Rassegna stampa etica

Migrazioni. Fattori di conflitto o di pace?

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DA ROMA ALLA TERZA ROMA

XXXVI SEMINARIO INTERNAZIONALE DI STUDI STORICI

Campidoglio, 21-22 aprile 2016

S.E. Mons. Agostino Marchetto

Segretario Emerito del

Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

Città del Vaticano

Pastorale della mobilità umana, fenomeno strutturale

             È possibile che le migrazioni possano favorire il superamento dei conflitti, l’incontro tra le civiltà, come pure il dialogo fra le diverse esperienze religiose, fra concezioni e modi di vita differenti? Questo interrogativo tocca direttamente la prospettiva religiosa che si muove di fronte alle nuove realtà di società dimensionate sulla coesistenza tra identità molteplici, frutto di un mondo in cui la mobilità umana è fenomeno strutturale e non occasionale, fenomeno di fronte al quale si pone ormai l’urgenza di offrire testimonianza, assistenza e solidarietà. La dimensione religiosa – e, alla luce di fatti e pronunciamenti, penso qui di interpretare non solo quella della Chiesa cattolica – si trova, dunque, impegnata almeno ad affrontare coerentemente esigenze molteplici, a concorrere nella risoluzione di crisi e di destabilizzazioni che, spesso con superficialità, portano a guardare al fenomeno migratorio con un certo sospetto, quale fattore di incertezza e di conflitto.

Un’attenzione positiva, direi, che vuole principalmente educare a superare mentalità ed azioni che nascondono un rifiuto dell’altro o si riducono alla sua esclusione, fino a più ampie limitazioni di diritti e libertà o ad ingiustificate criminalizzazioni nei confronti di coloro che spinti dai motivi più diversi lasciano la terra di origine per installarsi in un altro Paese. Per la Chiesa cattolica questo significa cura pastorale, inserita in quella più ampia azione di accoglienza e di amore verso l’altro che è propria dell’impegno della comunità dei battezzati, ma è anche motivo di elevare la voce perché mai sia dimenticata la giustizia intesa come rispetto dei diritti della persona e non solo applicazione di misure legislative, così da porre le basi per una convivenza pacifica e duratura[1].  Posso garantire – chi vi parla ha acquisito in questi anni una diretta esperienza delle situazioni e delle azioni conseguenti – che si tratta di un approccio non privo di difficoltà, ma concretamente di un apporto positivo a fronte di un fenomeno a dir poco complesso.

Infatti, lo sguardo rivolto alle dinamiche della popolazione in termini di crescita, ma anche alle situazioni di conflitto, alla richiesta di un tenore di vita dignitoso, alla garanzia per l’esercizio di diritti fondamentali, evidenzia il dato che oggi circa 200 milioni di persone, quasi il 3 per cento della popolazione mondiale, lascia la propria terra di origine, in genere per spostarsi verso le aree a più ampio livello di sviluppo[2]. Si tratta, per altro, di un fenomeno che gli studi più accreditati svolti da Istituzioni intergovernative determinano in crescita[3] che comporta immediatamente – e spesso in modo drammatico – la necessaria disponibilità a praticare atteggiamenti di comprensione, assistenza, solidarietà da esprimere non solo come richiamo teorico, ma attraverso gli strumenti della politica, del diritto e delle più complesse attività istituzionali realizzate da organi statali o dalle istanze della Comunità internazionale.

Nuovi parametri e governance del fenomeno

Soprattutto quello che può cogliersi è ormai l’aperta ricerca di nuovi parametri di ordine culturale e quindi legislativo da indicare quali principi di base nella gestione, nelle scelte, nella governance e nel più specifico livello decisionale (decision making) che riguarda il fenomeno migratorio. Problemi che toccano non solo i singoli Paesi, ma altresì la dimensione internazionale, le regole, le istituzioni, le strategie di intervento, e questo proprio nella prospettiva di una coesistenza pacifica strutturata secondo quella sussidiarietà di apporti che coinvolge persone, società e Stati.

Sussidiarietà che include certamente la dimensione religiosa, pur rispettandone la specificità che, pur non confondendosi con gli indirizzi politico-sociali, il momento legislativo e normativo o le decisioni in economia, è chiamata ad individuare le principali questioni con le quali, sia a livello particolare che nella dimensione internazionale, deve confrontarsi.

