bimbo 3Vescovi coreani presentano per la prima volta una petizione alla Corte Costituzionale

SEOUL, 6. La Chiesa cattolica in Corea del Sud ha fatto appello alla Corte costituzionale per impedire che la pratica dell’ab orto venga depenalizzata. Nei giorni scorsi i vescovi hanno presentato ai giudici oltre un milione di firme.
La petizione è stata presentata poche ore prima che la Corte costituzionale esprimesse parere favorevole alla depenalizzazione dell’aborto nel paese. Secondo quanto riferito dall’agenzia Ucanews, è la prima volta che una Chiesa, in questo caso quella cattolica, presenta una petizione alla corte coreana. «Il diritto alla vita — ha affermato l’arcivescovo di Gwangju, Hyginus Kim Hee-joong, presidente della Conferenza episcopale — non può essere votato a maggioranza. La depenalizzazione dell’aborto indurrebbe le persone a pensare che sia tutto a posto». Ma la Chiesa cattolica — ha proseguito il presule — si oppone fortemente all’uccisione di una vita innocente, che non può essere giustificata in alcuna circostanza, indipendentemente dalla causa. Compito della Chiesa, ha sottolineato il presidente dell’episcopato coreano, è quello di difendere la vita dal concepimento fino alla morte naturale. Secondo i vescovi, «il diritto di un essere umano a vivere non deve essere violato dall’egoismo di un altro essere umano. Dal primo momento della sua esistenza, un essere umano deve essere riconosciuto come avente i diritti di una persona, tra cui il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita». L’anno scorso oltre duecentotrentamila persone hanno firmato una petizione online presentata all’ufficio presidenziale, chiedendo che l’aborto fosse legalizzato. Adesso la Chiesa cattolica sta sollecitando la Corte costituzionale, che dovrà decidere il 24 aprile, affinché respinga qualsiasi legge a favore dell’aborto. Il codice penale coreano punisce con una pena fino a un anno di carcere o una multa massima di 2 milioni di won (1850 dollari) la donna che abortisce, a meno che la gravidanza derivi da stupro o metta in pericolo la vita della futura madre.

© Osservatore Romano - 7 aprile 2018

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