Rassegna stampa etica

Le lezioni di un cattolico in politica

A 50 anni dalla scomparsa di Giulio Pastore

«Se si vuol bene al Signore e si vuole bene alla gente il cristiano è presente, dentro nel cuore della vita, e là è chiamato ad inventare, con la sua fantasia, con la sua capacità ed il suo amore le cose più giuste perché la gente si accorga che c’è chi le vuole bene»: così, in due parole semplici, da semplice operaio, Giulio Pastore, fondatore della Cisl e più volte ministro della Repubblica italiana aveva coniato lo slogan dell’impegno cristiano in politica.

A raccontarlo fu il figlio, il vescovo Pierfranco, già vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede, in un articolo scritto per l’Osservatore Romano del 17-18 agosto 2002, in occasione della ricorrenza della nascita del padre. Oggi, a Roma, la Cisl, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato invece i 50 anni della morte di Pastore, avvenuta appunto il 14 ottobre del 1969, in un momento cruciale della storia italiana, quando le nubi cominciavano ad addensarsi nell’orizzonte politico di un paese che di lì a poco avrebbe conosciuto l’esperienza traumatica degli anni di piombo e tutte le profonde ricadute sociali di uno sviluppo malgovernato.

 Giulio Pastore  in un intervento pubblico da ministro

Lo aveva previsto Pastore, quando, come ha ricordato Aldo Carera, presidente della fondazione che porta il nome del compianto politico, «denunciava l’avanzare di una drammatica desertificazione sociale» dagli inevitabili esiti infausti. Una desertificazione figlia dell’industrializzazione non guidata, dell’emigrazione interna che portava i giovani meridionali a trasferirsi al nord e all’estero, in Francia per esempio, dove costituivano, denunciava Pastore, una massa indistinta, senza nome, raccolta in indegni campi di “accoglienza”.

I viaggi di Pastore al Sud d’Italia assumevano in quei tempi i connotati di un sorta di pellegrinaggio sui luoghi del disagio e della sofferenza. Ha ricordato Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, come Sandro Pertini ebbe a dire che «le visite di Pastore al Sud potrebbero far scrivere un libro», tanti sono gli aneddoti, le storie toccanti, le premure personali di quello che fu anche ministro per lo sviluppo del Mezzogiorno e delle aree depresse del Centro-Nord, un incarico che lo portò a varare l’intervento straordinario per il meridione. Un viaggio, quello di Pastore, affrontato con un timone ben saldo: la coerenza. Il dovere morale, e cristiano, che nel 1960 lo condusse a dare le dimissioni dal nascente governo Tambroni, sostenuto dal Movimento sociale. La coerenza che, ha ricordato Gianfranco Astori, più volte deputato della Democrazia cristiana e ora consigliere del presidente della Repubblica per l’informazione, lo aveva condotto nel 1920 a lasciare il gruppo dei Giovani cattolici di Novara dopo che questi avevano stretto accordo con i fascisti locali. «La sua traccia — conferma Astori, che è stato sindaco di Varallo, in Valsesia, dove Pastore fondò il Consiglio di Valle — era visibile non solo in ciò che aveva realizzato ma nella sua testimonianza morale, dove si esprimevano delle caratteristiche indeclinabili, l’intransigenza in primo luogo, che nutriva la sua coerenza (del resto “Coerenze sociali” era il nome della sua corrente all’interno della Dc)».

Spiega Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl: «La ricorrenza dei cinquant’anni dal giorno in cui il fondatore Giulio Pastore ci ha lasciato non è un semplice momento rituale, ma l’occasione per riflettere sull’oggi attraverso il suo lascito e la straordinaria modernità che lo caratterizza, con riferimento ai valori etici e ai fini». Valori che, ha sottolineato Furlan, sono «ancora attuali»: la «lezione di Pastore è chiara: responsabilità, sostenibilità, coesione, giustizia sociale». «È trascorso mezzo secolo, ma l’universo di valori e dei fini di Pastore e della Cisl, unitamente al progetto di civiltà e di democrazia che ispirano, continuano ad essere un riferimento prezioso in questo nostro tempo travagliato, che richiede lungimiranza, cooperazione e coraggio innovativo per rendere concreta la centralità della persona e del lavoro». Valori che rimangono centrali ed estremamente connessi con quelli dell’ec0logia, della necessità di un sistema produttivo sostenibile, umano. «Il grido della terra è lo stesso grido dei lavoratori, dei migranti», ha affermato ancora Furlan, la quale ha ricordato come Pastore teorizzasse quell’economia sociale di mercato che oggi appare come unica strada percorribile per uscire da una crisi profonda e altrimenti irreversibile. Il ricordo dell’opera di Giulio Pastore consente oggi anche di riflettere sulla qualità del rapporto fra cattolici e politica. Il fondatore della Cisl, ha ricordato il presidente dell’Istituto Luigi Sturzo, Nicola Antonetti, nel corso del seminario moderato dal direttore di Avvenire Marco Tarquinio, «ebbe il merito di portare quelli che erano stati di fatto i grandi esclusi del Risorgimento ad assumere la leadership dell’azione politica, evitando il pericolo che Sturzo intravedeva nel movimento sindacale, vale a dire la tendenza al superamento della funzione intermediatrice dei partiti».

Un tema, quest’ultimo che risuona anche nell’attuale dibattito politico italiano. Pastore, come De Gasperi, seppe organizzare per tempo una squadra di lavoro, una felice unione di competenze tecniche e politiche, fra persone che da tempo si erano preparate e lavoravano per mediare fra i bisogni della gente e l’azione politica. Tutt’altro, ha osservato De Rita, rispetto alle odierne “squadre di governo”, che spesso coincidono con i “cerchi magici” del potere, la sfera dei confidenti più prossimi del potente. L’ennesima lezione di un cattolico in politica. «A me che un giorno — ricordava ancora il figlio Pierfranco — per la verità senza secondi fini, gli feci notare l’opportunità di un certo intervento nei confronti di una superiore autorità, rispose, senza neppure permettermi di spiegare il pensiero: “ricorda sempre, Pierfranco: chi vuole essere cristiano non può essere cortigiano”. E fu una lezione che non potei più dimenticare».

di Marco Bellizi



© Osservatore Romano - 14-15 ottobre 2019


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