Rassegna stampa etica

Migrazioni ed Enc. "Caritas in Veritate", a dieci anni dalla pubblicazione

hd logo itIl Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Integrale ha organizzato un convegno internazionale per approfondire quale influenza l'enc. Caritas in Veritate possa ancora esercitare sulla società, a dieci anni dalla pubblicazione.

Sia permesso anche allo scrivente ricordare, in tale felice circostanza, come antico Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli  Itineranti, la dimensione migratoria che pure risulta da tale documento benedettino, fatta più viva  domenica scorsa in San Pietro da una celebrazione eucaristica presieduta da Papa Francesco per la Comunità congolese. Essa ha realizzato quanto la pastorale della mobilità umana (Migranti ed Itineranti) prevede da più di un secolo, con evidente aggancio alla visione della Caritas in Veritate. In effetti si trattava del XXV anniversario della fondazione della Cappellania congolese in Roma.

Lo mettevo in risalto - e qui lo ripropongo, con brevissima sintesi - in un mio discorso alla Fondazione Migrantes di Vicenza, mia Città d'origine, dal titolo "L'Enc. Caritas in Veritate e la pastorale per i migranti (vedi servizio zenit.org del 24/X/09. L'Enciclica “Caritas in veritate” e la pastorale per i migranti; https://it.zenit.org › articles › l-enciclica-caritas-in-veritate-e-la-pastorale-pe...

Dopo l'introduzione presentavo una visione generale del Documento in rapporto appunto all'emigrazione con due criteri orientativi: la giustizia e il bene comune, evidenziando la continuità del Magistero, con i principi di solidarietà e reciprocità, sottolineando, la dimensione culturale dello sviluppo, con rilievo delle cause  delle migrazioni ed analisi  del N. 62  del Documento in parola, tutto sul rapporto fra sviluppo umano integrale e fenomeno migratorio, e breve premessa, così formulata:

"Passiamo ora all’analisi approfondita del N. 62 che tratta del rapporto fra sviluppo umano integrale e fenomeno migratorio, ma con qualche premessa. Quando nell’enciclica  Populorum Progressio Paolo VI trattava di sviluppo aveva di esso una visione ben precisa e articolata, ripresa da Benedetto XVI: “Con il termine «sviluppo» [Paolo VI] voleva indicare l’obiettivo di far uscire i popoli anzitutto dalla fame, dalla miseria, dalle malattie endemiche e dall’ analfabetismo. Dal punto di vista economico, ciò significava la loro partecipazione attiva e in condizioni di parità al processo economico internazionale; dal punto di vista sociale, la loro evoluzione verso società istruite e solidali; dal punto di vista politico, il consolidamento di regimi democratici in grado di assicurare libertà e pace” (N. 21). Orbene, con ragione, dal cuore di Benedetto XVI sgorgava una domanda: “Dopo tanti anni, mentre guardiamo con preoccupazione agli sviluppi e alle prospettive delle crisi che si susseguono in questi tempi, ci domandiamo quanto le aspettative di Paolo VI siano state soddisfatte dal modello di sviluppo che è stato adottato negli ultimi decenni” ( ib.).

La situazione di crisi che il mondo sta attraversando è di fatto prova tangibile che lo sviluppo non può essere solo tecnologico e economico, che pur avendo “tolto dalla miseria miliardi di persone” e “dato a molti Paesi la possibilità di diventare attori efficaci della politica internazionale”, continua comunque “ad essere gravato  da distorsioni e drammatici problemi” (N. 21). Lo sviluppo deve rivestire “la totalità della persona in ogni sua dimensione” (N. 11), cosicché esso non diventi un obbiettivo in se stesso, ma un mezzo per la realizzazione della persona umana, “del destino stesso dell’uomo che non può prescindere dalla sua natura” (N. 21). In lui è “l’immagine divina” che lo porta a “scoprire veramente l’altro e a maturare un amore che ‘diventa cura dell’altro e per l’altro’” (N. 11). L’essere umano si sviluppa attraverso i suoi rapporti con gli altri e dunque lo sviluppo non può essere un fatto individuale ma necessariamente sociale. E’, “ umanamente e cristianamente inteso, il cuore del messaggio sociale cristiano”, avendo “la carità cristiana come principale forza a [suo] servizio” (N. 13). E’ dunque destinato a contribuire all’edificazione di quella “civiltà animata dall’amore” prospettata da Paolo VI, “il cui seme Dio ha posto in ogni popolo, in ogni cultura” (N. 33).

Successivamente, a Vicenza, dopo tale premessa affrontavo la questione delle migrazioni internazionali, quella tra esse e lo sviluppo, con attenzione altresì agli immigrati altamente qualificati  e ad altri immigrati, concludendo con la necessità per essi di integrazione, ma non assimilazione, e analisi della ricaduta economica del tutto."
Termino ancora, come facevo a Vicenza nel 2009, apprezzando  il fatto che la Caritas in Veritate  "dinanzi alle sfide del nostro tempo mette in guardia  contro il rischio che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l'interdipendenza etica delle coscienze e delle intelligenze dalla quale possa emergere  come risultato uno sviluppo veramente umano (N.9).
A questo proposito già l’ EMCC ("Erga Migrantes Caritas Christi", Istruzione del Pont. Cons. della Pastorale per i Migranti e gli Iteneranti, approvata da Papa Giovanni Paolo II il I/ V/2004 sollevava la “questione etica … della ricerca di un nuovo ordine economico internazionale per una più equa distribuzione dei beni della terra, che contribuirebbe … a ridurre e moderare ì flussi … delle popolazioni in difficoltà”. Si riconobbe infatti che tale nuovo ordine richiede una nuova visione “della comunità mondiale, considerata come famiglia di popoli, a cui finalmente sono destinati i beni della terra, in una prospettiva del bene comune universale” ( EMCC, N. 8).
 
In effetti, “nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo” (N. 62). Nella nostra “società in via di globalizzazione, il bene comune e l’impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell’intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle Nazioni, così da dare forma di unità e di pace alla  città dell’uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città, senza barriere, di Dio” (N. 7). Sottolineammo “città, senza barriere, di Dio”.

+Agostino Marchetto

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