaestiones rimanda «agli operatori competenti e responsabili» il compito di elaborare questi criteri. Ma tra questi operatori ne esistono molti che sono direttamente o indirettamente sotto il controllo dell’autorità pontificia. Sarebbe quindi auspicabile che, ad esempio, la Congregazione per la Dottrina della Fede, e altri competenti Dicasteri vaticani, partecipassero in modo attivo alla definizione di quali obiettivi non-monetari gli investitori cattolici debbano seguire. Un contributo in questo senso aiuterebbe non solo ad accelerare, ma a rendere irreversibile una trasformazione in atto nell’industria del risparmio gestito. A beneficiarne non sarebbe solo la finanza cattolica, ma il mondo intero.
*University of Chicago, Booth School of Business

© Osservatore Romano - 25 gennaio 2019