Di qui l’attenta considerazione al legame – vero e proprio rapporto causa-effetto alla luce dei dati – tra le migrazioni e il divario tra il Nord e il Sud del mondo. Un divario netto, evidente altresì in termini demografici oltre che strutturali, economici e di programmazione dello sviluppo, che motiva in larga misura i flussi migratori, giungendo finanche a farli ritenere ancora “limitati” rispetto all’effettivo potenziale determinato, tra l’altro, dall’aggravarsi delle condizioni di povertà, dal desiderio di migliori condizioni di vita, dall’attrattiva che quanti già immigrati rappresentano e, non ultimo, da una più facile fruibilità e disponibilità delle comunicazioni.

L’atteggiamento di chi arriva e la capacità di accettarne la presenza

Un’altra situazione è quella che la migrazione determina nei Paesi di ingresso o di primo stabilimento e in quelli di destinazione ultima, nei quali si confrontano l’attitudine di chi arriva nel rendersi disponibile verso i cardini delle società che lo accolgono, dall’altro la capacità o la volontà del corpo sociale di accettare la presenza di immigrati. Un confronto che non si esaurisce nei temi del lavoro, dell’accesso ai servizi, della legalità o illegalità, ma si allarga a considerare la compatibilità di valori e regole che spesso neppure la presenza di più generazioni di immigrati riesce a gestire in modo pacifico.

Di fronte a queste situazioni l’intervento a cui sono chiamate le religioni non è facile, se non la si vuole ridurre alla sola denuncia o ad una mediazione. Si tratta, infatti, di concorrere a determinare le condizioni di sviluppo, e quindi le politiche di cooperazione come «occasione di incontro culturale ed umano»[4], come pure di sostenere da un lato i valori e le regole di chi arriva, dall’altro il patrimonio di chi accoglie, operando per «salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati»[5].

La metodologia che la dimensione religiosa adotta e lotta alla povertà

            Diventa cruciale la metodologia che la dimensione religiosa adotta nella sua azione: gestire tutto in funzione di un ruolo sociale prevalente o avere un proprio progetto migratorio – religioso, cultuale e quindi sociale e culturale –, quasi un fattore di stabilizzazione sociale? Fattore a cui si legano capacità di dialogo e condivisione del bene della persona che è poi l’obiettivo ultimo.

            In una realtà globalizzata o interdipendente, le tendenze che su scala internazionale si registrano sul versante delle migrazioni e le prospettive geografiche e politiche che derivano dai diversi aspetti del fenomeno, evidenziano uno stretto legame con la globalizzazione, la liberalizzazione dei flussi commerciali, come pure con l’integrazione economica in aree specifiche. E si tratta di fattori che se, da un lato, incoraggiano la mobilità umana anzitutto sul piano lavorativo – come si è visto alimentata da un crescente divario negli standard di vita fra Paesi poveri e ricchi e da una diversa realtà demografica – , dall’altra si legano ad alcuni indicatori di controllo, vere e proprie misure finalizzate a regolare i flussi migratori, ad arginarli o addirittura ad erigere barriere. Il pericolo di conflitti che da tali pratiche possono esplodere, e spesso in modo drammatico, non è da escludersi, con un allontanamento della stabilità e del possibile dialogo, limitato al confronto.

