Rassegna stampa etica

Il Vangelo della vita esige non solo un annuncio positivo ma anche una critica serrata ai sistemi di morte

best interestIl Best Interest inglese fagocita il diritto e promuove anche l’eutanasia della ragione e l’eutanasia di stato

Quando si annuncia il Vangelo, che è Vangelo della Vita, e che prende le sue istanze umane dal Diritto Naturale e dal Vangelo che le illumina e le compie, non ci si può permettere solo un annuncio positivo ma si deve poter mettere in atto una critica ai prodromi mortiferi che ne sono alla base e che promuovono sistemi e meccanismi mortiferi.

Difficile comprendere questo finché non ci si passa personalmente. Finchè non si tocca con mano, non si sperimenta nella pelle e non si affronta con retta fede. Finché non si è scavati nella carne con il catecumenato della debolezza e dell'impotenza.

Per quanto si abbia il dono di una famiglia, altre volte le competenze teologiche o morali, talvolta acume legislativo ed etico, altre volte ruoli pastorali e pontifici, finché non si tocca con mano e non si viene toccati nella carne e nel fondo delle midolla quanto il mistero dell’iniquità tesse le sue trame lentamente e sistematicamente, non si comprende. Si rimane in superficie, magari pensando di non esserlo.

Si intuisce un pochino ma non si esperisce cosa significa toccare sulla propria carne i sistemi di morte. La superficialità esperienziale è veramente dannosa perché in forma collaudata, e talvolta clericale, anzi clericalissima, immette in un circuito di pensiero collusivo, seppur a latere, con i sistemi di morte.

In nome del dialogo non ci si può esimere di essere critici e propositivi, si smette di annunciare il Vangelo, il Vangelo della vita e si calpesta la propria vocazione.

Le questioni di questo tipo come quella di Charlie Gard, di Alfie, di Vincent Lambert ed ora di Tafida (per parlare di situazioni conosciute) non sono questioni che devono stare a cuore e toccare i sentimenti. Quello è un aspetto decisamente marginale che se rimane lì non è altro che un modo patinato, ipocrita e, talvolta, clericalissimo per “amare tutti e non amare nessuno”, e il celibato o la verginità, per chi ha avuto il dono di ricevere tale chiamata, non servono a nulla se non ad alimentare un ego distorto e auto-nutrito.
Una specie di eutanasia del cuore patinata che riveste di zucchero la sclerocardia presente e strutturata. Un inganno sopraffino.

Come non possono non toccare le viscere del nostro essere umani queste situazioni. Queste situazioni drammatiche non servono per fare gossip o diventare "il caso del momento", servono piuttosto per renderci più umani.
Sono un richiamo della provvidenza. Una Parola potente, uno schiaffo salutare.

Il renderci umani tiene in buon conto che cos'è l'accanimento terapeutico ma non chiama nessun trattamento essenziale come "futile" e riconosce, oggettivamente, i trattamenti essenziali come necessari al rispetto della dignità umana. Perché lì, in quella persona, ci siamo noi, personalmente ed assieme. Prima che come auto-coscienza come svelamento.

Questo non esime, certamente, dal leggere “le carte” e a riconoscere, nella fattispecie inglese, una comunque pur buona volontà intenzionale di alcune parti, soggettivamente parlando, ma significa anche snidare con chiarezza e serratamente i sistemi collaudati di morte e chiamarli per nome. Nei fondamenta. Nelle dinamiche, nelle storture del pensiero. Negli "errori della mente umana".

Questo è vero dialogo amante e rispettoso.

Confondere alcuni piani buoni soggettivamente con i piani che “sono un errore della mente umana”, oggettivamente parlando, non è fare un servizio. Non è amare, non è dialogo, ma collusività strutturale.
Con le buone intenzioni e dietro una sola parola, "futile", un sistema legislativo, medico e la collusione con l’economicismo può tranquillamente mettere a morte un innocente e ferire a morte la sua famiglia. Svelando l'impianto antropologico e il diritto che vi è dietro. Che cosa intende per dignità umana e, nel contempo cosa intende per ragione.

E qui, prima di chiederci se ciò è evangelico, dobbiamo chiederci se ciò è umano.

E, se abbiamo ruoli pastorali, e finanche battesimali, se ciò è rispettoso della consegna in amore che abbiamo ricevuto.

Il dialogo e l’ascolto non eludono dal chiamare le cose per nome. Altrimenti rimane valido per noi il monito evangelico: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.” (Mt. 5,13)

Che, tra le altre cose significa, in definitiva, che nonostante le competenze, il ruolo che ci è stato dato dalla Provvidenza, piccolo o grande che sia, giornalistico, teologico, pastorale, pontificio e, quant'altro, non abbiamo amato nessuno. Né il Signore, né noi stessi, né le persone che, in quella specifica situazione, ci sono state affidate.

E, come detto per altre situazioni, meglio della notorietà, degli incarichi, dei ruoli prestigiosi e della buona fama, in tali situazioni, è meglio essere murati vivi e vivere di penitenza.

Paul Freeman


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