vestitini eleganti per neonati1Silvia Gusmano

Prendere in mano una qualsiasi rivista patinata e guardare, almeno con un pizzico di curiosità, i prodotti per bambini reclamizzati — abiti, calzature o giocattoli che siano — diventa a questo punto difficile. Perché il saggio di Flavia Piccinni,  Bellissime  (Roma, Fandango, 2017, pagine 208, euro 16) spalanca una porta su un mondo raccapricciante. Già era stato abbastanza scioccante leggere, qualche anno fa, il romanzo della scrittrice statunitense Joyce Carl Oates,  Sorella mia unico amore (2009), che raccontava la storia (narrata dal mesto fratellino Skyler) della piccola Edna Louise, stella già a 4 anni, parafrasando la reale vicenda di Jon Benet Ramsey, reginetta di bellezza di sei anni che nel 1996 venne trovata massacrata nella cantina di casa. 
Prima ancora che l’epilogo tragico, del romanzo di Oates ci colpì tutto ciò che lo aveva preceduto, e cioé il ritratto di un mondo di adulti, genitori in testa, che vampirizza i bambini.
Con il libro di Piccinni, se possibile, si fa un passo in più. Perché le storie sono tante, tantissime, e si svolgono qui vicino a noi, popolando una realtà fatta di boccoli e piastre per capelli, tacchi e vestiti scintillanti, trucco e rossetti. Una realtà, confinata al limite massimo del metro e trenta di altezza, in cui l’aspetto fisico è l’unica via per l’affermazione di sé.
Bellissime  racconta infatti il popolatissimo mondo delle sfilate per bambini, delle pubblicità e dei casting per accedervi, delle gare per baby miss. Un mondo estremamente ambito, e non solo perché — nonostante in Italia la natalità sia in picchiata — il giro d’affari della moda bimbo superi i 2,7 miliardi di euro. C’è, infatti, dell’altro.
Del viaggio compiuto da Piccinni in giro per l’Italia — dai centri commerciali del napoletano alla riviera romagnola, dai set del milanese alle sfilate fiorentine — già colpisce la mancanza di rispetto per le norme che tutelano il lavoro minorile. Basti pensare che  per ore e ore ai bambini sul set viene proibito non solo di mangiare, ma anche di bere per evitare che bagnino inavvertitamente i vestiti, che si rovinino il trucco o che chiedano di andare in bagno. Non stupisce, del resto, la spietatezza degli adulti che lavorano in questo mondo. «Immersi nella routine cinica del mondo della moda, che non consente errori, perdite di tempo, alternative alla perfezione. Sono tutti adulti che spesso non hanno alcun rapporto nella loro vita quotidiana con minorenni e ne frequentano necessità e bisogni solo sul set. “Il trucco — dice a Piccinni, con tono intransigente, un noto fotografo — sta nel non considerare i bambini sul set per quello che sono, ma nel vederli come modelli. Punto e basta. Sono pagati? Bene. Allora devono fare quello che viene richiesto loro”».
Ma l’aspetto scioccante è che dietro ai provini, alle sfilate e ai concorsi di bellezza, dietro le bimbe che già hanno imparato ad atteggiarsi maliziosamente, ci sono proprio quegli adulti che dovrebbero difendere questi piccoli vampirizzati della loro infanzia. E cioè le madri. I padri che compaiono sono pochissimi: i più restano sullo sfondo, non sono contenti di quel che subiscono i loro figli, ma per quieto vivere lasciano fare.
«È lecito parlare di infanzia violata. Un tempo — spiega  Giuseppe Saggese, ordinario di pedagogia all’università di Pisa — i genitori erano degli educatori, mentre adesso devono essere loro a venire condotti per mano nei meandri del mondo. Sono uomini e donne inadeguati, frustrati, che cercano un riscatto ai loro insuccessi attraverso i figli. Sono incapaci di comprendere che esista una fisiologia della crescita (...). Esattamente come accade con lo sport agonistico, che devia il piccolo dal suo ambiente naturale, vengono prodotti dei danni che il genitore tende a giustificare in modo inconscio. Danni che potranno poi presentarsi durante l’adolescenza, quando la ricerca della propria identità vibra in un limite sottilissimo fra  fisiologia e patologia. E basta davvero poco per alterare, in modo definitivo, un equilibrio».
Dai racconti e le confidenze che le madri fanno a Piccinni, infatti, emerge come il vero motivo per cui questi bambini sono sottoposti a casting faticosi e snervanti per cercare di arrivare in copertina è il desiderio di rivalsa. Una sola madre confida che i guadagni della figlia mantengono la famiglia: negli altri casi non sono i soldi la vera molla. «Mi piace vedere che non è affatto come ero io — spiega una mamma —. Ero una bambina chiusa, stavo per i fatti miei, selezionavo molto le persone con cui parlavo. (…) Penso che questo mondo la renderà più aperta, più libera». Quello che torna spesso è l’idea che il figlio o la figlia rappresentino una seconda possibilità.
Tante madri ripetono che per i loro piccoli è tutto un gioco, ma quello che Piccinni vede e ascolta va in un’altra direzione. «Non di rado si viene poi a creare una sovrapposizione fra quello che i genitori desiderano e quello che invece fanno credere essere desiderio dei figli».
Pagina dopo pagina, la domanda si fa sempre più urgente: Cosa succederà domani a questi bambini? Che ripercussioni avrà sulla loro crescita questa adultizzazione precoce? Se già per i grandi è difficile scindere tra aver realizzato una prestazione fallimentare e aver fallito come persona, che significato può avere l’essere bocciati a un casting quando si hanno sei anni e si vede la delusione alterare il volto della propria madre?
«Quello che sono le bimbe oggi — scrive Piccinni — ha molto a che fare con quello che sarà l’Italia nei prossimi trenta, quaranta, cinquant’anni».

© Osservatore Romano - 21 ottobre 2017

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