Sono diverse le analisi che considerano le migrazioni, e meglio si direbbe i migranti, come costruttori di una rete di rapporti e di scambi che vanno oltre le dimensioni nazionali, quasi elementi privilegiati per superare i conflitti e favorire la costruzione di rapporti tra Paesi, culture ed aree differenti. In modi diversi, il migrante in sostanza è visto come un potenziale strumento di crescita e beneficio sia per le aree di origine, sia per quelle di approdo. Tralascio altre argomentazioni per riferirmi immediatamente al trasferimento di risorse, non solo economiche, professionali e umane che i migranti favoriscono verso il loro Paese di provenienza, come pure per quello di arrivo quando suppliscono alle lacune di forza lavoro o di offerta di servizi, o più ampiamente rispondono ad un’inadeguata crescita della popolazione. Qualche anno or sono, la Banca Mondiale[6] ha indicato che il numero crescente di migranti nel mondo con la loro produttività e i loro guadagni costituisce uno strumento appropriato per le strategie di lotta alla povertà e di riduzione del sottosviluppo che restano quanto mai complesse. L’approccio specifico di quell’intervento della Banca Mondiale era rivolto alle rimesse degli immigrati considerate un’importante via d’uscita dall’estrema povertà. Un approccio confermato dall’analisi sulla crisi finanziaria ed economica che dal 2007 viviamo in dimensione globale, dal quale emerge che per la gran parte dei Paesi in via di sviluppo la diminuzione delle rimesse degli immigrati ha significato un generale abbassamento della condizione economica e degli standard di vita[7], iniziando dal mancato soddisfacimento dei bisogni primari: alimentazione, cure mediche, alfabetizzazione, per richiamarne alcuni.

Almeno una capacità di convivenza

Un esempio che non richiede commenti di sorta, ma che consente di cogliere pienamente, insieme ai potenziali vantaggi economici del fenomeno migratorio, le implicazioni sociali e politiche ad essa associate. Implicazioni da cui non sono estranei atteggiamenti che pongono le migrazioni all’origine di sentimenti contrastati, di risentimento da parte della popolazione dei Paesi di approdo, specie quando la coabitazione diviene difficile per differenze etniche, linguistiche, culturali e religiose. In questi casi anche l’apporto positivo che le migrazioni donano al mondo del lavoro genera dissidi: il migrante diventa colui che sottrae occupazione, determina una concorrenza sleale nei livelli salariali, spinge per un maggiore spostamento di risorse verso la spesa sociale.

Sono costanti le immagini che presentano i migranti solo come causa di conflitto quando ad essere messi in discussione sono i valori cardine della convivenza, quella costituzione materiale che è posta alla base del vivere sociale. Situazioni da cui la dimensione religiosa non può estraniarsi. La Chiesa cattolica, ad esempio, si espone direttamente sul terreno con le sue strutture pastorali e la sua specificità di intervento che, nell’impossibilità di una piena integrazione, opera perché almeno si determini una capacità di convivere «attraverso una prassi di rispetto reciproco delle persone e di accettazione o tolleranza dei differenti costumi»[8].

Una sfida senza precedenti per gli Stati e le Organizzazioni Internazionali

            Le circostanze or ora richiamate, in ragione delle cause che le determinano, non possono essere ignorate da una prospettiva di azione da parte della dimensione religiosa la cui efficacia, però, dipende dal modo di considerare la complessità della gestione dei flussi migratori. Questi, infatti, pongono ai singoli Stati una sfida senza precedenti, come pure determinano un necessario coinvolgimento delle Organizzazioni internazionali alle quali si chiede di predisporre strumenti normativi uniformi ed armonizzati o almeno in grado di far convergere approcci diversi e che, se privi del necessario coordinamento, risulterebbero inefficaci[9]. Segno evidente che le risposte tradizionalmente fornite, in genere mediante un approccio limitato a singole situazioni, risultano spesso inadeguate. E questo anche se le cause ultime del fenomeno migratorio e l’interazione tra i fattori che incidono sulla migrazione ordinata (temporanea o permanente) riportano esempi di gestione efficacemente realizzata da Governi ed Istituzioni internazionali. Lo testimoniano gli sforzi di integrazione dei migranti nelle società di accoglienza, i programmi di reintegrazione nei Paesi di origine accompagnati da indicazioni di sostenibilità e, in particolare, la ricerca di criteri per garantire i diritti fondamentalissimi (core rights) che appartengono al migrante in quanto persona qualunque sia la sua condizione rispetto alle normative di accoglienza.

La dimensione religiosa e il rispetto della dignità umana per la pace

Alla dimensione religiosa, poi, non sfugge l’atteggiamento di un numero sempre crescente di Paesi che optano nell’adottare politiche e strumenti normativi che hanno un approccio a più dimensioni per la gestione delle migrazioni, volto a ridurre forme di irregolarità, di spostamenti e tralasciando invece quella necessaria azione preventiva o almeno volta a ridurre abusi nei confronti dei migranti. Fenomeno, quest’ultimo, che desta grande preoccupazione se si pensa alla tratta di esseri umani (trafficking) o all’industria legata all’introduzione irregolare di migranti (smuggling), la cui consistenza appare crescente pur in presenza di articolate legislazioni e strategie di contrasto.

