charlie fotodi Mario Adinolfi © Facebook

Leggo tanti pensieri confusi, alcuni davvero in malafede. Leggo che ci sono cattolici autorevoli che ritengono che Charlie sia morto "ucciso da un male incurabile", quando è ovvio e drammaticamente vero che è morto soffocato perché dei medici ostinati hanno staccato il macchinario che gli permetteva di respirare, con l'avallo di giudici di vario livello ma ugualmente ostinati, uniti tutti dall'obiettivo di ottenere un precedente: un malato inguaribile, ma non incurabile, si può sopprimere se la cura costa troppo o non dà piene garanzie di riuscita.

Cerchiamo di formularla con chiarezza, almeno nella nostra testa, la distinzione: mio papà era inguaribile, la sua prognosi era a esito infausto assolutamente certo, ma non era incurabile e fino alla fine è stato curato. Tante malattie fortemente invalidanti rendono le persone inguaribili, ma c'è una cura che può essere prestata e lenisce il dolore e consente di vivere. E l'accanimento terapeutico? Se la persona in questione non ha attività elettrica cerebrale ed è solo meccanicamente tenuta in vita da respiratori automatici ed altri apparati, certamente sta subendo accanimento terapeutico che è qualcosa di sbagliato e dunque da evitare. Non è difficile. Se si è inguaribili e incurabili, l'accanimento terapeutico è da evitarsi. Ma all'inguaribile non può essere negata "la cura" (e viene in mente la canzone). Non mi piace il nuovo slogan di monsignor Paglia sulla "cultura dell'accompagnamento".
Accompagnare a cosa, alla morte? Nossignore.
Accanto al sofferente ci sarà sempre e solo una persona che lo ama: voglio una cultura della cura, del prendersi cura, contrapponendola alla cultura tragicamente in voga del "lasciar andare". Su questo dovrei scrivere molto e oggi mi sembra di aver già scritto troppo. Ma ripartiamo dal senso preciso delle parole. I disabili inguaribili non sono persone di serie B meritevoli di morte, ma necessitano cura costante. Le cure costanti costano fatica e soldi, lo so bene. Charlie è morto perché costava fatica e soldi alla struttura in cui era ricoverato. Ma se costruiamo una società stanca e al risparmio sul versante della tutela dei più deboli, allora benvenuti all'inferno. Il parallelo con il nazismo non lo ripeto neanche più perché ormai sarà chiaro a tutti, pure a quello che racconta (e non lo pensa) che Charlie sia stato ucciso da "un male incurabile" anziché dalla mano di un'umanità spilorcia che vuole regolare i conti iniziando a sterminare i deboli.

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