            Abbiamo parlato di complessità e di necessità di azioni coordinate a cui la dimensione religiosa concorre, e vuole continuare a farlo, sapendo che alle azioni in questa direzione fanno da sfondo i complessi dibattiti sulla connessione fra fenomeno migratorio, livelli di sviluppo, negoziati e strategie per ridurre la povertà. Ma – e qui entra un passaggio specifico – anche le questioni che condizionano quel necessario dialogo fanno sì che esso non sia più confinabile al solo incontro tra differenti civilizzazioni, ma contraddistingua l’apporto delle religioni alle istituzioni, alla società civile ed alle sue forme di organizzazione, nei processi educativi e di formazione che del dialogo sono certo il fondamento.

            Prospettive e soluzioni rimangono, dunque, affidate a politiche e normative che saranno tanto più efficaci quanto più rispetteranno la dignità umana nella gestione delle migrazioni, e capaci di favorire politiche e strategie conseguenti basate su larghi consensi, frutto di un’ampia convergenza riversata negli strumenti che favoriscono l’eliminazione dei conflitti, la cooperazione, la stabilità, obiettivi dell’ordine politico interno e di quello della Comunità internazionale, in una parola la pace.

L’elemento religioso, che si è visto composito ed attento ai fatti, diventa allora un esenziale fattore per una comune visione di governance delle migrazioni (cfr. Caritas in veritate, 62.67) e quindi della situazione dei migranti verso i quali sono chiamati ad operare molteplici soggetti, responsabili o almeno coinvolti. Una visione fondata sul valore della reciprocità e della comunione tra persone, Stati, Istituzioni internazionali, in grado di rimuovere rigide posizioni e garantire scelte per l’immigrazione dove non prevalgono solo prospettive legate alla sicurezza e al profilo economico, ma pure una dimensione sociale, culturale e, non ultima, religiosa capace di esprimersi attraverso lo strumento legislativo garante di diritti e di doveri. Sicurezza legata altresì al benessere dei migranti, volta a contemperare limiti all’ingresso e libertà di movimento, ma soprattutto strumento a favorire una relazione non solo interculturale, ma anche intergenerazionale.

È quanto richiede l’uguaglianza dell’umana natura e il rispetto della dignità di ogni essere umano. Per la Chiesa cattolica questo significa che «l’attenzione al Vangelo si fa così anche attenzione alle persone, alla loro dignità e libertà. Promuoverle nella loro integrità esige impegno di fraternità, solidarietà, servizio e giustizia»[10], per quel bene universale che chiamiamo pace.



[1] Questo approccio è stato approfondito nell’Istruzione Erga migrantes caritas Christi (EMCC) emanata nel 2004 dal Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, che individua le linee della cosiddetta “pastorale di accoglienza”, in particolare nella Parte II (testo in Acta Apostolicae Sedis 96 [2004], pp. 762-822).    

[2] Per una completa visione dei dati può farsi riferimento al rapporto dell’OECD, International Migration Outlook 2009, Paris, 2009.

[3] Un’interessante proiezione per il periodo 2010-2050 è contenuta in United Nations-Economic and Social Affairs Department, World Population Prospects. The 2008 Revision, New York, 2009, pp. 38-39.

[4] Benedetto XVI, Enciclica Caritas in Veritate, 59.

[5] Ibid., 62. Su questo punto l’enciclica rinvia alla menzionata Istruzione Erga migrantes caritas Christi.

[6] Il riferimento è al rapporto World Bank, Global Economic Prospects 2006. Economic Implications of Remittances and Migration, Washington, 2006.

[7] Cf. World Bank, Global Economic Prospects 2010. Crisis, Finance, and Growth, Washington 2010, p. 37 e ss.

[8] EMCC, 2.

[9] La questione è posta in modo esplicito per le forme di Organizzazione internazionale di tipo sovranazionale o integrato, come è il caso dell’Unione Europea o, sia pur con più limitata capacità, dell’Unione Africana e del Mercosur.

[10] EMCC, 36.

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